Giorgio Moroder: biografia dell'uomo che ha inventato la musica dance

Nel 2013 i Daft Punk pubblicano il loro quarto album, una delle tracce più apprezzate è Giorgio by Moroder, in cui sentiamo il compositore pronunciare l’iconica frase “My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio”. Se il tributo dei Daft Punk è l’occasione per i giovani di riscoprire uno dei padri fondatori della disco italiana, per i fan di vecchia data è un ritorno alle atmosfere che hanno reso grande Giorgio Moroder. Perché è innegabile che il produttore di Bolzano sia stato fondamentale per lo sviluppo della musica dance, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Ed è innegabile il fatto che la sua musica sia capace ancora oggi di far ballare migliaia di persone, come probabilmente accadrà all’arena del Castello Maniace di Ortigia in occasione della sua esibizione al Festival OSS19, il prossimo 26 luglio.

Giorgio Moroder è una figura particolare all’interno della musica pop: il segreto del suo successo, che dura dagli anni Settanta, non sta solo nella qualità della sua musica ma anche nel suo modo di lavorare. Moroder è sempre attento agli sviluppi delle nuove tecnologie e ai nuovi suoni in ambito techno. L’attitudine giocosa con cui ancora oggi si approccia alla musica è la stessa che nella vita lo fa essere ottimista, un punto di riferimento genuino all’interno di una scena pop spesso piena di ombre. Se negli anni Ottanta Moroder ha incarnato l’edonismo e la voglia di liberarsi sulla pista da ballo, oggi non solo resta il pioniere del genere, ma anche un padrino e un maestro, un punto di riferimento che quando non è dietro la consolle ha un atteggiamento pacato e riflessivo. Per questo può permettersi di essere un’icona con naturalezza, semplicemente “Giorgio”, come nella canzone dei Daft Punk: e basta questo per mandare in visibilio la folla.

Moroder nasce nel 1940 a Ortisei, in Val Gardena, da una famiglia di origine ladina. La commistione culturale dell’ambiente in cui cresce è forte e lo influenza: innanzitutto perché, essendo un territorio di confine, Giorgio è influenzato dalla cultura italiana, tedesca e ladina. Allo stesso modo la famiglia Moroder è composta da artisti, fra pittori, scultori e scrittori, e Giorgio vive quindi a contatto con l’arte da quando è piccolo. Per questo sin dalla prima adolescenza si interessa alla musica, imparando a suonare la chitarra, e formando con alcuni amici il gruppo rock Happy Trio. Nei primi anni Sessanta il giovane Moroder gira l’Europa con varie band, esibendosi negli alberghi e venendo a contatto con le scene musicali di tutto il continente. Nel ’67 decide che la sua base sarà Berlino, città in cui si stabilisce e inizia a lavorare come fonico, turnista e produttore.

Le sue prime produzioni, ancora nel solco del rock, risalgono alla fine degli anni Sessanta. Moroder riceve quel tanto di attenzione che basta per convincerlo che la musica è davvero la sua strada, ma la vera svolta si ha negli anni Settanta, quando si trasferisce a Monaco e apre il suo studio, l’Arabella House, in cui inizia a sperimentare le potenzialità dei sintetizzatori modulari e dove, negli anni successivi, passeranno a farsi produrre i più grandi, da T-Rex ai Rolling Stones, da David Bowie ai Queen. Solo pochi anni prima, nel ’63, l’ingegnere statunitense Robert Moog aveva messo in commercio uno dei primi sintetizzatori a tastiera, in grado di riprodurre una grande quantità di suoni. Moroder ha 24 anni ed è uno dei primi ad adottare il Moog in fase di composizione: il risultato è Son of my father, il primo pezzo composto con il sintetizzatore a scalare le classifiche. L’ambiente tedesco è fertile, perché Moroder può confrontarsi con altri musicisti affascinati dalle nuove possibilità degli strumenti analogici. Sono gli anni in cui i Tangerine Dream tracciano la via della musica elettronica pubblicando Electronic Meditation e i Kraftwerk abbandonano i territori del krautrock per trasformarsi negli “androidi” di Autobahn.

Arnold Schwarzenegger e Giorgio Moroder su uno yacht a Los Angeles, California, 1979

Se questi gruppi scelgono un approccio radicale, Moroder batte altre vie: cerca di introdurre il germe dell’elettronica all’interno della musica pop. Nel ’74 instaura un sodalizio artistico con Donna Summer, cantante statunitense di stanza in Germania. Moroder si innamora della sua voce particolare, capace di essere erotica ed evocare paesaggi onirici allo stesso tempo, e decide di produrne il disco. Lady of the Night è il primo album di Donna Summer, in cui Moroder affina la sua conoscenza del genere pop. Il disco ottiene un buon riscontro e Moroder produce anche il suo secondo lavoro Love to Love You Babe, nella cui traccia omonima il duo Summer-Moroder decide di rischiare il tutto per tutto. Si tratta infatti di una lunga suite di 16 minuti in cui la cantante libera la propria carica sensuale simulando diversi orgasmi. Nonostante la censura radiofonica, il pezzo è un successo nelle discoteche: la durata non convenzionale è pensata per chi vuole ballare e la voce di Summer racconta di liberazione sessuale ed espressione del proprio corpo. Moroder e Summer stanno rivoluzionando il pop: pezzi lunghi, ritmati, in cui la cantante sussurra versi lascivi, canzoni non più pensate per le platee dei concerti ma per le piste da ballo sempre più affollate. Un altro capitolo importante di questa rivoluzione è il singolo I Feel Love, del ’77, dove l’erotismo di Donna Summer si stende su una base algida, spaziale, perfetta per accompagnare i movimenti del corpo sulla pista. Ancora una volta Moroder confeziona una hit da classifica e, soprattutto, apre la strada alla disco music.

Donna Summer e Giorgio Moroder, 1975

Moroder è capitale per lo sviluppo della musica pop occidentale, perché intuisce un trend ancor prima che esploda, e ne modella il suono per il decennio a venire. I Settanta sono gli anni del rock: le chitarre sporche degli Stooges, le cavalcate dei Led Zeppelin, la psichedelia dei Pink Floyd. E sono anche gli anni del punk, dei testi urlati che infiammano l’ultima onda della contestazione studentesca, del “no future” elevato a unico credo di gruppi come Sex Pistols e Damned, che suonano veloci e fuori tempo. I territori della musica elettronica rappresentano una terza via ancora poco battuta, se non dai sopracitati musicisti della scena tedesca. Avventurarsi in questo mondo non è garanzia di successo, credere che i suoni freddi del sintetizzatore si possano legare al calore delle interpretazioni pop è una felice intuizione che Moroder ha sposato con la tenacia del visionario. La storia gli ha dato ragione: negli anni Ottanta i club si sono riempiti, il battito cardiaco si è armonizzato ai beat della drum machine e il ballo ha sostituito il pogo.

Giorgio Moroder e David Sylvian dei “Japan” durante una sessione di registrazione al Cherokee recoding studios di Hollywood, California

Se come produttore Moroder riesce a liberare la potenza nascosta degli artisti con cui lavora, allo stesso modo come compositore riesce a dare un’impronta personale alla propria musica. Non è un caso che il suo album più famoso, From Here To Eternity, sia firmato semplicemente “Giorgio”. In copertina c’è lui: baffi a manubrio e occhiali da sole, il marchio di fabbrica di un produttore che ha sdoganato un nuovo genere musicale. L’approccio alla dance di Moroder è peculiare, perché non si contamina immediatamente con il funk e la black music, ma nasce dalle fredde sperimentazioni con i synth. Il Moroder solista risulta ancora più onirico, spaziale, geometrico rispetto alle prove con Donna Summer. From Here To Eternity si presenta compatto, costruito sulle architetture dei sintetizzatori e sui ritmi sincopati della drum machine. A recitare i testi che parlano di nightlife, amore e divertimento ci sono voci metalliche o lontani echi femminili. Nel lavoro di Moroder ritroviamo il suono dei Kraftwerk, ma colorato con il giocoso edonismo della pista da ballo, musica da party per una gioventù che – fra luci stroboscopiche e impianti sonori più potenti – aveva trovato un nuovo modo di divertirsi, e una relazione diversa con il proprio corpo.

Moroder è un creatore di atmosfere e dopo l’esplosione di Donna Summer si accorge di lui  anche il mondo del cinema. Fra gli anni Settanta e gli Ottanta lavorerà a molte colonne sonore, affermandosi come compositore in un campo storicamente proficuo per i musicisti italiani. L’approccio con il cinema è fortunato: Alan Parker, colpito dal successo di I Feel Love, chiama Giorgio per la colonna sonora di Fuga di mezzanotte. Il film racconta la storia vera di Billy Hayes, studente americano che nel 1970 viene arrestato in Turchia per possesso di hashish. Durante le sue vicissitudini giudiziarie, Hayes patisce il duro regime carcerario turco, prima della fuga nel ’75. Parker narra la vicenda attraverso una messinscena che non risparmia la crudezza e le sofferenze del giovane; ad accompagnarlo ci sono le arie dal sapore lunare di Moroder, che riescono a trasmettere lo smarrimento del protagonista e la malinconia per la lontananza da casa. Se il film è un successo, lo è anche grazie al lavoro di Moroder: lo certifica anche l’Academy, che nel ’79 conferisce al compositore l’Oscar per la miglior colonna sonora. Moroder lavorerà a diversi film cult degli anni Ottanta – come American Gigolò, Flashdance, Scarface, Top Gun – certificando l’affermarsi della disco nell’immaginario pop del decennio.

Giorgio Moroder, David Bowie e Paul Schrader

Produttore, compositore, innovatore: l’esperienza artistica di Giorgio Moroder è sempre stata all’insegna della sperimentazione. Un lavoro portato avanti con il sorriso sulla labbra, a testimonianza di un’energia creativa che passa anche dall’ottimismo e dalla fiducia nei propri mezzi, senza dimenticare la sobrietà di chi è abituato a comunicare le proprie emozioni innanzitutto con la musica. Negli anni il producer ha collaborato con i più grandi nomi del pop internazionale, da Madonna a Britney Spears, passando per Barbra Streisand e Kylie Minogue. L’ultimo album – Dèjà vu, del 2015 – racconta della volontà di rimettersi in gioco e scoprire territori ulteriori, lasciandosi contaminare dalle sonorità hip hop. L’attitudine è quella di sempre: rinnovarsi e lasciare un segno, modellando un suono fresco, contemporaneo ma che racconti la storia del pioniere della disco. Gli anni passano ma Giorgio Moroder, ormai padrino della dance globale, rimane sulla cresta dell’onda come fonte di ispirazione per decine di produttori e ancora in grado di tirare fuori set epocali. Intere generazioni hanno ballato sui beat del produttore bolzanino, esplorando le potenzialità del proprio corpo sulla pista da ballo, e ancora oggi non accennano a smettere.


Questo pezzo è stato realizzato in collaborazione con Oss – Ortigia Sound System Festival, quest’anno a Ortigia dal 24 al 28 luglio.

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