Come la lingua cambia il modo in cui vediamo il mondo

Vladimir Nabokov scrisse due versioni della propria autobiografia, Parla, ricordo. La prima, in inglese, ebbe così tanto successo che quando una casa editrice gliene chiese una in russo, la sua lingua madre, accettò convinto di limitarsi a tradurre la precedente. Quando iniziò a lavorarci, però, si ricordò molte più cose di quelle che gli erano venute in mente scrivendo in inglese e il nuovo memoir risultò completamente diverso. Così, decise di tradurre di nuovo il manoscritto, questa volta dal russo all’inglese, nella versione che oggi conosciamo. Scrivere e ricordare in russo aveva portato a galla dettagli ed episodi che in un’altra lingua sarebbero andati completamente perduti.

Vladimir Nabokov

Se la lingua influenzi o meno la società e il pensiero, l’attenzione e la memoria, è una questione non ancora del tutto risolta per antropologi, linguisti e filosofi. In qualche modo somiglia alla domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina: non ci è possibile pensare a una cosa per cui non esiste una parola nel nostro vocabolario, o non abbiamo quella parola perché non conosciamo l’oggetto o l’esperienza a cui farebbe da “etichetta”?

Agli inizi degli anni Quaranta, l’antropologo e linguista statunitense di origine tedesca, Edward Sapir e il suo allievo Benjamin Lee Whorf studiarono l’Hopi, una lingua dei Nativi Americani diffusa nel Nord-Est dell’Arizona. Il confronto con lingue più familiari – come il latino, il tedesco e l’inglese – portò alla scoperta di alcune sostanziali differenze: suoni non presenti negli idiomi europei, verbi con parti aggiunte per riferirsi alla forma degli oggetti o alla fonte di un’informazione. I ricercatori conclusero che un tale sistema linguistico doveva per forza avere un effetto sulla mente della popolazione studiata: “Le realtà in cui vivono le diverse popolazioni sono mondi distinti, non semplicemente la stessa realtà con parole diverse.” Per secoli, infatti, si erano considerate le parole semplicemente come etichette per determinati concetti, ritenendo il suono prodotto nel pronunciarle l’unica differenza tra le lingue. Ora, invece, veniva proposta una teoria secondo cui il ruolo della lingua e della grammatica nel triangolo linguaggio-pensiero-cultura consisteva soprattutto nel porre l’attenzione su particolari aspetti dell’esperienza, partendo dall’osservazione che è difficile separare del tutto la realtà oggettiva dai simboli linguistici utilizzati per descriverla.

Villaggio Hopi

Nel suo ultimo saggio Cromorama – come il colore ha cambiato il nostro sguardo, Riccardo Falcinelli, visual designer e insegnante di Psicologia della percezione presso l’Isia di Roma, racconta di come, essendo figlio di genitori che dipingono, abbia sempre avuto chiara la distinzione tra le varie tonalità di blu, come il ciano, l’oltremare o l’avio, mentre per il nonno, che lavorava in banca, queste tinte finivano tutte sotto la definizione di “blé”.

Esemplificativi della disomogeneità tra parola e percezione sono due esperimenti, citati nello stesso libro. Il primo fu condotto sulla popolazione dei nubiani, a cui venne chiesto di raggruppare a due a due e per colore alcune matasse di lana. Il compito fu eseguito in maniera perfetta, ma quando si chiese di etichettare ogni gruppo con il nome della tinta corrispondente, i verdi e i blu finirono nella stessa classe e la motivazione fu che, nonostante riconoscessero i due colori come diversi fra loro, gli sembrava sciocco utilizzare due parole diverse per definirli. Il secondo, invece, è uno studio redatto nel 1969 da due antropologi, Brent Berlin e Paul Kay, che dopo aver intervistato madrelingua di novantotto lingue diverse sono arrivati alla conclusione che nelle popolazioni in cui il vocabolario del colore è ridotto a due soli termini questi sono sempre bianco e nero. All’aumentare delle parole compaiono poi il rosso, il verde e il giallo. L’attributo che viene percepito prima di tutti per descrivere al meglio le sembianze del mondo sembra, quindi, la luminosità.

Nubiani

La comunità aborigena dei Pormpuraaw, in Australia settentrionale, ad esempio, non utilizza le direzioni come noi. Per loro “destra” e “sinistra” sono concetti sconosciuti perché per parlare dello spazio utilizzano i punti cardinali. Come se noi dicessimo, “Passami quel libro sullo scaffale a nord-est”. È chiaro come questo aspetto influenzi. Dalla rappresentazione che abbiamo dello spazio, infatti, dipende anche quella di una delle categorie più importanti per l’uomo: il tempo.

Lera Boroditsky, professoressa associata di Scienze Cognitive all’Università di Stanford e capo redattrice di Frontiers in Cultural Psychology, ha testato empiricamente come al variare della lingua vari anche quest’ultimo elemento. In italiano, per esempio, diremmo che il presente è adesso, il futuro sta davanti a noi e il passato alle spalle e, se ci chiedessero di disporre delle immagini in ordine cronologico la successione avverrebbe da sinistra a destra. I Pormpuraaw, invece, le ordinano da est a ovest, così come si muove il sole: quando sono rivolti a sud, le fotografie vanno da sinistra a destra, e quando sono rivolti a nord, da destra a sinistra.

Comunità Pormpuraaw

Ecco perché per imparare una lingua non basta fare memoria dei vocaboli. Bisogna, piuttosto, capire le differenze tra le rispettive visioni del mondo e cambiare il proprio approccio alla realtà, fin nelle interazioni con sé stessi, gli oggetti e gli altri individui. Le lingue più esotiche che di solito studiamo però sono il giapponese, il cinese o l’hindi – non di certo il pormpuraaw – e il più delle volte restringiamo ancora di più il campo, focalizzandoci su quelle europee. Se pur molto più sottili, alcune differenze sussistono anche in questi casi: ad esempio, gli inglesi sono più propensi a misurare il tempo riferendosi alla lunghezza e alla distanza, mentre gli spagnoli e i greci alla quantità. È stato provato che quest’ultimi, di conseguenza, alla vista di un contenitore che viene riempito, legano la percezione del tempo trascorso a quanto l’oggetto sia pieno, considerando il tempo in funzione del volume. Queste sfumature le conoscono bene i traduttori.

In uno studio condotto in inglese su madrelingua tedeschi e spagnoli, si è notato come la percezione di qualcosa cambi in base al genere a cui appartiene. “Ponte” è un sostantivo femminile in tedesco e maschile in spagnolo: utilizzando la lingua inglese, che non ha una classificazione per genere, i primi hanno inserito attributi come “bello, elegante, fragile, pacifico”, mentre i secondi “grande, pericoloso, forte, imponente”. Il test è stato ripetuto per ventiquattro sostantivi e il risultato è stato sempre simile.

In quest’ottica è più chiaro comprendere l’ondata di odio che ha colpito Laura Boldrini, ex Presidente della Camera, durante la sua battaglia nel declinare al femminile mestieri che nel dizionario erano presenti solo al maschile. Presidenta. Presidentessa. Non era tanto dovuta a una presunta difesa filologica della lingua, quanto del sistema patriarcale sancito dalla parola.

Laura Boldrini

La forza che ha il linguaggio di modellare la maniera in cui la realtà viene rappresentata e percepita – e vicecersa – rende l’ampliamento del vocabolario personale una parte fondamentale dell’educazione di ognuno, in quanto significa espandere la capacità di pensiero, sperimentare il mondo diversamente e connettersi meglio gli uni agli altri. La lingua funziona da filtro della percezione, della memoria e dell’attenzione.

Le lingue sono esseri viventi, materia organica, si evolvono e si adattano, si ampliano e si riducono. Al mondo ne esistono fra le sei e le dodicimila. Ethnlogue, il più vasto catalogo linguistico, ne conta 7097, senza considerare tutta la varietà di dialetti, che rende ancora più difficile il calcolo. L’Unesco ha però lanciato un grave allarme: sono a rischio d’estinzione 2500 lingue. Negli ultimi 500 anni ne sono scomparse almeno la metà e questo processo oggi diventa sempre più rapido: gli studiosi di linguistica prevedono che entro la fine di questo secolo circa il 90% degli idiomi non esisterà più.

Ogni volta che muore una lingua si perdono anche le tradizioni, il sapere e l’arte che porta con sé. Per citare un grande ricercatore nel settore del linguaggio, Anthony Aristar: “Una lingua non è fatta solo di parole e grammatica, è una rete di storie che mettono in contatto tutte le persone che usano e hanno usato in passato quella lingua, ha in sé tutte le conoscenze che una comunità linguistica ha lasciato ai suoi discendenti. La morte di una lingua è come la morte di una specie, con essa si perde un anello della catena e tutto ciò che quella parte significava per il tutto”.

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