Jacquemus è lo stilista delle cose semplici. E sta restituendo alla moda la bellezza.

La settimana della moda uomo non è nota per essere particolarmente interessante. Spesso viene vista come un’anticipazione del ben più atteso fashion month femminile, perfettamente scandito nelle quattro tappe a New York, Londra, Milano e Parigi. Ma quest’anno, a risvegliare le altrimenti soporifere passerelle della moda maschile, ci hanno pensato due attesissimi debutti: quello di Virgil Abloh per Louis Vuitton con la collezione “We Are the World” e quello di Simon Porte Jacquemus, già amatissimo per il suo womenswear, che ha presentato la sua prima collezione uomo, “Le gadjo”.

Il primo giorno di primavera, tutti gli occhi erano puntati su di lui, Virgil Abloh, un trentasettenne di origine ghanese, laureato in ingegneria civile e con un master in architettura, fondatore del marchio di streetwear Off-White. Nonostante non sia la prima persona di colore alla guida di una maison europea (prima di lui c’è stato Oliver Rousteing da Balmain), l’ingaggio di Abloh è stato celebrato come una rivoluzione culturale e le aspettative generali per  questa sfilata erano altissime. Virgil Abloh d’altronde è riuscito a trasformare il suo brand Off-White in un culto della sua personalità, circondandosi di amici ricchi e potenti e creando, assieme all’amico Kanye West col suo marchio Yeezy, l’high-street-end di cui tutti oggi sembrano andare pazzi. Abloh si è giocato il suo debutto alla grande, allestendo una passerella arcobaleno su cui ha sfilato un’impressionante varietà di modelli non professionisti, rapper e skater provenienti dalle più disparate parti del mondo – illustrate in una guida consegnata in regalo a tutti gli ospiti presenti. Tutto bellissimo. Peccato che abbia quasi fatto dimenticare che si trattasse di una sfilata. Nella lunga recensione su Vogue della fashion editor Sarah Mower, la prima descrizione di uno dei capi di Louis Vuitton arriva alla trentesima riga. Prima c’è tutto il resto: la passerella, i modelli, la politica, il concept.

Quattro giorni dopo, è stata la volta di Simon Porte Jacquemus, l’enfant prodige della moda francese, che ha presentato la sua prima collezione menswear, e l’ha fatto a Calanque de Sormiou, una riserva naturale nella costa marsigliese. Lontano da Parigi, senza nessun ospite di particolare rilievo, su una semplice passerella in cemento affacciata sul mare, sono stati presentati 33 look. In questa cornice lo stilista ha dato sostanza, con i suoi vestiti, all’idea di “gadjo”, l’uomo mediterraneo del Sud della Francia, muscoloso e lucente.

Questo è l’anno buono di Simon Porte, vincitore a gennaio del premio della giuria dell’LVMH Prix, uno dei riconoscimenti più prestigiosi nell’ambito del design della moda – nel 2014 era già arrivato finalista. La sua storia è una favola moderna. Autodidatta, ha cominciato a creare vestiti già da bambino, perfezionando la sua tecnica con gli studi presso l’École Supérieure des Arts et techniques de la Mode, poi abbandonata, e lavorando nello showroom di Comme des Garçons a Parigi. Ha fondato il suo marchio nel 2009, a 18 anni, dopo la morte della madre in un incidente stradale. Il nome del brand è dedicato a lei – “Jacquemus” era il suo cognome da nubile – eterna musa del giovane Simon.

C’è un modo diverso, raro, in Jacquemus, di concepire la moda. Per anni la couture è stata considerata il frutto del genio di uno Stilista-Artista: era la convinzione che guidava i grandi sarti che alla fine dell’Ottocento posero per primi la propria firma sull’etichetta, una manifestazione dello Spirito di matrice hegeliana. Insieme a quest’idea persistente (in realtà abbattuta già qualche anno dopo dal pragmatismo capitalista di Coco Chanel) da un lato c’è la credenza che la moda sia sempre frutto di un’espressione artistica, dall’altro c’è la convinzione che la produzione di massa abbia portato alla fine della moda.

L’ultima pietra tombale sulla couture l’ha posata la trend forecaster olandese Li Edelkoort nel 2015 con il suo manifesto “Fashion is dead. Long live clothing”, subito ribattezzato “Anti-Fashion Manifesto”. Secondo Edelkoort il sistema della moda è diventato troppo individualista, è più concentrato sullo stile che sul tessuto, ma soprattutto è stato totalmente fagocitato dalla comunicazione: “Il marketing ha ucciso l’industria della moda, sovrasfruttandola, sottoponendo gli stilisti a uno stress impensabile (devono fare tutto da soli); si sacrifica l’originalità per la ricerca costante dello slogan, saturando il mercato di prodotti fatti per costruirsi una buona immagine, pensata per essere piaciuta.” Il 2015 è stato anche l’anno dell’esplosione di Vetements, il brand che ha in un certo senso confermato le previsioni di Edelkoort e fatto gridare alla rivoluzione.

Vetements, con le sue felpe da 800 dollari e i suoi layers di ironia, è stato eletto marchio post-modernista per eccellenza: nessuno fino a oggi ha capito se il suo creatore Demna Gvasalia sia un genio della moda o un genio del marketing. Al post-modernismo è spesso riconosciuto il merito di aver reso la cultura popolare degna di attenzione: se oggi esistono tesi di dottorato sulle serie TV, saggi sui meme o facoltà come il Dams, è sicuramente merito di Derrida e compagni. Ma forse, più che un pezzo di “cultura popolare”, la famosa maglia Vetements rubata ai corrieri DHL e messa in vendita a 245 dollari sembra una paraculata. L’obiettivo di Gvasalia non è mai stato quello di legittimare il normcore. Vetements è un marchio che più che sulla bellezza o l’originalità dei suoi capi si basa sull’hype, sulla comunicazione di un lifestyle che emula il normcore, ma è chiaramente superiore – almeno in termini di prezzi: lo stesso Gvasalia ha dichiarato che non sarebbe mai disposto a spendere tutti quei soldi per dei capi di abbigliamento di quel tipo. Inoltre, al pari di Virgil Abloh, anche Demna Gvasalia deve ringraziare Kanye West per il suo successo. Forse la rivoluzione dell’high-street-end va un po’ ridimensionata.

Dopo tre anni, la morte della moda annunciata da Li Edelkoort non è avvenuta. Le vendite di Vetements sono in calo e Virgil Abloh è stato chiamato a dirigere una maison che ha 164 anni. E mentre tutti erano intenti a strapparsi i capelli per accaparrarsi l’ultima limited edition Off White indossata da qualche Kardashian, il silenzioso Simon Porte si affacciava nel mondo della moda. “Mi chiamo Simon, mi piacciono il blu e il bianco, le righe, il sole, i frutti, i tondi, la vita, la poesia, Marsiglia e gli anni ‘80,” scrive nella sua biografia di Instagram. Jacquemus è fatto di cose semplici. Lo ripete spesso nelle sue interviste. Ama la Francia come si ama la propria terra natale, senza sfociare nel nazionalismo o nel protezionismo come sono soliti fare certi stilisti del nostro Paese. Per lui la Francia, e ancor più Marsiglia, sono soprattutto casa. A maggio 2017 ha inaugurato la mostra “Marseille je t’aime”, in concomitanza con l’uscita del suo primo libro dallo stesso titolo. Lì è racchiusa la visione di Simon Porte sulla sua nazione, sulla vita, sul sole, sui fiori. Il suo obiettivo è quello di far “sorridere di più le persone, farle cantare in mezzo alla strada.” Simon Porte non è né lo Stilista-Artista che ambisce a creare opere d’arte, un nostalgico della haute couture, né il creativo di strada che pensa che l’eleganza sia ormai superata.

Dal libro “Marseille je t’aime” di Simon Porte Jacquemus

Simon Porte sembra aver capito quello che molte volte si perde quando si ragiona sulla moda, quando ci si affanna a giustificarla o a trovare chissà quali significati nascosti. La moda è soprattutto abbigliamento, quindi anche estetica, bellezza. Negli ultimi anni ci si è convinti sempre più che “il medium è il messaggio”, come diceva Marshall McLuhan, ovvero che è più importante comunicare qualcosa attraverso i vestiti che indossarli. È vero, gli abiti hanno da sempre significati che vanno ben al di là del semplice coprirsi: esoterici, religiosi, erotici, politici. Ma possono anche più semplicemente essere abiti, e basta.

E possono essere anche qualcosa che è bello mostrare, toccare e vivere. La magia di Jacquemus sta in questo: i suoi vestiti sono semplicemente bellissimi. Non sono opere concettuali da sfoggiare solo durante la settimana della moda che non indosserai mai più. Sono vestiti da indossare, e nel 2018 non è qualcosa di poi così scontato. “Io creo storie e abiti per la libertà”, ha dichiarato Simon Porte in un’intervista. Slegati dalle logiche correnti della moda, con un prezzo abbastanza accessibile e senza alcun accenno di sovrastruttura, i suoi abiti sono la vera controtendenza.

È vero, come tanti brand del mercato attuale anche Jacquemus comunica un lifestyle, ma un lifestyle a cui non possono ambire solo fashion editor o rapper milionari: il sole, la felicità, rotolarsi nell’erba, ballare. Se ha ragione Li Edelkoort nel dire “La moda è morta, lunga vita agli abiti,” allora la moda è morta, lunga vita a Jacquemus.

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