The Farewell ci racconta i legami e la gestione collettiva della cura

L’idea di una grossa perdita imminente ci porta notoriamente a rivedere le nostre priorità. È un po’ quello che succede in questi giorni difficili: tutti intravediamo più che in altre circostanze il rischio di dover affrontare dei lutti. In uno scenario del genere, quasi para-apocalittico, le paure si diffondono capillarmente, la dimensione del lutto si allarga all’intero corpo sociale e la sua elaborazione smette di essere individuale, o tutt’al più familiare: diventa invece un dramma e un rituale collettivo che necessita di nuovi paradigmi, di nuove strategie psicologiche di cura. Per questo, guardare un film come The Farewell in questi giorni potrebbe essere un’esperienza utile.

Grande successo al Sundance Film Festival del 2019, dove è stato presentato in anteprima, arriva nelle sale italiane alla fine dell’anno, e nel 2020 trionfa anche ai Golden Globes. Questa pellicola indipendente e autobiografica di Lulu Wang è assieme un coming of age al femminile, un affresco familiare, un racconto della sofferenza e una commedia agrodolce. Billi ha trent’anni (età non così insolita per un racconto di formazione, al giorno d’oggi), vive da sola a New York e scopre di non aver vinto una borsa di studio che tanto attendeva. I suoi genitori sono immigrati cinesi della classe media, e a un certo punto le comunicano che torneranno a Changchun a trovare la nonna Nai Nai che ha un cancro in stadio terminale ai polmoni. Tutti i parenti però hanno deciso di non comunicarlo alla donna, la quale crede che ci si stia riunendo solo per celebrare il matrimonio del nipote Hao Hao. Billi è la pecora nera, la ragazza che non ha ancora trovato la sua strada, ma alla quale la nonna sembra per queste stesse ragioni riservare maggiori attenzioni e premure. Ma non è l’unica a doversi rapportare con l’amata Nai Nai: ciascun membro della famiglia, stretta attorno a lei, si ritrova infatti a mettersi in discussione, a chiedersi quanto tempo abbia veramente dedicato alla madre, alla nonna, alla suocera. Il legame con l’anziana donna diventa anche la rappresentazione metaforica di quello con la propria cultura di origine, che ogni immigrato sente in qualche modo colpevolmente di aver tradito o trascurato. In una lunga terapia di gruppo, tra matrimoni colorati e qualche bicchiere o sigaretta di troppo, tutti i personaggi vivono l’addio imminente attraverso le cinque notorie fasi di elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. 

A un certo punto, però, Billi è combattuta: vorrebbe comunicare a Nai Nai della sua malattia, ma lo zio le dice: “Ci sono delle cose che dovresti capire. Voi vi siete trasferiti in Occidente tempo fa. Tu pensi che la vita dell’individuo appartenga all’individuo stesso, ma è proprio questa la differenza tra Occidente e Oriente: in Oriente, la vita dell’individuo fa parte di qualcosa di più grande; è della famiglia, della società. Tu vuoi dire la verità a Nai Nai perché hai paura di prenderti questa responsabilità al posto suo, perché è un peso troppo grande. Se glielo dicessi, allora non dovresti sentirti in colpa. Non vogliamo dirlo a Nai Nai perché è nostro compito portare questo carico emotivo al posto suo”.

Questo dialogo è uno dei punti cruciali del film. È la trasvalutazione di un valore che abbiamo sempre ritenuto fondamentale: occuparsi dell’altro diventa più importante di tutto il resto, persino del suo diritto a conoscere la verità riguardo alla propria condizione. La bellezza del gioco narrativo di The Farewell sta proprio nel suo scindere la persona malata dal carico di dolore che la consapevolezza della diagnosi porta con sé ‒ sicuramente uno scoglio ancor più grande da fronteggiare del morbo stesso, soprattutto per le patologie terminali ‒ e nel distribuire questo dolore e questa consapevolezza tra tutti i suoi vicini. È Billi, sono i suoi genitori, suo zio, suo cugino, a mostrarsi in lacrime davanti alla cinepresa; non Nai Nai. Se la donna malata continua a vivere tranquillamente la sua vita, quelli intorno a lei sono inquieti, sofferenti, si mettono in discussione. Tanto che la protagonista a un certo punto pensa anche di dover restare in Cina a prendersi cura dell’anziana parente per riempire di senso la sua vita dedicandola a qualcun altro.

Il racconto delle ambizioni personali svanisce di fronte alla potenza dei legami familiari, alla necessità di appartenenza. In un tempo in cui per una giovane donna trovare la propria strada è difficile, prendersi cura dell’altro è anche prendersi cura di sé stessa, riallacciarsi alle maglie di una rete di sostegno. È infatti ormai innegabile che una certa politica economica ci voglia sempre più atomizzati, soli, egoisti: vincenti anche a costo di prevaricare i più deboli piuttosto che solidali gli uni con gli altri nel superamento delle ingiustizie sociali. Il film mette in risalto questo tratto che connota la nostra cultura. L’attualità però fa emergere una contraddizione interessante: nelle situazioni di emergenza l’unica strategia di sopravvivenza possibile fa appello innanzitutto a un senso comune di responsabilità. Insomma, per dirla con le parole di George Saunders nel suo famoso discorso ai laureandi della Syracuse University, L’egoismo è inutile: “Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine darwiniana. Ovvero: (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti); (2) noi siamo separati dall’universo (ci siamo noi, e poi, laggiù, tutto l’ambaradan: cani, altalene, lo Stato del Nebraska, le nuvole basse e, ovviamente, gli altri); e (3) noi siamo eterni (la morte esiste, sì, bene: per te, ma non per me)”. Ma cosa succede se questa morte che fino a poco prima esisteva solo per gli altri, a un certo punto inizia a toccarci davvero, a riguardarci molto più da vicino di quanto potessimo immaginare? Se dobbiamo farcene carico o addirittura potremmo esserne responsabili?

Nella scena finale del film, mentre in macchina Billi e i suoi genitori lasciano la città cinese e i suoi palazzoni di periferia in stile sovietico post-bellico, parte in sottofondo una versione rivisitata di “Come Healing” di Leonard Cohen, un brano il cui testo parla di un amore che guarisce lo spirito e il corpo, prospettiva di speranza oltre “the brokeness”, le macerie della vita. È a partire dal secolo scorso, caratterizzato da eventi storici catastrofici che hanno determinato la fine di qualsiasi mito del progresso, che infatti percepiamo non solo le nostre storie individuali, ma tutta la storia occidentale come un cumulo di macerie. C’è un dipinto di Paul Klee al quale il filosofo Walter Benjamin ha dedicato uno dei suoi saggi più celebri, “Angelus Novus”. Benjamin vede nell’opera del pittore svizzero la rappresentazione dell’angelo della Storia, posto al cospetto della catastrofe: guarda al passato e vorrebbe “ricomporre l’infranto” ma non può, e allo stesso tempo è spinto verso un futuro che sarà altrettanto tempestoso. Nel guardarsi indietro, il suo sguardo è intriso di pietas, di compassione, il sentimento che gli permette di comprendere il dolore degli oppressi, degli esclusi, di quelli che Primo Levi chiamava i sommersi. Oggi ancor di più, tra disastri ambientali e pandemie, ci sentiamo di vivere ‒ come dice il filosofo Eugene Thacker ‒ tra le ceneri del nostro pianeta. Questo non è certamente il migliore dei mondi possibili, è anzi un mondo in agonia, boccheggiante, che i più pessimisti vedono già volgere al fine, e le cui strutture economiche e sociali stiamo provando a ripensare mettendo al centro dei valori nuovi o da riscoprire: valori altruistici e di solidarietà. In momenti come questo sembriamo tutti chiederci: siamo in grado di vivere rispettando gli altri – e in particolare i più deboli – prendendoci cura di loro? “La vita vera ci prende a calci nel sedere e qualcuno accorre in nostra difesa, e ci aiuta, e impariamo che non siamo separati, né vogliamo esserlo”, continua Saunders.

Il film di Lulu Wang non scade mai in facili patetismi, ci insegna una lezione importante: responsabilità comune è anche e soprattutto capire che qualcuno di noi potrebbe avere qualche privilegio in più di qualcun altro, e dunque dei doveri nei suoi confronti. D’altronde lo dice anche Nai Nai alla nipote: “La vita non è tanto quello che si fa, ma come lo si fa”.

Segui Valeria su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: