Giovanni Gastel rimarrà uno dei più grandi fotografi italiani di sempre - THE VISION

Per Giovanni Gastel essere un artista significava non essere conformista. Fotografo di fama internazionale, diceva sempre che per sviluppare un proprio stile è necessario scavare dentro se stessi, rintracciare la parola che più ci rappresenta e costruire la nostra estetica su questa base. Lui aveva scelto “eleganza”, da lui vissuta come un imperativo etico ancora prima che estetico, sostenendo che un gentiluomo si riconosce dal fatto che paga le tasse e rispetta tutti, donne e uomini. Tutti quelli che lo conoscevano hanno sempre visto in lui la coerenza di vivere guidato da questo principio. Per questo, il giorno della sua scomparsa – il 13 marzo scorso – si sono susseguiti i messaggi sia di chi lo aveva incontrato solo per poche ore che di chi lo conosceva da una vita: stilisti, imprenditori e artisti che hanno voluto dedicare un pensiero a un fotografo di grande estro e a un uomo dalla gentilezza quasi anacronistica. Giovanni Gastel è scomparso per le complicanze del Covid: affetto da enfisema polmonare, era stato ricoverato all’Ospedale Fiera di Milano dopo un grave peggioramento delle sue condizioni. Aveva compiuto 65 anni lo scorso 27 dicembre.

Nato a Milano da Giuseppe Gastel e da Ida Visconti di Modrone, Gastel era l’ultimo di sette figli. Cresciuto in un contesto socialmente e culturalmente ibrido – la madre apparteneva a una famiglia nobile e il padre alla borghesia – da piccolo è vittima di un tentativo di rapimento. In un’intervista il fotografo raccontò la reazione di sua madre in seguito all’episodio: “Mi disse non ti prendo una guardia del corpo perché sarebbe un segnale per farti rapire. Non ti compro una pistola perché ti spareresti su un piede. Non ti mando all’estero perché nei momenti difficili noi rimaniamo nel nostro Paese, quindi non farla tanto lunga”. Una madre pragmatica e di grande ironia, che ha educato Gastel con una rigidità che lui stesso lodava, perché lo aveva reso ciò che era. Il padre di Gastel era al contrario un uomo apprensivo, che con le sue premure faceva da contrappeso all’educazione spartana della madre. Gastel era anche nipote di Luchino Visconti, grazie al quale conobbe fin da piccolo la magia del cinema, che lo avrebbe influenzato negli anni della sua formazione.

Luchino Visconti

Giovanni Gastel si descriveva come un malinconico sempre sorridente, una personalità inquieta che attraverso la fotografia aveva provato a costruirsi un mondo a sua dimensione. Il suo primo amore è stato però la poesia, passione mai del tutto accantonata – anche negli anni di maggiore successo come fotografo. Chi lo conosceva sa che aveva sempre con sé un taccuino sul quale appuntare le sue riflessioni. Capace di incantare con le parole oltre che con le immagini, Gastel abbandona però presto l’idea di diventare un poeta di professione. “Una mia fidanzata trovava i poeti noiosissimi e iniziò a dirmi che facevo delle fotografie bellissime”. Poco tempo dopo la ragazza lo lascia per sposare un notaio, ma Gastel segue comunque il suo consiglio, iniziando a lavorare con le più grandi case di moda italiane e francesi. Gli inizi però, come spesso accade, non sono affatto rosei. La famiglia di Gastel, infatti, non appoggia la sua scelta di non frequentare l’università per dedicarsi alla fotografia, in un’epoca in cui vivere di questa professione era considerato utopico. 

Tra il 1975 e il 1976 arriva per lui la prima occasione per mettere a frutto ciò che aveva appreso negli anni di studio, con un lavoro per la casa d’aste britannica Christie’s. Ma è nei primi anni Ottanta che arriva la consacrazione: Carla Ghiglieri diventa la sua agente nel 1981 e, solo un anno più tardi, un suo scatto raffigurante una natura morta viene pubblicato sulla rivista Annabella. Tutti notano quello scatto, e per Gastel arrivano le prestigiose collaborazioni con Vogue Italia e altre importanti riviste di moda. A partire dagli anni Ottanta, Gastel collabora con i maggiori stilisti italiani, da Versace a Missoni, da Trussardi a Krizia, passando per Ferragamo e Tod’s. Negli anni Novanta, poi, arriva l’ulteriore svolta: inizia a lavorare per alcune case francesi – tra cui spiccano i nomi di Dior e Guerlain – e il successo ottenuto lo porta fino in Spagna e nel Regno Unito.

Dalla serie “Maschere e Spettri”, Giovanni Gastel

Quando qualcuno gli domandava cosa fosse lo stile, Gastel rispondeva senza esitazioni che si tratta di un mix di personalità e senso estetico, di capacità di cogliere ciò che sta al di sotto della superficie della realtà, filtrandolo attraverso le maglie del proprio punto di vista. Per Gastel un artista si riconosce in quanto creatura distonica, che fa della distonia il proprio punto di forza e che, con audacia e senza pudore, mette a nudo i recessi della propria anima. “Il lavoro creativo consiste nel vedere tutto da una posizione distonica. La verità è che quasi tutti noi siamo confortati quando facciamo nostre le opinioni generali, perché purtroppo l’uomo è un animale che vive in gruppo”. Gastel era un anticonformista che amava diventare protagonista del suo scatto insieme al soggetto che ritraeva, con il quale era capace di instaurare un gioco di seduzione impalpabile, fatto di intimità e complicità istantanee. Spaziando dal mondo della moda ai ritratti in studio, riuscì a dare un’impronta autoriale anche alle sue campagne commerciali.

Chi ha conosciuto Gastel ricorda un uomo ironico ma mai tagliente, acuto nella sua pacatezza. Testimone del passaggio dall’analogico al digitale, per lui ogni rivoluzione costituiva un’occasione per cogliere nuovi, interessanti aspetti del reale; per questo criticava chi guardava al digitale con rigido snobismo, rimpiangendo i fasti della passata tecnologia. Gastel non aveva mostrato perplessità neppure davanti alla rivoluzione del mezzo fotografico apportata dall’avvento degli smartphone: “Fino all’avvento dell’elettronica la fotografia è stata una tecnica, oggi è diventata un linguaggio. Ieri il fotografo gestiva il mistero, c’era una parte alchemica nel suo lavoro […]. L’elettronica ha detto no, la fotografia deve diventare una lingua. Attraverso gli iPhone noi parliamo al mondo tramite le fotografie. Oggi tutto il mondo ha una macchina fotografica in tasca e questo mi rende felice. Quando hanno insegnato a scrivere a tutti, gli scribi hanno pensato che sarebbe stata la fine, e invece è proprio lì che è nata la scrittura”.

Profondamente influenzato dalle arti figurative – che studiava fin da piccolo da autodidatta – Gastel sviluppò uno stile inconfondibile che lo portò, negli anni 2000, a diventare un maestro nell’arte del ritratto. Capace di cogliere l’intimità dei personaggi andando oltre etichette e pregiudizi, Gastel scrostava via la patina da ogni volto per ricreare e ri-raccontare il personaggio sotto una luce inedita, spiazzante ma sempre autentica. Il suo estro lo portava a sovvertire ogni regola, restituendo ai personaggi che ritraeva un’immagine magnetica e mai rassicurante, animata da qualcosa che nessuno specchio sarebbe stato capace di catturare. “I fotografi non sono specchi, sono filtri”, diceva spesso Gastel. Sono più giocatori d’azzardo che artisti. “La funzione dell’autore non è rispecchiare il reale che già c’è. È alludere al reale per crearne uno parallelo”. Il suo obiettivo ha immortalato un gran numero di celebrità del mondo dell’arte e della cultura, dello spettacolo e della politica, e duecento di questi ritratti sono stati riuniti in occasione di una mostra al Museo Maxxi di Roma nel 2020. Con una collezione di volti che va dall’amico curatore Germano Celant a Vasco Rossi, da Bianca Balti a Barack Obama, l’exibit ha messo in luce e consacrato il talento del fotografo e il magnetismo dei suoi scatti in bianco e nero.

Dalla serie “Angeli Caduti”, Giovanni Gastel, 2015

Avverso al photoshop, Gastel preferiva giocare sui contrasti e usava la luce naturale per cogliere un’altra luce fondamentale: quella che, a suo dire, emergeva dal mondo interiore dei soggetti che immortalava. Quando gli si chiedeva di spiegare cosa fosse il talento, Gastel alludeva a una frase di Picasso secondo cui “il genio sono otto ore di lavoro al giorno”. Al duro lavoro, Giovanni Gastel ha sempre affiancato l’abitudine di scavare a fondo per trovare l’idea giusta: “La prima, la seconda, la terza, la quarta cosa che ti viene in mente non dovresti mai farla. Parti dalla quinta, perché alle prime quattro hanno già pensato tutti”. Alla base di quello stile che lo ha reso uno dei maggiori fotografi italiani di tutti i tempi, c’è il gioco intellettuale di scovare la realtà sotterranea, di rintracciare ciò che si cela dietro al visibile. Nella strutturazione della sua poetica, rivelò Gastel, hanno ricoperto un ruolo basilare i consigli dello zio Luchino Visconti, che lo esortava ad abbattere il muro tra ciò che si fa e ciò che si è perché solo in questo modo l’arte può risultare autentica. Giovanni Gastel ha fatto suo questo consiglio, e forse anche per questo è stato capace di lasciare una traccia della sua sensibilità in ogni scatto.

Ninfe di Giovanni Gastel e Uberto Frigerio

Personalità inquieta ma capace di comunicare una grande serenità, Giovanni Gastel rifletteva sul concetto di tempo e di morte e sul senso profondo dell’esistenza. Oltre a un rapporto peculiare con la fede (“La cerco continuamente, mi accompagna anche quando non c’è”), Gastel diceva di vivere solo nel tempo presente, senza considerare né il passato né il futuro. Una scelta forse contingente per lui che, da artista, era abituato a vivere una vita di alti e bassi (“nel nostro mondo sei considerato un genio il mercoledì e un deficiente il giovedì”). A partire da questa consapevolezza, Gastel si era inventato un modo personale di percepire la vita, godendone appieno e limitandone al massimo i contraccolpi. Forse per questo dalle sue parole emergeva la saggezza di chi ha scavato dentro se stesso non solo per trovare il proprio posto nel mondo, ma anche per riuscire a vivere con serenità una condizione da apolide.

A proposito della pandemia di Covid, Gastel parlava così solo pochi mesi fa: “Questo periodo di emergenza sanitaria lo vivo come un attacco alieno. Speravo di combatterlo in un mondo unito e coeso, cosa che in realtà non è successa”. Si coglie un po’ di amarezza e un comprensibile smarrimento nelle parole di un artista che ha saputo creare un nuovo modo di parlare attraverso le immagini e di sublimare la realtà ammantandola di eternità. L’assessore alla Cultura del Comune di Milano Filippo Del Corno lo ha definito “Un interprete eccezionale degli anni che ha vissuto, un testimone straordinario della contemporaneità, che grazie alle sue fotografie continuerà a raccontarci di se stesso e dei tempi che abbiamo condiviso”, e non si può che concordare con queste parole. Ma Giovanni Gastel è stato anche un uomo garbato e riflessivo, un poeta che amava raccontarsi anche attraverso i propri versi, che oggi rivelano un suo lato inedito e dal sapore agrodolce: “Brilla sole sulla mia testa matta. La vita è una struttura fragilissima. Ma viverla è bellissimo”.

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