Che cosa intendeva Einstein con “Dio non gioca a dadi”

“La teoria dà buoni risultati, ma difficilmente ci avvicina al segreto dell’Anziano,” scriveva Albert Einstein nel dicembre del 1926. “Sono del tutto convinto che Lui non stia affatto giocando a dadi”.

Einstein rispondeva a una lettera inviatagli dal fisico tedesco Max Born. Secondo lui, il cuore della nuova teoria della meccanica quantistica batteva in maniera casuale e incerta, come se soffrisse di aritmia. Mentre la fisica, prima dei quanti, aveva sempre ruotato attorno al concetto di causa e conseguenza, la meccanica quantistica sembrava invece suggerire che, per ogni determinata azione, noi possiamo solo calcolare la probabilità con cui le sue conseguenze si manifesteranno, ma non esattamente quali saranno tali conseguenze.

Il Re Gustavo di Svezia consegna il Premio Nobel per la fisica al professor Max Born, Stoccolma, 1954

Einstein non poteva proprio accettarlo, e la sua celebre affermazione “Dio non gioca a dadi con l’universo” ha avuto un’incredibile eco nei decenni successivi: era diretta, ma allo stesso tempo elusiva. Quasi quanto l’altrettanto famosa equazione E=mc2.

Hermann e Pauline Einstein erano ebrei aschenaziti non osservanti. Nonostante il secolarismo dei suoi genitori, a nove anni Albert scoprì e abbracciò l’ebraismo con considerevole passione, e per un periodo ne fu un fedele particolarmente osservante. Secondo l’usanza ebraica, i suoi genitori, una volta a settimana, invitavano per cena uno studente meno abbiente, Max Talmud (poi chiamato Talmey), un aspirante medico da cui il giovane e sensibile Einstein imparò la matematica e le scienze. Consumò con avidità tutti i 21 volumi di Naturwissenschaftliche Volksbücher (Libri popolari di scienze naturali, 1980) di Aaron Bernstein. Talmud accompagnò Einstein verso La critica della ragion pura di Kant, da cui migrò verso la filosofia di David Hume. Da qui sarà breve il passo verso il fisico austriaco Ernst Mach, che con il suo empirismo stridente, il suo “vedere per credere”, spingeva per un rifiuto totale della metafisica, delle nozioni di spazio e tempo e dell’esistenza degli atomi.

Questo viaggio intellettuale espose in maniera spietata il conflitto tra la scienza e le sacre scritture. L’allora dodicenne Einstein si ribellò e sviluppò una profonda avversione, che mantenne per tutta la vita, nei confronti dei dogmi delle religioni organizzate; un’avversione che si estese a tutte le forme di autoritarismo, compreso l’ateismo ortodosso.

Questa dieta giovanile di filosofia empirica si sarebbe rivelata utile per Einstein quasi 14 anni dopo. Il rifiuto da parte di Mach del concetto di spazio e tempo assoluti aiutarono Einstein a modellare la sua celebre teoria della relatività, compresa l’equazione E=mc2, che formulò nel 1905 mentre lavorava come “tecnico esperto di terza categoria” all’ufficio brevetti di Berna, in Svizzera. Dieci anni dopo, Einstein concluse la trasformazione del suo pensiero sullo spazio-tempo con la formulazione della sua teoria generale della relatività, nella quale la forza di gravità è sostituita dalla curva spazio-tempo. Ma nel crescere, e diventare più saggio, arrivò persino a rifiutare l’empirismo aggressivo di Mach, che, disse una volta, era “bravo in meccanica tanto quanto era scarso in filosofia”.

Con il passare del tempo, Einstein si spostò verso posizioni molto più realiste, e iniziò a concepire le teorie scientifiche come possibili rappresentazioni vere di una realtà fisica oggettiva. E anche se non concepiva la religione, la fede in Dio che si portava dietro dal suo breve flirt con l’ebraismo, divenne il fondamento della sua filosofia. Quando gli chiedevano quali fossero i presupposti delle sue posizioni realiste, spiegava: “Non ho un’espressione migliore di ‘religiosa’ da usare per descrivere la mia fede nel carattere razionale della realtà e nella possibilità per l’uomo, fino a un certo punto, di conoscerla”.

Einstein in vacanza sul Mar Baltico, 1928

Ma quello di Einstein era il Dio filosofico, non religioso. Quando anni dopo gli fu chiesto se credesse in Dio, rispose: “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordine armonico di tutto ciò che esiste, ma non in un Dio a cui interessino il destino e le azioni dell’umanità”. Baruch Spinoza, un contemporaneo di Isaac Newton e Gottfried Leibniz, concepì Dio come identico alla natura. Per questo venne considerato eretico e fu allontanato dalla comunità ebraica di Amsterdam. Il Dio di Einstein è indefinitamente superiore, impersonale e intangibile, acuto ma non maligno. È anche fermamente determinista. Per quanto riguarda Einstein, l’ordine armonico viene stabilito nel cosmo grazie alla stretta aderenza ai principi fisici di causa ed effetto. Quindi, non c’è spazio nella filosofia di Einstein per il libero arbitrio: “Tutto è determinato, dall’inizio alla fine, da forze su cui non abbiamo controllo… danziamo tutti su una melodia misteriosa, intonata a distanza da un musicista invisibile”.

La teoria ristretta e quella generale della relatività portarono un nuovo modo radicale di concepire lo spazio il tempo e le loro interazioni attive con la materia e l’energia. Queste teorie sono perfettamente in linea con l’ordinaria armonia stabilita dal Dio di Einstein. Ma la nuova teoria della meccanica quantistica, che anche Einstein aiutò a fondare nel 1905, raccontava una storia diversa. La meccanica quantistica riguarda le interazioni che avvengono, su uno sfondo passivo di spazio e tempo, tra la materia e la radiazione, nella scala degli atomi e delle molecole.

La scrivania di Albert Einstein il giorno della sua morte, Princeton, 18 aprile 1955

Prima di allora, nel 1926, il fisico austriaco Erwin Schrödinger aveva trasformato radicalmente la teoria, formulandola nei termini delle ben più oscure “funzioni d’onda”. Schrödinger stesso aveva preferito interpretarle in modo realistico, descrivendole come “onde di materia”. Ma un’opinione si stava diffondendo, fortemente promossa dal fisico danese Niels Bohr e dal tedesco Werner Heisenberg, e cioè che la nuova rappresentazione quantica non dovesse essere presa troppo alla lettera.

Per semplificare, Bohr and Heisenberg sostenevano che la scienza avesse finalmente guadagnato terreno nella risoluzione dei problemi concettuali sulla descrizione della realtà, su cui i filosofi avevano discusso per secoli. Bohr diceva: “Non c’è un mondo di quanti. C’è solo un’astratta descrizione fisica del quanto. È sbagliato pensare che lo scopo della fisica sia scoprire ciò che la natura è. La fisica si occupa di ciò che della natura si può dire”. Questa frase vagamente positivista riecheggia in Heisenberg: “Dobbiamo ricordarci che quello che osserviamo non è la natura in sé ma la natura esposta al nostro metodo di interrogazione”. La loro ampia e antirealista “interpretazione di Copenhagen” – negare che la funzione d’onda rappresenti il vero stato fisico di un sistema quantico – diventò presto il pensiero dominante della meccanica quantistica. Variazioni più recenti di queste interpretazioni così antirealiste suggeriscono che la funzione d’onda sia semplicemente un modo per “codificare” la nostra esperienza, o le nostre convinzioni soggettive che derivano dall’esperienza della fisica, che ci permette di usare ciò che abbiamo imparato nel passato per predire il futuro.

Niels Bohr (1885 – 1962)

Tutto ciò era ovviamente in totale disaccordo con la filosofia di Einstein. Einstein non avrebbe potuto accettare un’interpretazione in cui l’oggetto principale della rappresentazione, la funzione d’onda, non è “reale”. Non avrebbe potuto accettare che il suo Dio permettesse l’ordinaria armonia per disfarsene completamente su scala atomica, portando un indeterminismo e un’incertezza illeciti, con effetti che non possono essere del tutto e chiaramente predetti dalle loro cause.

Il palcoscenico per uno dei più importanti dibattiti di tutta la storia della scienza era pronto, con Bohr ed Einstein testa a testa nell’interpretazione della meccanica quantistica. Era lo scontro di due filosofie, due visioni conflittuali di preconcetti metafisici sulla natura della realtà e su cosa dovremmo aspettarci da una sua rappresentazione scientifica. Il dibattito iniziò nel 1927, e nonostante i protagonisti non siano più con noi, è ancora nel vivo – ed è irrisolto.

Non penso che Einstein ne sarebbe molto sorpreso. Nel febbraio 1954, quattordici mesi prima di morire, scrisse, in una lettera al fisico americano David Bohm: “Se Dio ha creato il mondo, non possiamo dire che si sia preoccupato molto di facilitarne la comprensione”.

Questo pezzo è stato tradotto da Aeon.

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