Piccioli con Valentino dimostra che la moda è politica e non solo apparenza

C’è un nuovo PPP che il mondo ci invidia e, anziché la penna, usa ago e filo. È Pierpaolo Piccioli, lo stilista dietro la maison Valentino. Il 29 settembre, durante la Settimana della moda di Parigi, la sua collezione primavera-estate 2020 ha ricevuto una standing ovation. L’ennesima per lo stilista romano, che guida la casa di moda dal 2016, quando la sua collaboratrice storica Maria Grazia Chiuri, con cui faceva coppia dal 2008, ha assunto la direzione di Dior.

Il passaggio di consegne tra il fondatore del marchio Valentino Garavani e il nuovo duo (se si esclude la parentesi di Alessandra Facchinetti) fu molto delicato, come raccontato nel documentario del 2009 Valentino – L’ultimo imperatore. Lo stilista originario di Voghera è infatti uno degli ultimi couturier viventi, più sarto che designer, formatosi in Francia negli anni Cinquanta, in un’epoca in cui il prêt-a-porter non esisteva e l’alta moda era riservata soltanto a nobili e alto-borghesi. Da sempre, la sua azienda è rinomata per la sua grande eleganza e ha fatto degli abiti da sera nel leggendario “rosso Valentino” un marchio di fabbrica. Quando la direzione fu assunta da Chiuri e Piccioli c’era grande apprensione, ma la coppia decise di mantenere intatti i codici estetici di Garavani e di continuare sulla sua scia. Ora che è solo, però, Pierpaolo Piccioli ha deciso di sperimentare un po’ di più, e il suo coraggio è stato premiato dal successo della critica. Ma quello che rende Piccioli diverso dagli altri stilisti – specialmente quelli alla guida di marchi storici e prestigiosi – è il suo senso etico, che cerca sempre di trasmettere attraverso i suoi abiti.

Da qualche anno, il mondo della moda sembra essere spaccato a metà: da un lato c’è l’high-street-end, lo “streetwear di lusso” con marchi come Yeezy, Off-White e Vetements che sono indossati da influencer e trapper; dall’altro c’è una sorta di ritorno all’ordine, con brand che hanno scelto la semplicità e la sartorialità come Jacquemus e Loewe. Fino a poco tempo fa, l’high-street-end sembrava dominare il settore, tanto che anche marchi storici come Balenciaga e Louis Vuitton hanno scelto direttori creativi più vicini a questo stile (rispettivamente Demna Gvasalia e Virgil Abloh), ma oggi le loro collezioni non entusiasmano più di tanto, le vendite sono in calo e Gvasalia ha lasciato il collettivo che l’ha reso famoso e che per mesi, se non anni, ha fatto parlare di “morte della moda”, Vetements. Al contrario, il fashion month appena concluso ha entusiasmato molti esperti perché sembra che molti marchi stiano tornando alle proprie origini, con una ricerca estetica che sembra rigettare la rincorsa al trend del momento. Gucci, ad esempio, che l’anno scorso aveva portato sulla passerella delle teste mozzate, quest’anno ha presentato una collezione molto ricercata e minimalista, lontana dagli eccessi a cui il direttore creativo Alessandro Michele ci ha abituati.

Pierpaolo Piccioli fa senz’altro parte degli stilisti che prediligono la sartorialità. La sua ultima sfilata parte da un capo semplicissimo, la camicia bianca, e la reinterpreta con grande abilità. “Come una scultura classica monocromatica ti spinge a esaminare la sua forma, che sia quella del corpo o il drappeggio di un tessuto, così i look in bianco di apertura accentuano l’immacolata abilità di Pierpaolo”, ha scritto Diet Prada, mentre la critica di Vogue Sarah Mower ha detto che “Sembrava una lunga boccata d’aria fresca e di ottimismo incentrata su qualcosa di noto”. Poi nella collezione erano presenti tocchi di colori neon, e alcune stampe ispirate ai quadri del pittore francese Henri Rousseau. Un’altra cosa importante sottolineata da Mower è che “Piccioli è il creatore della seconda epoca di successo per Valentino, [legata alla] moda e alla sua sensibilità per ciò che le donne di tutte le età vogliono indossare”. È questo infatti che rende lo stilista davvero speciale. Mentre l’high-street-end è una moda molto “maschile”, sia nei suoi codici estetici sia perché i suoi principali esponenti sono uomini, questo nuovo corso della moda sartoriale è orientato ai desideri e alle esigenze delle donne.

Molte scelte estetiche di Piccioli sono radicali e politicamente motivate. Ad esempio, ha voluto come testimonial l’attrice trans afroamericana Dominique Jackson, star della serie tv Pose, nell’ultima campagna pubblicitaria, diretta proprio dalla regista della serie, anche lei trans, Janet Mock. Da circa un anno il volto del marchio, poi, è quello di Adut Akech, una modella rifugiata di 19 anni di origine sudanese. Piccioli rifiuta per lei l’appellativo “musa”: pensa sia denigratorio. In un’intervista a Business of Fashion, lo stilista ha raccontato il suo incontro con Akech, il desiderio di ricongiungerla con la madre che non ha ancora i documenti per vivere a Parigi. Il 4 marzo 2018, giorno della vittoria di Salvini alle elezioni, Piccioli faceva aprire la sua sfilata haute couture da una modella nera e rifugiata, con un casting di 48 modelle nere su 65. “Far sì che un brand romano venga rappresentato dalla bellezza nera va contro tutta la xenofobia che c’è in Italia e, spero, nel mondo. Con questa collezione Valentino alta moda, la mia speranza è di far arrivare il messaggio più forte che posso. Cambia l’estetica e cambierai la percezione delle persone più che con gli slogan”, scrisse su Instagram in un post che lo ritraeva mentre abbracciava una Naomi Campbell commossa.

Adut Akech, Pierpaolo Piccioli e Naomi Campbell

Oggi il suo legame con Akech si è fatto ancora più stretto, e Piccioli è convinto di essere sulla strada giusta: “Il mio lavoro è di portare una visione inclusiva della bellezza,” ha detto a BoF. “Penso che un messaggio sia più forte se passa dall’estetica. L’immagine di una ragazza nera che indossa un abito da sogno non ha bisogno di parole. Lo streetwear è qualcosa di diverso, ma quando vedi una donna nera che indossa couture, il punto più alto della moda, il mio lavoro è fatto”. Non è certamente la prima volta che una modella nera sfila con abiti di alta moda, ma l’intento di Piccioli è quello di cambiare il nostro immaginario in modo radicale. La scelta di Valentino può sembrare un’astuta mossa di marketing, ma considerando quanto i canoni di bellezza della moda di quel livello siano stringenti, si capisce che si tratta di una scelta coraggiosa o, perlomeno, controcorrente. Per fare un esempio, solo il 32,5% delle modelle che ha sfilato nel 2018 non era caucasico, e ancora oggi alcuni designer non includono mannequin nere nei casting. Inoltre, la moda italiana sembra ancora restia a riconoscere il suo problema con la diversità. Il pubblico però sta diventando sempre più sensibile al tema del razzismo, come dimostra il famoso caso del video sui cinesi di Dolce & Gabbana o il più recente “maglione blackface” di Gucci. Nonostante si tratti di aziende multinazionali, sembra che per molte cose manchi un certo tipo di sensibilità nel nostro Paese, che invece spesso lamenta di essere vittima del “politicamente corretto a tutti i costi”. Questo “politicamente corretto” si tradurrebbe, alla fine, nell’evitare di paragonare le persone nere alle scimmie, ma ancora oggi sono pochi i marchi che riescono a fare questo minuscolo passo in più e, ad esempio, cercare di porre rimedio ai propri errori.

Per questo la visione portata avanti da Pierpaolo Piccioli è rivoluzionaria: Valentino non si vende come un brand etico, ma cerca di esserlo nei fatti. Ha saputo reinventare un marchio che rischiava di invecchiare male, e nel re-immaginare la sua estetica ha deciso anche di renderla davvero inclusiva. Ha scelto di rimettere al suo centro le donne, creando dei capi che non le facciano scomparire dietro un abito. “Penso che un passato glorioso possa essere contemporaneo. E sono le donne a renderlo tale, non i vestiti”, ha dichiarato. Piccioli è lo stilista di cui l’Italia può andare fiera: non soltanto perché fa moda meravigliosa, ma anche perché rappresenta quell’italianità che non scade nel nazionalismo o nel protezionismo di cui la retorica sul Made in Italy spesso è promotrice. La sua visione è orientata al futuro, un futuro inclusivo e diverso rappresentato dalla sua amata e multiculturale Roma.

Nonostante sia stato inserito nella prestigiosa lista delle 500 persone più influenti della moda, in Italia il suo nome non è ancora conosciuto come dovrebbe. Spesso si dice che la supremazia italiana nella couture sia finita, ma il successo di Pierpaolo Piccioli dimostra che c’è un altro modo di essere stilisti in Italia. Che fa meno rumore di uno scandalo per razzismo ma vale molto, molto di più.

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