Il fascismo vive dell’indifferenza delle persone, ci disse Tabucchi

Nel 1994 Antonio Tabucchi, professore universitario di lingua e letteratura portoghese, pubblicò il romanzo Sostiene Pereira: un libro sul riscatto e sulla ribellione. Tabucchi nacque a Pisa nel 1943, fu un fine letterato e un grande appassionato di politica e Sostiene Pereira racchiude il suo pensiero: una scossa all’indifferenza. Tabucchi non si lasciò sedurre dalla tentazione di essere un intellettuale super partes: prese parte al dibattito pubblico per necessità di esprimere il suo punto di vista non allineato, e proprio per questo scrisse di politica. Era persuaso del fatto che gli scrittori parlassero ai posteri e che l’impegno della letteratura spesso non lo si apprezzi nell’immediato ma nella testimonianza che questa consegna alle generazioni future.

Antonio Tabucchi

Sostiene Pereira, insieme a molti altri romanzi dello scrittore pisano, è ambientato in Portogallo: la sua vita fu irrimediabilmente influenzata dall’amore per questo paese. Il tramite di tale passione fu la scoperta del poeta Fernando Pessoa, uno dei più importanti letterati di lingua portoghese che visse nei primi anni del secolo scorso e che l’accademico italiano, grazie ai suoi studi, contribuì a restituire alla memoria europea dopo anni di oblio. Il protagonista del capolavoro di Tabucchi è Pereira, l’antieroe per eccellenza: una persona comune e apolitica che con difficoltà e sofferenza apre gli occhi sulle brutalità del suo tempo fino a scegliere la libertà di espressione. Il libro ebbe sin dalla sua uscita un successo di pubblico straordinario e l’anno seguente ne fu tratto un film omonimo con la regia di Roberto Faenza in cui Pereira veniva interpretato da Marcello Mastroianni.

Il romanzo è ambientato a Lisbona nel 1938 durante l’ascesa del “fascismo portoghese” del comandante Antonio de Oliveira Salazar, un regime liberticida che nel corso della seconda guerra mondiale si dichiarò neutrale ma che, da un lato, espresse chiaramente simpatia per le dittature fasciste di Benito Mussolini, Adolf Hitler e Francisco Franco e, dall’altro, collaborò con l’Inghilterra e gli Stati Uniti, concedendo le Azzorre agli Alleati come base militare per coprire l’Atlantico. Pereira è un giornalista anziano e sovrappeso che si rifugia nella lettura dei grandi classici francesi e nei suoi ricordi. Vedovo e senza figli, vive da solo e ha l’abitudine morbosa di parlare quotidianamente con la fotografia della moglie defunta alla quale racconta le sue giornate e i suoi pensieri più intimi. Pereira sembra aver abbandonato ogni passione per la vita, la sua esistenza è cadenzata da una rigida quanto rincuorante monotonia. È il responsabile della pagina culturale di un piccolo giornale del pomeriggio, il Lisboa, e seppur consapevole che una destra xenofoba e antisemita va imponendosi alla guida del Paese la sua vita è dotata di un’unica certezza: per quieto vivere è bene evitare qualsiasi compromissione con chi è al potere e con chi è all’opposizione. Pereira è solito presentare il suo lavoro in questo modo involontariamente ironico: “Noi facciamo un giornale libero e indipendente, e non ci vogliamo mettere in politica”.

La vita, però, cambia bruscamente nei momenti più inaspettati e così avviene anche per Pereira. Un giorno, incuriosito da un articolo di giornale scritto da un giovane laureato in filosofia, decide di contattarlo per proporgli di redigere dei necrologi anticipati degli scrittori importanti dell’epoca, ed è così che l’anziano giornalista incontra Francesco Monteiro Rossi.  Monteiro Rossi è l’antitesi di Pereira: giovane, amante della vita, inquieto e innamorato. Il giovane laureato è invaghito di Marta, una bella ragazza coinvolta nella resistenza antisalazarista. Il ragazzo accetta di collaborare al Lisboa per soldi ma i suoi necrologi sono intrisi di politica: decide di scrivere ad esempio elogi ai grandi intellettuali della rivoluzione come il poeta russo Vladímir Majakóvskij e il poeta spagnolo repubblicano Federico Garcìa Lorca, oppure sferzanti critiche ai sostenitori dei regimi fascisti come lo scrittore italiano Gabriele D’Annunzio. Questa è una circostanza allarmante e insopportabile per Pereira: “Ci sono due ipotesi: lei è un incosciente o lei è un provocatore, e il giornalismo che si fa oggigiorno in Portogallo non prevede né incoscienti né provocatori.”

Pereira è la metafora di un’Europa caduta nel baratro, rassegnata e convinta dell’impossibilità di mettere in atto qualsiasi forma di ribellione e di espressione della propria coscienza: “Il problema è che lei non dovrebbe mettersi in problemi più grandi di lei, avrebbe voluto rispondere Pereira. Il problema è che il mondo è un problema e certo non saremo noi a risolverlo”. Monteiro Rossi e Marta, però, riusciranno a coinvolgere l’anziano giornalista nelle ragioni della loro vita clandestina ai margini della violenta società portoghese. Pereira è affascinato da questi due giovani, dal loro desiderio di libertà ma il suo cambiamento interiore non avviene senza sofferenze: “Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione.”

In un affascinante connubio tra letteratura e medicina, Tabucchi narra della questione etica di Pereira. Citando la psicodinamica del trauma del padre della psicoanalisi Sigmund Freud, lo scrittore italiano accompagna l’anziano giornalista sulle sponde della ribellione. Un evento traumatico imporrà a Pereira un cambio di rotta: Monteiro Rossi aveva trovato rifugio dalla polizia segreta nella casa del vecchio giornalista, ma lì viene scovato e ucciso. Questo tragico epilogo risveglia in Pereira l’importanza del suo ruolo e soprattutto una ritrovata coscienza civile. L’anziano decide di scrivere della morte violenta del giovane Monteiro Rossi, con uno stratagemma trova il modo di farlo pubblicare sulla prima pagina del Lisboa e poi fugge in Francia, rompendo le catene della sua età e della sua inutile pacatezza e ritrovando una meravigliosa incoscienza giovanile.

“Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato,” scriveva Pessoa nella sua opera intitolata Il libro dell’inquietudine e a Tabucchi non sarà sicuramente sfuggito il peso della sconfitta insito in questo frammento del poeta lusitano. Lo scrittore italiano con Sostiene Pereira descrisse l’indifferenza dell’uomo comune di fronte ai soprusi elaborando un concetto affine a quanto espresso dal giurista e filosofo Norberto Bobbio: “Chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece alla fine fa della cattiva politica.”

Il parallelismo tra il mondo globalizzato del 2018 e l’Europa del 1938 non è facile e non si può attingervi a cuor leggero per necessità di clamore a buon mercato. Eppure, una lezione vera in qualsiasi epoca storica è che il peso morale delle battaglie non combattute grava su ogni singolo individuo. Ogni volta che si decide di tacere davanti a un’ingiustizia, ogni volta che si evita un dibattito per stanchezza o perché il confronto viene ritenuto inutile si collabora all’appiattimento delle coscienze.

Ad esempio, oggi in Italia è ammissibile, nonostante il reato di apologia di fascismo che un gruppo di nostalgici del Ventennio organizzi una manifestazione rievocativa a Predappio, città natale di Benito Mussolini, e che una donna venga fotografata con una maglietta inneggiante al campo di concentramento di Auschwitz, “per libertà di espressione”. È possibile che quella stessa donna, intervistata, ritenga di controbattere dicendo che i problemi dell’Italia sono altri. Sempre in Italia, avviene che Beppe Grillo, il garante politico del primo partito italiano, il M5S, rivolga ai giornalisti queste parole: “Vi mangerei per il gusto di vomitarvi,” e che il ministro dell’Interno Matteo Salvini si congratuli con il neo-eletto presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, autore di frasi xenofobe, sessiste, a favore della dittatura e della tortura.

Matteo Salvini
Jair Bolsonaro

Paradossalmente, sembra invece inammissibile che un cittadino che non si occupi di politica per mestiere sia autorizzato a commentare questi o altri avvenimenti. Persino ai giornalisti spesso viene suggerito, se non nel peggiore dei casi intimato, di occuparsi di altro, di essere al di sopra delle parti. Ignorando totalmente che l’etimologia della parola “politica” fa riferimento a ciò “che attiene alla città” e che, se vogliamo scomodare i classici, Pericle, il politico e oratore ateniese dell’età dell’oro, riteneva che un uomo che non si interessa allo Stato non è considerato innocuo, ma inutile e dannoso.

Incredibilmente, nell’epoca dell’uno vale uno in cui la politica è diventata giustamente accessibile a tutti, un cittadino che esprime un’opinione è invitato a occuparsi del suo lavoro, come se esistesse un’incompatibilità, un conflitto di interessi a essere maestro e cittadino, cuoco e cittadino, studente e cittadino, giornalista e cittadino. Il particolare più grave è che la censura sulle opinioni politiche spesso non viene dai politici ma dalle persone comuni, basti dare un’occhiata ai commenti degli utenti dei social network lasciati sotto i più celebri fatti di cronaca.

Un atteggiamento simile è descritto anche nel libro di Tabucchi quando il direttore del Lisboa si rivolge al vecchio Pereira, reo di aver pubblicato la traduzione di un romanzo patriottico francese, Paese inviso al Portogallo: “Siamo noi che dobbiamo essere vigili, che dobbiamo essere cauti […] noi dobbiamo sorvegliare noi stessi.” Pereira dirà: “Questa città puzza di morte, tutta l’Europa puzza di morte”; il mondo globalizzato del 2018 non è ancora a quel punto ma solo un moto di coscienze e di coraggio potrà evitare che l’avanzare di politiche che fomentano l’odio e le discriminazioni minaccino le nostre libertà fondamentali: l’apolitica non è un valore e l’indifferenza è la piaga del nostro tempo.

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