Perché dobbiamo recuperare il senso politico e radicale dell’amore

Quando Elio Vittorini pubblicò a puntate sul Politecnico il romanzo di Ernest Hemingway Per chi suona la campana, tutta la sinistra intellettuale fu coinvolta in una dura polemica che portò a una spaccatura insanabile tra lo scrittore siciliano e il segretario del Pci, Palmiro Togliatti. Secondo l’intellettuale portavoce del partito, Mario Alicata, che scrisse a Vittorini dalle pagine della rivista del Pci, Rinascita, il romanzo di Hemingway era troppo individualista e poco rivoluzionario, perché trattava sì di una storia di antifascismo, ma parlava soprattutto di amore, e quindi non portava nulla alla causa comunista. La bagarre si concluse con la chiusura del Politecnico e il progressivo allontanamento di Vittorini, fermo nelle sue posizioni, dalla politica ufficiale. Calvino, anni dopo, ripercorrendo questa vicenda, prese le parti dello scrittore siciliano, spiegando che l’amore raccontato in Per chi suona la campana era tutt’altro che egoista. Forse non si trattava di un romanzo marxista, ma l’amore che il protagonista Robert Jordan prova per Maria è proprio ciò che lo porta a imbracciare un fucile e a combattere a fianco dei partigiani spagnoli: “Ti amo come amo tutto ciò per cui abbiamo combattuto. Ti amo come amo la libertà e la dignità e il diritto di tutti gli uomini di lavorare e di non aver fame”, si dice a un certo punto nel romanzo.

Oggi l’amore è scomparso dal discorso pubblico, almeno nel suo senso politico. Però il nostro immaginario, da San Valentino alle commedie romantiche, è farcito di amore, spesso edulcorato e inverosimile, mentre nelle nostre vite vediamo i rapporti sfaldarsi: le statistiche ci dicono che non ci sposiamo più, i divorzi aumentano e facciamo sempre meno sesso. Mentre i media ci propinano queste versioni fasulle del romanticismo, nei nostri rapporti quotidiani siamo diventati sempre più scettici. L’amore non solo è difficile da trovare e mantenere, ma è anche diventato impopolare: è tutto un fiorire di discorsi cinici e disincantanti su quanto l’amore sia una cosa stupida, inutile o noiosa, un investimento a perdere riservato solo ai deboli che non sono capaci di stare da soli. Ma questi discorsi non sono tanto l’esito di un processo di emancipazione dei sentimenti, quanto più il frutto dell’ideologia individualista alimentata dalla struttura economica del capitalismo, un sistema che ci vuole soli, divisi e in competizione fra di noi, e che ci ruba il tempo che potremmo usare per coltivare le relazioni con gli altri, amore compreso. L’amore è sparito dalle nostre vite, è diventato una fantasia per adolescenti o un lusso di pochi. Ma può diventare una forma di resistenza.

Sull’amore ai tempi del neoliberismo gli studi scarseggiano, anche se quei pochi che esistono suggeriscono che anche i sentimenti siano caduti nella trappola del consumismo: le relazioni moderne si basano sullo scambio, sull’utilità e sulla convenienza – o, secondo l’ideologia romantica, sulla “compatibilità” – secondo quello che il “sociologo dell’amore” e attivista LGBTQ+ John A. Lee definisce Pragma love, l’amore pragmatico. D’altronde, amore e capitalismo non sono mai andati d’accordo: l’istituzione del matrimonio (e della famiglia) è stata fondamentale per l’ascesa e la sopravvivenza del sistema capitalistico. Tramite il matrimonio si stringevano alleanze tra famiglie e si assicurava la circolazione di capitali e beni – ivi compresi donne e prole. L’amore ovviamente non era previsto in questi contratti e non è un caso se la cultura moderna è basata in larga parte su storie di adulterio, considerato l’unica sede possibile del vero amore. Ad esempio, tutto l’immaginario dell’amor cortese, da cui origina la letteratura europea moderna, è un’esaltazione del tradimento.

All’indomani della Rivoluzione d’ottobre, Aleksandra Kollontaj, femminista e prima donna ad aver ricoperto l’incarico di ministra in Europa, scrisse una lettera alla rivista moscovita Molodaja Gvardija intitolata “Largo all’Eros alato!” in cui chiedeva a un immaginario lettore proletario quale fosse il posto occupato dall’amore nell’ideologia della classe operaia. Secondo Kollontaj, la rivoluzione era riuscita in campo economico e politico, ma non “nella concezione del mondo, nei sentimenti, nella struttura spirituale dell’umanità”, ancora troppo legati al pensiero borghese. L’autrice individua due tipi di amore, l’Eros senz’ali, meccanico e volto alla mera riproduzione, e l’Eros alato, un sentimento profondo e travolgente che, secondo i marxisti più ortodossi, distoglieva l’attenzione dalla causa socialista. Ma Kollontaj sostiene che l’amore non sia una faccenda privata (e per questo egoista): “L’amore è un’emozione profondamente sociale nella sua essenza,” scrive. “L’ideologia della classe operaia deve tener conto dell’importanza dell’emozione d’amore in quanto fattore che può essere utilizzato (al pari di qualsiasi altro fenomeno psico-sociologico) per il bene della collettività”.

Aleksandra Kollontaj

L’Eros alato che propone la rivoluzionaria è fondato sul principio della solidarietà, cioè sulla condivisione di vincoli spirituali e morali. L’amore, solidale come lo è la società dopo la rivoluzione, è un elemento organizzatore, di resistenza contro la borghesia capitalistica: chi ama secondo questo nuovo principio non considera l’altro (o altra) una sua proprietà privata, e non pretende da lui (o lei) un sentimento totalizzante ed esclusivo. Anzi, l’amore di Kollontaj è “multiforme e multicorde”, e soprattutto si basa sulla parità tra i sessi. “Il riconoscimento, anche nell’amore, dei diritti reciproci, la capacità di tener conto della personalità dell’altro, un fermo e mutuo sostegno, una sollecitudine attenta e una reale comprensione di ciascuno per i bisogni dell’altro, congiunti alla comunanza degli interessi o delle aspirazioni: ecco l’ideale dell’amore da compagni”. Questo si realizza tramite un “collettivismo dello spirito” che non porta più la coppia a isolarsi nel privato ma, tramite la nuova solidarietà, saldare la coesione morale in tutti i settori della vita.

Le idee di Kollontaj sono molto simili a quello che John A. Lee chiama “Agape love”, ciò che per i cristiani è l’amore di Gesù nei confronti degli uomini. Si tratta di un amore incondizionato e libero, un sentimento capace di passare dal singolo alla comunità. L’autrice femminista bell hooks si è occupata a lungo di questo tema in molti libri, tra cui Tutto sull’amore: nuove visioni, in cui riflette sull’amore come pratica di libertà. In particolare, hooks ha indagato il rapporto tra amore e potere a partire dall’esperienza di Martin Luther King. Secondo l’autrice, viviamo nell’impressione che le politiche del dominio ci riguardino solo come individui e ci opponiamo a esse solo quando ci toccano personalmente. Ma è solo quando ci rendiamo conto, mossi dalla solidarietà dell’amore comunitario, che queste misure toccano anche gli altri che riusciamo a opporre una vera resistenza. “La cultura del dominio è anti-amore. Richiede la violenza per sostenersi”, scrive. “Scegliere l’amore è andare contro i valori prevalenti della cultura”. Secondo hooks, la sinistra fallisce nel non riconoscere l’amore come un discorso politico ma, concentrandosi solo sulle condizioni materiali, finisce col non riconoscere i bisogni spirituali.

Il Capitalismo, come affermava Marcuse in Eros e civiltà, ci aliena e ci allontana dalle nostre pulsioni umane, amore compreso. Marcuse auspicava il ritorno di un nuovo umanesimo capace di resistere alla cultura della prestazione imposta dal nostro sistema economico. Oggi le nuove forme di relazione, spesso osteggiate e mal viste dalla società, come le relazioni aperte, queer, asessuali, poliamorose – unite al sovvertimento del binarismo di genere (cioè quel sistema basato sulla certezza che esistano solo due generi, maschile e femminile) – stanno creando delle forme di resistenza che, all’epoca in cui scriveva Marcuse, potevano essere soltanto immaginate. Ma Kollontaj ci insegna che anche all’interno di una “banale” relazione di coppia si può generare quella capacità di amare che va al di là della propria sfera di affetti, imparando a usare anche per gli altri le energie che la condivisione e la solidarietà sono capaci di creare.

“L’amore vero è radicale perché richiede di vedere noi stessi nelle altre persone. Altrimenti non è amore” ha scritto la deputata socialista Alexandria Ocasio-Cortez in un tweet. “L’amore è rivoluzionario perché ci fa trattare TUTTE le persone come tratteremmo noi stessi – non perché siamo caritatevoli, ma perché siamo una cosa sola. Questa è la conclusione radicale dell’amore”. Nell’epoca in cui tendiamo a considerare l’amore un lusso o un ripiego perché siamo troppo concentrati su noi stessi, lasciare spazio a quell’Eros alato proposto da Aleksandra Kollontaj può essere una delle azioni più rivoluzionarie e coraggiose che possiamo fare per cambiare la nostra società.

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