Quando Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli litigarono su come liberare le donne

Nel suo memoir In my fashion, la giornalista di Vogue Bettina Ballard racconta che a uno dei tanti balli dell’alta società parigina degli anni Trenta partecipavano due grandi nomi della moda dell’epoca, Elsa Schiaparelli e Coco Chanel. Le due stiliste si detestavano a tal punto che Chanel, chiedendo alla rivale (vestita da albero) di ballare con lei, ne approfittò per spingerla contro un candelabro. “Il fuoco fu spento, e così Schiaparelli”, continua Ballard “dagli ospiti divertiti che la spruzzarono con della soda”. Cardi B e Nicki Minaj, che recentemente si sono prese a scarpe in faccia durante un after party della New York Fashion Week, dovrebbero prendere nota: è così che litigano due signore.

Ironia a parte, la rivalità tra le due principali couturier di inizio Novecento è ormai entrata nella leggenda. In effetti le loro biografie e personalità non potrebbero essere più diverse. Coco, nata nella Loira Gabrielle Bonheur Chanel, era una donna di umili origini, figlia di un venditore ambulante e di una lavandaia. Trascorse l’infanzia in assoluta povertà e, quando la madre morì di tubercolosi a soli 32 anni, fu mandata con le sue due sorelle all’orfanotrofio nel convento di Aubazine. Durante gli anni nel convento imparò a cucire e, raggiunta la maggiore età, si trasferì a Moulins, in un convitto femminile. Di giorno lavorava come sarta, mentre di notte si esibiva in un cafe-concert del luogo, La Rotonde. Fu qui che assunse il nome d’arte “Coco”, ispirato dalle canzoni popolari “Ko Ko Ri Ko” e “Qui qu’a vu Coco?”. A Moulins, Gabrielle conobbe l’ufficiale di cavalleria Étienne Balsan e diventò la sua amante, andando a vivere con lui nello Chateau de Royallieu. Proprio Balsan la presentò al giocatore di polo Arthur Capel, soprannominato “Boy”, con cui iniziò una relazione e che la aiutò a finanziare la sua attività (aveva cominciato a produrre cappelli), ma soprattutto la portò a Parigi. È difficile ricostruire la biografia di Chanel – e lei stessa nel raccontarla non fu mai molto attendibile; quel che è certo è che la vita della stilista delle due C fu caratterizzata da un intenso desiderio di riscatto.

Coco Chanel

Elsa Schiaparelli, al contrario, nacque a Roma a Palazzo Corsini alla Lungara, da una famiglia nobile di origine piemontese. La madre era una discendente dei Medici, mentre il padre un professore di lingua araba all’Università di Roma. Elsa mostrò sin da subito un grande talento artistico: leggeva molto, dipingeva e scriveva poesie. La sua famiglia, però, giudicava troppo estrose le sue aspirazioni, ed Elsa, per sfuggire a un matrimonio combinato, si trasferì a Londra per lavorare in un orfanotrofio. Qui conobbe il marito, il conte William de Wendt de Kerlor, con cui andò ad abitare a New York e con cui ebbe una figlia, che si ammalò di poliomielite. Il matrimonio non durò molto, e Schiaparelli decise di trasferirsi a Parigi per dedicarsi interamente alla sua passione: l’arte. Già negli Stati Uniti, era entrata a contatto con l’avanguardia artistica dadaista grazie a Gaby Picabia, moglie dell’artista Francis, che le presentò Man Ray e Marcel Duchamp. Nel 1922, giunta nella capitale francese, si stabilì nella casa dei Picabia. Schiap, come era stata soprannominata dagli amici, a Parigi scoprì il mondo della moda frequentando l’atelier di Paul Poiret e, con l’aiuto di una sarta di origine armena, rifugiata in Francia durante il genocidio, aprì una piccola maison in rue de la Paix, trasferita poi al numero 21 di Place Vendôme, dove si trova ancora oggi.

Elsa Schiaparelli

Anche il loro modo di intendere la moda non poteva essere più differente: Chanel aveva un grande senso pratico. Per lei gli abiti non dovevano essere in alcun modo un ostacolo nello svolgimento delle attività quotidiane. Aborriva tutte le “ovvie ostentazioni, decorazioni, complicazioni” e per questo riduceva le sue creazioni a pochi colori, forme e linee. In molti hanno voluto, erroneamente, attribuire a Chanel il merito di aver liberato le donne dal corsetto e di aver introdotto per prima i pantaloni. In realtà non fu proprio così, o almeno in Coco non vi era alcuna istanza emancipatoria o femminista: semplicemente rese di moda quella che per lei era la sua personale idea di libertà. La moda di Schiap invece era fatta di sfoggio, irriverenza ed estro. I suoi abiti erano creazioni stravaganti e ingombranti, fortemente influenzate dall’arte dadaista del ready-made, come il celebre cappello-scarpa e l’abito-aragosta progettati con l’amico Salvador Dalì. Schiaparelli potè anche approfittare  di un momento particolarmente favorevole per la sua estetica: dopo gli anni della voga alla garçonne, che aveva fatto la fortuna della minimalista Chanel, negli anni Trenta le donne avevano cominciato a sentire l’esigenza di vestirsi in modo ricercato, femminile e lussuoso.

Fu proprio il successo insperato di Schiaparelli, soprattutto nel mondo dei balli dell’alta società, combinato con un momento di dispersione creativa di Chanel, a far nascere la rivalità tra le due stiliste. L’anno che solitamente si fa corrispondere all’inizio di questa guerra è il 1934, quando Schiap trasferì gli uffici della sua maison in Place Vendôme, a due passi dal negozio di Chanel in rue Cambon. Elsa festeggiò l’apertura del nuovo headquarter con il lancio di una linea di profumi, Salut, Souci e Schiap, ma il primato nelle fragranze spettava a Chanel, con il suo N°5. L’ingresso di una concorrente così brava e agguerrita indispose la stilista francese, che per la prima volta doveva confrontarsi con una concorrente degna della sua bravura, che non solo si era stabilita nella sua stessa città, ma lavorava proprio a pochi metri di distanza da lei. Per eguagliare la nuova arrivata, anche Chanel provò a collaborare con l’artista surrealista Jean Cocteau nella realizzazione dei costumi dell’Edipo Re, ma la collezione fu un flop. Nemmeno i costumi che aveva disegnato per le produzioni di Hollywood riscossero molto successo, mentre Schiaparelli aveva conquistato il cinema grazie alla sua collaborazione con Mae West.

Elsa Schiapparelli e Salvador Dalì

Un altro fattore di attrito fra le due donne fu sicuramente la classe sociale. Per Coco, Elsa rappresentava tutto ciò che lei avrebbe voluto essere: ricca, famosa, colta e a suo agio nel bel mondo. Chanel al contrario aveva dovuto faticare per entrarvi, ma soprattutto per rimanervi. Per tutta la sua vita, la stilista francese si aggrappò agli uomini che incontrava per ottenere protezione, influenza e sostegno economico, dal duca di Westminster Hugh Grosvenor II fino a, si vocifera, il re d’Inghilterra Edoardo VIII. La relazione più discussa di Coco fu senz’altro quella con l’ufficiale nazista Hans Günther von Dincklage, un diplomatico tedesco che visse con lei per due anni all’hotel Ritz. Finita la seconda guerra mondiale, Chanel dovette affrontare un processo per collaborazionismo, da cui uscì innocente.

Coco Chanel disegnava abiti perché voleva essere ricca e famosa e avere la possibilità di fare quello che voleva: la sua idea di moda rispecchiava la sua volontà e il suo stile di vita. Schiaparelli invece aveva ambizioni diverse: voleva che i suoi abiti fossero delle opere d’arte in dialogo con le avanguardie estetiche del momento. La sua era una moda coraggiosa, in tutti i sensi: con alle spalle un matrimonio fallito, in ristrettezze economiche e con una figlia gravemente malata, anziché trovarsi un nuovo marito salpò oltreoceano per dare vita alla sua piccola attività.

In realtà le due case non furono mai in reale competizione economica: nel 1936, anno di maggior fortuna per Schiaparelli grazie al lancio del famoso profumo Shocking!, Chanel era una casa di moda dalle dimensioni notevoli, nulla a che vedere con gli abiti di Schiap che circolavano solo tra contesse e alto-borghesi. Entrambe le stiliste avevano però in comune il fascino per la libertà. Per Chanel, la libertà aveva un senso più individuale ed edonistico, e i suoi abiti portabili e comodi riflettevano questa sua esigenza. Era una donna che aveva ben chiaro cosa voleva dalla propria vita, e i vestiti potevano diventare uno strumento per affermare la propria indipendenza e il proprio potere. In un certo senso, anche gli uomini svolsero lo stesso ruolo: la sua scelta di farsi mantenere oggi ci appare come un segno di scarsa autosufficienza, ma all’epoca poteva essere un modo per garantirsi la libertà al di fuori del matrimonio.

Per Schiaparelli invece la libertà era soprattutto emancipazione da qualsiasi tipo di autorità e di convenzione sociale: fuggita prima dalla famiglia, poi da un matrimonio combinato e infine da un divorzio, la stilista italiana era sempre in cerca di “qualcosa d’altro”. Di qui la sua fascinazione per l’esotico e per quelle forme d’arte che ricercavano mondi lontani e alternativi. I suoi vestiti incarnavano la sua antipatia per le regole e le consuetudini dell’alta società di cui aveva sempre fatto parte. Dei suoi “12 comandamenti per una donna”, che scrisse a corredo della sua autobiografia Shocking Life, il primo è “Dal momento che le donne non conoscono loro stesse, dovrebbero provare a farlo”, e l’ultimo “E dovrebbero sempre pagare loro il conto”. Il più interessante – che si potrebbe maliziosamente leggere come una frecciatina alla rivale Chanel – dice: “Il 90% [delle donne] ha paura di esagerare, e di quello che dirà la gente. Quindi comprano un completo grigio. Dovrebbero fare diversamente”.

Le due stiliste hanno avuto destini ben diversi: quando nel 1954 Coco Chanel tornò alla guida della maison (che durante la guerra era stata mantenuta in vita dalle vendite del profumo N°5), Schiaparelli chiuse i battenti del suo negozio di Place Vendôme. Il resto è storia: oggi Chanel è la casa di moda più importante al mondo, mentre Schiaparelli è stata chiusa (e dimenticata) per più di 50 anni, finché nel 2006 la maison è stata rilevata da Diego Della Valle e Roger Vivier. Oggi produce solamente collezioni di haute couture.

Pur essendo radicalmente diverse, queste due stiliste hanno entrambe avuto il merito di proporre un’altra idea di donna. Prima che arrivasse Christian Dior con il suo new look a rinchiudere le donne in corsetti strettissimi e a imporre una femminilità a senso unico, entrambe oltrepassarono i limiti delle convenzioni imposte alla società. Furono forse rivali e una tentò di dare fuoco all’altra, ma oggi dobbiamo ringraziarle entrambe se nessun uomo può dirci come ci dobbiamo vestire.

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