Lucio Dalla e Massimo Osti: come la scena bolognese degli anni '70 ha cambiato la creatività italiana - THE VISION

Bologna negli anni Settanta era un terreno fertile per le avanguardie. Il fermento culturale della città si fondava sulla contaminazione tra discipline diverse; tutto era collegato, gli artisti nel post Sessantotto avevano il coraggio e i mezzi per osare. Bologna divenne così l’alcova di musicisti, designer, fotografi, fumettisti, tutti gli operai e i nobili dell’arte che si riunivano per condividere idee e pulsioni. Le genialità individuali erano al servizio del collettivo, in un contesto tra comune e mecenatismo che permetteva ai giovani talenti di emergere e ai più affermati di poter espandere le proprie conoscenze. Alcune di queste genialità erano particolarmente spiccate, e bastava un incontro per far esplodere la potenza creativa e dar vita a qualcosa di speciale. Quello tra Lucio Dalla e Massimo Osti rappresentò una collisione tra universi, e fu sublime.

Massimo Osti entrò nel mondo della moda da una porta secondaria. Faceva il grafico pubblicitario, era affascinato dalle stampe e dal potere della comunicazione. Quando nei primi anni Settanta disegnò la prima linea di magliette, usò i metodi che appartenevano al suo passato lavorativo: la quadricromia, la stampante come fucina di sperimentazioni, con il colore sempre più desaturato, fino ad applicarlo sulle T-shirt. Non intendeva semplicemente entrare nel mondo dell’abbigliamento: voleva rivoluzionarlo. E lo fece, con metodi all’epoca estremamente innovativi. Testò la lavorazione del tinto in capo, giocando con i toni cromatici fino a raggiungere colori unici; realizzò tessuti bicolore reversibili per creare l’effetto di un capo usato, vissuto; trasformò indumenti specifici in urban sportswear, come i piumini da montagna sdoganati per la città e gli abiti sportivi resi casual. Cambiò il nostro modo di vestire e la moda stessa, avvicinandola alla vita di tutti i giorni grazie a proposte versatili, innovative e universali.

In quegli anni Lucio Dalla era nel pieno di una metamorfosi divisa in tre fasi. La prima, quella del successo popolare attraverso Sanremo nel 1971 e nel 1972, quasi rigettata per non cavalcare il facile consenso. La seconda, caratterizzata dalla collaborazione con il poeta Roberto Roversi e improntata sulla sperimentazione, sull’impegno civile e politico nei testi, sulla ricerca di suoni e mondi nuovi. La terza, dopo la rottura con Roversi, segnata dalla decisione di scrivere i propri testi e riabbracciare il grande pubblico, pur mantenendo la curiosità per sonorità mai banali. La costante era Bologna, vissuta in un decennio di mutamenti e influenze in ogni campo: lì Dalla non si limitava ad abitare, ma viveva intensamente i moti artistici che nascevano sotto le sue torri. Fu dunque inevitabile l’incontro con Osti, alfiere di un cambiamento che stava ormai dettando le leggi di una nuova visione all’interno della società, e che Dalla abbracciò senza remore.

Intanto l’impero di Osti stava mettendo su le fondamenta. Spinto dalla passione per i fumetti, chiamò la sua azienda Chester Perry, come quella dove lavorava Bristow, protagonista delle omonime strisce apparse sulla rivista Linus. In seguito l’azienda assunse il nome di C.P. Company, e Osti non smise mai di seguire le correnti fumettistiche di tutto il mondo. In particolare a Bologna, sul finire degli anni Settanta, c’era un ragazzo che aveva abbandonato il DAMS a pochi esami dalla laurea e il cui nome stava iniziando a girare. Era Andrea Pazienza, e Osti iniziò a tenerlo d’occhio. Pazienza cominciò a entrare nei gruppi delle riviste di fumetto underground, come ad esempio Cannibale, che vedeva la presenza di artisti del calibro di Stefano Tamburini, Massimo Mattioli, Tanino Liberatore e Filippo Scozzari. Insieme a Vincenzo Sparagna, il gruppo di Cannibale fondò nel 1980 il mensile Frigidaire. Pur operando in due settori diversi, Osti e Pazienza stavano attuando la stessa operazione: in un mondo di supereroi – il fumetto – e di supermodelli – la moda – entrarono in gioco tinte più sporche, più simili alla caducità della vita stessa.

Andrea Pazienza e Marina Comandini

Nel mentre Dalla e Osti erano diventati sempre più intimi, forse perché complementari. Il primo era un vulcano di parole, non restava mai in silenzio e amava ubriacarsi della compagnia delle persone e delle loro storie; il secondo, al contrario, era taciturno e introverso, osservava gli altri, dosando le parole, e prendeva spunto dalla quotidianità per partorire nuove idee. Così diversi, eppure legati da una genialità simile, figlia della curiosità. Quando Dalla, nel 1979, partì in tour con Francesco De Gregori per il progetto Banana Republic, Osti decise di realizzare con la C.P. Company una giacca harrington per celebrare l’evento e che i due potessero indossare sul palco. Dalla era l’anti-modello, quanto di più lontano potesse esserci nell’immagine dai canoni della moda dell’epoca, ma per Osti era perfetto. D’altronde era il decennio in cui l’immagine degli artisti poteva assumere stonature volute, sotto l’impulso di stilisti, designer e protagonisti fuori dal mondo della musica. Malcolm McLaren aveva aperto un negozio di abiti promuovendo maglie stracciate e spille da balia, e dall’idea di un look addirittura creò i Sex Pistols. Lo stesso Dalla fuori dalle note legava la sua iconicità a un modo di vestire tutto suo, tra berretti e abiti strettamente riconducibili all’artista. Osti lo capì, e il connubio fu vincente.

Lucio Dalla e Francesco De Gregori, 1978

Per il quarantesimo compleanno di Dalla, nel 1983, la rivista Linus decise di omaggiare il cantautore bolognese pubblicando un ritratto realizzato da Pazienza e colorato da Vincenzo Mollica. Non fu un atto dovuto, Pazienza non disegnava mai per caso, e avvenne lo stesso quando l’anno dopo gli arrivò una proposta particolare. Una nota casa automobilistica aveva chiesto a Massimo Osti di creare un concept per delle tute da lavoro; la commissione fu accettata a una condizione: Pazienza avrebbe dovuto disegnare le patch applicate sulle tute. La collaborazione non si concretizzò oltre i prototipi, ma confermava l’attenzione di Osti per avanguardie e sperimentazioni, oltre che la capacità di riconoscere i talenti e valorizzarli.

Gli anni Ottanta furono per Dalla e Osti il decennio del successo fuori dai confini italiani. Osti riuscì ad allargare il suo universo senza frenare il gusto della ricerca, come lo studio di tessuti mai usati per l’abbigliamento. Un esempio di innovazione riguarda la creazione della Goggle Jacket. Osti studiò gli indumenti dell’esercito giapponese e scoprì che dentro i cappucci avevano delle lenti protettive. Sembrava un’idea bizzarra, ma decise di cucire le lenti all’interno delle giacche e diede vita a un indumento diventato iconico. In pratica, il mestiere dello stilista si fuse con quello dell’inventore.

Massimo Osti

Dalla non fu da meno sulle contaminazioni e sul desiderio di uscire dalla propria comfort zone. Nel 1986 decise di pubblicare Caruso, una canzone vicina alla tradizione napoletana, ma cantata da un bolognese. Certamente un azzardo, ma col tempo divenne la canzone italiana più famosa di sempre all’estero dopo Nel blu dipinto di blu. Il respiro internazionale avvolse anche Osti, che nel 1987 venne invitato a Berlino per rappresentare l’industria dell’abbigliamento italiano in occasione del 750esimo anniversario della fondazione della città. Venne chiamato anche da Sting per l’iniziativa Rainforest Foundation, tesa a contrastare la deforestazione dell’Amazzonia, e aprì un negozio C.P. Company all’interno del grattacielo Flatiron di New York. Dagli esperimenti con le fotocopie al successo planetario, da Bologna a New York, fu la consacrazione di un sogno.

Lucio Dalla, 1987

Eppure la visione di Osti continuava a considerare tutto ciò che restava fuori dai grandi palazzi della moda. Capì che il termine fashion non poteva prescindere da una fruibilità più capillare, e così divenne editore del C.P. Magazine. Era una rivista-catalogo distribuita in edicola dove i capi dell’azienda venivano mostrati attraverso le fotografie. Ovviamente Dalla accettò di finire in copertina. L’operazione di marketing divenne espressione artistica, e la tiratura del magazine superò le 50mila copie, contro ogni previsione. 

La storia di questi due amici bolognesi è il paradigma della fantasia al potere, della realtà locale che diventa fucina di idee per poi crescere e rendere popolare l’alternativo, accessibile la ricercatezza. Dalla e Osti, il rumoroso e il silenzioso, rappresentano un vanto in un Paese che troppo spesso tarpa le ali alle eccellenze, e per questo vanno ricordati come esempio di genialità funzionale, matrice di un cambiamento di cui ancora percepiamo le tracce.


Questo articolo nasce in collaborazione con C.P. Company, il brand fondato cinquant’anni fa dal designer bolognese Massimo Osti, che quest’anno celebra l’anniversario e il rapporto di Osti con Lucio Dalla con una capsule collection che verrà lanciata nel mese di marzo. Il 4 marzo è infatti il giorno del compleanno di Lucio Dalla, per Bologna una sorta di Natale pagano nel quale in tutta la città risuona la sua musica. Tra le iniziative per celebrare questa giornata, c’è anche l’uscita del documentario Lucio Dalla e Massimo Osti. Imprendibili. Realizzato da C.P. Company e dalla Fondazione Lucio Dalla, racconta il sodalizio tra due visionari che hanno attraversato da protagonisti quella new wave bolognese, segnandone i contorni.

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