Roberto Benigni è il massimo rappresentate di una geniale comicità italiana che oggi non esiste più - THE VISION

Per gli adolescenti Roberto Benigni è una figura quasi istituzionale, vicino più a quella del divulgatore che a quella del comico: La vita è bella è proiettato nelle scuole per riflettere sulla Shoah, mentre i suoi interventi sulla Costituzione italiana o sulla Divina Commedia sono diventati delle vere e proprie lezioni in grado di avvicinare il grande pubblico a temi che rischiavano di essere relegati in una nicchia accademica, ottenendo il plauso di papi e Presidenti della Repubblica. Eppure l’esordio di Benigni è dovuto in gran parte alla sua capacità di dissacrare istituzioni e società italiana, con un’estetica iconoclasta che ha fatto della spregiudicatezza la sua cifra stilistica. 

Benigni nasce il 27 ottobre 1952 a Manciano, un paesino di poche centinaia di abitanti in provincia di Arezzo. La sua è una famiglia di contadini, quel sottoproletariato che più volte è tornato nelle sue opere teatrali e cinematografiche. Dormono in sei in una stanza, lui divide il letto con le sue tre sorelle. Il padre durante la guerra era stato deportato in un campo di lavoro in Germania, e una volta tornato a casa a piedi era uno scricciolo di 42 chili che, una volta rivista la sua compagna dopo più di due anni, cadde a terra finendo in coma. La sera si riuniscono con i parenti per raccontarsi storie intorno al focolare. Non possono permettersi di portare i figli al cinema, dunque Roberto d’estate si nasconde nei campi di grano e sbircia il telone, restando ammaliato davanti ai film di Charlie Chaplin. Si appassiona alla recitazione, vuole diventare come lui, essere proiettato su quel telone.

Roberto Benigni a Vergaio, 1970

Non ancora ventenne, si unisce a diverse compagnie teatrali e conosce attori come Carlo Monni e Marco Messeri, con cui instaura un sodalizio artistico che lo proietta nella sfera del teatro d’avanguardia e nelle esibizioni di strada riproposte sui palcoscenici. È però l’incontro con Giuseppe Bertolucci, regista e sceneggiatore fratello di Bernardo, a cambiargli la vita. Bertolucci scrive per lui i primi monologhi teatrali con protagonista Mario Cioni, plasmando un personaggio che esplode con il lungometraggio del 1977 Berlinguer ti voglio bene 

Nel film si racconta la vita nella periferia toscana attraverso l’utopia del comunismo, con Mario Cioni che idealizza Berlinguer fino al punto da vederlo come una figura paterna che possa sostituire quella del padre morto, sullo sfondo di un rapporto conflittuale con la madre. Benigni mette in scena un personaggio frammentato, un po’ eretico e un po’ fanciullo, che fa del turpiloquio il suo scudo contro il mondo. È un’opera geniale e genitale, dato che l’identità politica e l’appartenenza alla società vengono filtrate da una trivialità legata al sesso come forma di evasione: “Il comunismo è la sega prima di farsi la prima sega. Si viene da sé spontaneo”. La camminata di Cioni tra i campi dopo la finta notizia della morte della madre è oggi una scena cult. C’è chi l’ha imparata tutta a memoria e la recita come una litania (“La merda della maiala degli stronzoli nel culo delle poppe pien di piscio”), e fa ancora più sorridere oggi che Benigni riceve telefonate di elogio anche da papa Francesco.

Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci (1977)

La religione e una sua visione critica e dissacrante, tipica di una certa mentalità toscana, sono sempre state centrali nella carriera di Benigni. Nel 1980 chiama “Wojtylaccio” papa Giovanni Paolo II, venendo condannato a un anno di carcere con la condizionale. Lo stesso Papa che quasi vent’anni dopo lo invita in Vaticano per guardare insieme La vita è bella e si commuove. Quella di Benigni non è però una reale blasfemia, non lo è nemmeno quando nel 1980 partecipa al film di Renzo Arbore Il pap’occhio, sequestrato per vilipendio alla religione cattolica e ridistribuito soltanto nel 1998 con alcune censure. È più una demistificazione laica che coinvolge le sfere dell’intrattenimento e della politica. Quando nel corso degli anni si presenta al Festival di Sanremo, Benigni si muove seguendo la stessa linea e abbatte il velo di seriosità con una strizzata di genitali a Pippo Baudo o con un bacio molto teatrale a Olimpia Carlisi. Lo stesso avviene quando nel 1983, durante un comizio di Berlinguer, prende in braccio il segretario del Pci e inizia a dondolarlo. Lo stupore sta proprio nella destrutturazione del rigore, soprattutto in contesti estremamente seri e con persone solitamente pacate come Berlinguer, che finisce per uscirne con contorni più umani e popolari. Benigni diventa un giullare del popolo che si infiltra nelle alte sfere ridicolizzandone i tratti più boriosi, sempre armato di un sorriso che spegne quasi sempre la polemica dei diretti interessati.

Il pap’occhio di Renzo Arbore (1980)

Dietro quel ghigno può ugualmente massacrare un’intera classe dirigente o schernire le abitudini degli italiani. Lo fa in Tuttobenigni, sia nella versione degli spettacoli itinerari nelle piazze e nei teatri, sia nella raccolta degli spezzoni divenuta film nel 1986, diretta sempre da Bertolucci. Sono gli ultimi anni della Democrazia Cristiana, che diventa inevitabilmente il bersaglio privilegiato dell’artista toscano: “Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica”. La sua satira anche qui è per larghi tratti genitale, figlia della comicità più verace, ma in grado di diventare una riflessione sul proprio tempo. “De Mita ce l’ha piccolissimo. Andreotti il pisello non ce l’ha proprio: è diventato gobbo a forza di cercarselo”.

Eppure Benigni non è semplicemente un comico o il disturbatore di nicchia divenuto anno dopo anno sempre più nazionalpopolare, lui stesso se ne rende conto quando decide di passare dall’altro lato della macchina da presa. Nel 1983 dirige il film a episodi Tu mi turbi dove il filo conduttore è una riflessione su Dio, mentre l’anno successivo è la volta di Non ci resta che piangere, scritto, diretto e interpretato insieme a Massimo Troisi. In un trionfo di citazioni, battute immortali e guizzi che omaggiano una tradizione che risale a Totò e Peppino, la pellicola rappresenta il definitivo passo di Benigni verso il successo al botteghino, senza però scendere a compromessi con il suo stile originario. Si perdono le bestemmie e il turpiloquio, ma resta un prodotto in grado di risollevare il livello della commedia italiana in un periodo di stagnazione tra i sexy b-movies degli anni Settanta e i cinepanettoni inaugurati con il primo Vacanze di Natale del 1983. Seguendo la nostra tradizione cinematografica, Benigni e Troisi trovano una formula vincente inserendo tratti malinconici all’interno di un contesto all’apparenza scanzonato. Formula che Benigni perfeziona in La vita è bella del 1997. 

Prima di arrivare a quello che molti considerano l’apice della sua carriera, Benigni attraversa un periodo fertile grazie all’incontro con lo scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami. Tra il 1988 e il 1994 Benigni realizza con lui la sua tripletta della maturità con Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro. La mano di Cerami è visibile nella struttura narrativa, con opere più stratificate in cui Benigni non si limita a provocare una risata o un pianto, ma aggiunge anche riflessioni meno istintive e più profonde. Anche la sua regia si mostra film dopo film sempre più matura, e la presenza di Nicoletta Braschi, compagna di una vita, conferisce alle opere un magnetismo che mancava nei suoi lavori d’esordio. Benigni dimostra che è possibile parlare di religione, di mafia o di fatti di cronaca nera senza strizzare l’occhio alla retorica e agli espedienti solitamente usati per rendere più accattivante un film.

Il Piccolo diavolo di Roberto Benigni (1988)

Johny Stecchino di Roberto Benigni (1991)

Questa nuova maturità si unisce a un’apertura verso registi dal respiro internazionale. Se in Italia riesce a collaborare con Federico Fellini prima della sua morte, recitando nel 1990 ne La voce della luna insieme a Paolo Villaggio, all’estero crea un’amicizia e un sodalizio artistico con il regista Jim Jarmusch, partecipando ai film Daunbailò e Taxisti di notte e al cortometraggio Coffee and Cigarettes. Appare inoltre ne Il figlio della Pantera Rosa di Blake Edwards e nella maxi produzione Asterix e Obelix contro Cesare. Sembra il preludio a una lenta scalata fuori dai nostri confini, ma l’esplosione arriva immediata e senza la necessità di apparire nei film degli altri. È il 1997, e la miccia si chiama La Vita è bella.

La Voce della Luna di Federico Fellini (1990)
Taxisti di notte di Jim Jarmusch (1991)
Coffee and Cigarettes di Jim Jarmusch (2003)

L’Oscar – anzi i tre Oscar per il miglior attore protagonista, il miglior film straniero, e la miglior colonna sonora di Nicola Piovani –, il “Roberto” urlato da Sophia Loren durante la cerimonia, lui che saltella tra le poltroncine e le teste del jet set hollywoodiano per raggiungere il palco, il suo inglese buffo, la tazza di David Letterman, i premi, gli attori e i registi stranieri che impazziscono per l’italian man del momento, la commozione del pubblico all’uscita dalle sale o davanti alla televisione: La vita è bella è tutto questo, ma segna anche la fine del periodo più al vetriolo di Benigni. Forse era inevitabile, vista la non replicabilità di un successo del genere e lo status raggiunto. Scritto il suo capolavoro, Benigni ha fatto fatica a riaffermarsi al cinema: Pinocchio del 2002 e La tigre e la neve del 2005 hanno deluso in parte le aspettative, e non è stata fortunata la scelta di tornare a recitare proprio in To Rome with love del 2012, uno dei film meno ispirati di Woody Allen degli ultimi anni. Benigni è stato però in grado di reinventarsi ancora una volta.

La Vita è Bella di Roberto Benigni (1997)

Negli ultimi anni non è diventato un semplice “lettore” della Divina Commedia, ma l’ha spiegata, recitata quasi tutta a memoria, l’ha riproposta al grande pubblico con la capacità di incollare alla televisione, o alle poltroncine dei teatri, milioni di persone. Lo stesso è avvenuto con i suoi spettacoli sulla Costituzione, sull’Unità d’Italia o sui dieci Comandamenti. Nonostante il riscontro del pubblico, non sono mancate le critiche. C’è chi ha rimpianto il Dante letto da Vittorio Gassman, ma il valore dell’interpretazione di Benigni sta nell’avere un approccio più simile a quella del maestro Manzi del programma Rai Non è mai troppo tardi che a una messa in scena teatrale. Altri lo hanno accusato di essersi imborghesito, di aver preso cachet troppo alti dalla Rai, di aver basato un lungo periodo della sua carriera di comico sull’antiberlusconismo, di essere un buonista, un cattocomunista, un piddino, un ciellino, l’amico della Chiesa e tanto altro. 

Roberto Benigni

Eppure continua ad avere più credibilità un 68enne che si emoziona spiegando il Cantico dei Cantici di san Francesco rispetto a chi finge una ribellione anacronistica dall’alto di una posizione sociale che non glielo permette più. Benigni non può più essere un Mario Cioni credibile a causa dello scorrere del tempo, per lo stesso motivo per cui, per esempio, Nanni Moretti non è più Michele Apicella. Ognuno di noi è libero di affezionarsi alla fase artistica di Benigni che preferisce, di recuperare i suoi esordi o di non seguirlo più nel suo presente da divulgatore popolare, ma è difficile negare il ruolo che ha avuto nella cultura italiana degli ultimi decenni. Forse Benigni è “la sega dopo aver fatto la prima sega”: il piacere si è già provato ed è stato gratificante, e si va avanti sperando di tornare a vivere quella sensazione.

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