800 anni di cultura dello stupro - THE VISION

Una delle più memorabili menzogne riguardo allo stupro nel Medioevo compare all’inizio di Braveheart, famoso e acclamato cult del 1995 diretto da Mel Gibson. Le attuali raffigurazioni mediatiche del Medioevo, infatti, rappresentano spesso lo stupro come una parte della vita quotidiana di molte donne – specialmente se serve e contadine – quasi fosse una routine legalmente autorizzata. Esse, però, restituiscono una visione sensazionalistica e fuorviante della vita medievale, sostenendo implicitamente che a confronto ora le cose siano migliori e dandoci così la possibilità di crogiolarci in una ben poco giustificata impressione di progresso. Tutto ciò si allinea perfettamente con altri preconcetti diffusi su quel periodo storico, come la breve aspettativa di vita, la violenza diffusa e la totale assenza di potere femminile. Ma la cultura dello stupro dell’epoca è legata davvero alla scena rappresentata da Braveheart? E quante cose sono effettivamente cambiate tra il Medioevo e l’era del #MeToo? Le risposte a queste domande sono per certi aspetti sorprendenti e per essere comprese a fondo vanno vagliate con attenzione. 

In Inghilterra e in Scozia, tra il 1200 e il 1600, lo stupro – legalmente definito come l’atto sessuale imposto con forza da un uomo su una donna contro la sua volontà – era considerato un crimine ed erano quindi già presenti all’epoca leggi per criminalizzare chi compiva questo genere di violenza. Le donne stesse potevano denunciare una violenza senza l’aiuto del padre, del fratello o del marito, in contrasto con stereotipi che vedono invece le donne medievali come impotenti e dipendenti dall’intercessione di un uomo. Le donne potevano testimoniare nei tribunali e cercare di ottenere giustizia. Possiamo ancora sentirne le voci grazie ai registri giudiziari. Anche se le loro testimonianze sono spesso scarne e complicate dal gergo legale, possono essere lette sulla scia delle narrazioni odierne delle sopravvissute. Pur se brevi e poco dettagliati, i documenti medievali evocano infatti traumi contemporanei, come quello straziante di Chanel Miller, ritrovata nel 2015 senza sensi e mezza nuda dietro un cassonetto dell’Università di Stanford dopo essere stata aggredita sessualmente da Brock Allen Turner, allora studente e campione di nuoto. La sua lettera, diventata virale, esprimeva tutta la rabbia nei riguardi della sentenza contro Turner che, pur rischiando 14 anni, è stato condannato nel 2016 solo a 6 mesi. Ci si chiede allora cosa sia effettivamente cambiato negli ultimi 800 anni.

Un caso di Glasgow dimostra come le testimonianze delle vittime del passato possano mettere in discussione le nostre convinzioni su donne, stupro e potere nel Medioevo. Una serva di nome Isobel Burne accusò un certo John Anderson di aver cercato di stuprarla mentre era al lavoro. La buttò giù di schiena e la colpì la testa con una zolla di terra prima di “rivolgerle varie abominevoli parole, non degne di essere ripetute”. Anderson ammise che Burne aveva detto la verità e come punizione venne bandito dalla città “per la grande offesa nei confronti di Dio e la calunnia a Isobel”. Nonostante Burne fosse “solo” una serva, la corte prese le sue parti invece di quelle del ben più potente aggressore.

In un altro caso del 1269, William de Hadestock e sua moglie Joan affermarono in tribunale che James de Montibus avesse fatto irruzione nella loro casa a Londra una sera d’estate con un gruppo di uomini armati. Un testimone confermò la versione di Joan, sostenendo che “dopo essere entrato in casa [James] avesse chiuso la porta e le avesse strappato il vestito fino all’ombelico, gettandola a terra, violentandola e rompendole un dito”. La corte imprigionò Montibus fino a quando non riuscì a  risarcire la coppia con un’ingente somma di 5 £. Lo stupro, avvenuto in realtà prima del matrimonio di Joan con William, non distrusse le sue prospettive coniugali. Al contrario, suo marito rimase al suo fianco in tribunale mentre lei cercava giustizia e si batteva con successo per un risarcimento monetario.

Altri casi raccontano poi di eventi sorprendenti o inaspettati, e mostrano donne capaci di rivendicare giustizia per se stesse in molti modi diversi. Ne è un esempio ciò che avvenne a Peebles, nel sud della Scozia, vicino per molti aspetti alla contemporanea nozione di giustizia riparativa: nel 1561, Robert Bullo fu condannato a presentarsi davanti alla congregazione della chiesa locale per chiedere pubblicamente perdono alla donna che aveva stuprato. Nel 1292, invece, Isabella Plomet raggiunse un accordo soddisfacente dopo essere stata drogata con una bevanda chirurgica narcotizzante e violentata, riuscendo a dimostrare che l’aggressione sessuale, facilitata da uno stato mentale alterato, fosse vista come una violazione che meritava già all’epoca un risarcimento. Alcune donne, poi, si fecero giustizia da sole. In un’area rurale dello Shropshire, vicino al confine col Galles, nel 1405 Isabella Gronowessone e le sue due figlie tesero un’imboscata a Roger de Pulesdon: gli legarono una corda intorno al collo, gli tagliarono i testicoli e rubarono il suo cavallo. Tutte e tre furono successivamente graziate, sentenza che sottintende da parte della legge la tacita accettazione di una forma brutale di giustizia personale come rivalsa dalla violenza.

Nel Medioevo lo stupro era considerato un delitto contro la proprietà e quindi un crimine, con pene come la castrazione, l’accecamento o l’impiccagione. Come si può immaginare, però, le condanne per stupro erano in realtà molto rare, considerato che le giurie erano composte esclusivamente da maschi ed erano riluttanti a destinare i propri compagni a pene così dure esclusivamente sulla base delle dichiarazioni di una donna. Queste stesse pene, dunque, pur essendo previste erano raramente applicate anche nel caso in cui l’aggressore venisse condannato. Nella speranza di essere credute, le vittime dovevano seguire una serie di passaggi obbligati e molto precisi: denunciare lo stupro immediatamente e pubblicamente, ripetere svariate volte i dettagli del proprio trauma, sia ai giudici del proprio distretto che a quello vicino, e mostrare prove della violenza – come vestiti strappati, lividi, ferite o  i capelli scompigliati – perpetrata da “uomini di buona reputazione”. Se una vittima voleva evitare questo processo o sentiva che un’altra forma di giustizia era più adatta poteva gestire la causa al di fuori delle istituzioni giudiziarie o intentare una causa civile invece che penale. Ciò permetteva alle donne di ottenere un risarcimento materiale per ciò che avevano sofferto e di evitare un processo complicato e traumatico.

Numerosi casi mostrano le falle del sistema giudiziario medioevale nei procedimenti per stupro, evidenziando come le denunce potessero essere archiviate nel caso in cui le donne avessero avuto rapporti sessuali consenzienti con il proprio stupratore prima dell’evento violento; non fossero riuscite a completare le macchinose procedure burocratiche; o fossero restate incinte a causa dell’aggressione. Un episodio avvenuto a Wiltshire racconta il mito tuttora attuale che delegittima le denunce di chi ha precedenti di sesso consenziente col proprio aggressore: una donna nubile di nome Edith nel 1249 dichiarò che William le Escot la stuprò. Sul documento si legge: “È testimoniato che William abbia giaciuto con Edith ma non l’abbia violata perché già si conoscevano”. Il caso riportava anche ulteriori dettagli: Edith accusò infatti una certa di Alice di aver aiutato Escot a stuprarla e di averle poi rubato una spilla.

La sfiducia pervasiva nei confronti delle donne nella cultura medievale – di cui proverbi come “Le donne possono mentire e piangere quando vogliono” sono esemplificativi – rendeva loro molto difficoltoso riuscire a convincere le giurie dei tribunali di essere state violate. I documenti legali a nostra disposizione mostrano ripetutamente donne che in seguito a denunce di stupro sono state accusate di falsa testimonianza, specialmente quando il verdetto della giuria dichiarava l’imputato non colpevole o accusava la vittima di non aver denunciato correttamente l’aggressione subita. Un caso emblematico fu quello del 1249 in cui, nel Wiltshire, una donna non sposata di nome Eva accusò Adam Mikel di averla violentata. Mikel prima si rifiutò di comparire in tribunale, poi negò la sua dichiarazione. La giuria convenne quindi che non fosse colpevole e fece arrestare Eva per aver portato false accuse. Solo successivamente venne scarcerata e perdonata poiché non benestante.  

In alcuni casi sono state accusate e imprigionate le donne stesse per non aver seguito procedure di segnalazione proibitive e molto specifiche. Nel 1248, Margery, figlia di Emma de la Hulle, denunciò di essere stata violentata quattro anni prima da un uomo di nome Nicholas in una serata estiva, quando era ancora vergine. La vittima fu anche capace di indicare la zona precisa in cui era avvenuto lo stupro “tra Bagnor e Boxford, in un certo luogo che è noto come Kingestrete, vicino al bosco di Bagnor”. Margery sostenne la sua causa contro Nicholas con coraggio e determinazione. Come si legge dal verbale, “si offr[ì] di dimostrare la sua colpevolezza con qualsiasi mezzo la giuria rite[nesse] opportuno”. Nicholas, tuttavia, dichiarò che Margery non aveva denunciato l’aggressione con sufficiente tempestività, dimenticando di presentare ricorso al tribunale di contea più vicino. Fu così che la giuria, preso atto di questo mancato rispetto delle procedure da parte di Margery, invalidò la sua accusa di stupro, condannando anche lei al carcere per falsa testimonianza. Ciò avvenne peraltro dopo aver riconosciuto che Nicholas aveva avuto a tutti gli effetti rapporti sessuali con lei ed avendogli comunque chiesto di pagare una multa. 

Un caso particolarmente disturbante di ritorsione contro la vittima fu quello di Joan Seler, una bambina di 11 anni di Londra. Seler, nel 1321, testimoniò che Reymund de Limoges la prese per il braccio sinistro mentre si trovava per strada, a pochi passi dalla casa paterna, e la trascinò nella sua camera in affitto, dove la stuprò. Nonostante l’uso del gergo legale, la testimonianza è così dettagliata da risultare molto dolorosa da leggere. Limoges ribatté che Seler avrebbe dovuto notificare prima lo stupro al medico legale locale e sporgere denuncia contro di lui entro 40 giorni, invece che aspettare sei mesi, e che aveva fornito due date diverse per l’aggressione in due diverse deposizioni: in una aveva infatti dichiarato che la violenza aveva avuto lungo una domenica sera e in un’altra un mercoledì. Limoges chiese alla corte di archiviare il caso proprio a causa di questa discrepanza “perché [Seler] non poteva essere stata privata due volte della sua verginità”, facendo ironia delle gravi accuse mosse nei suoi confronti. La giuria lo assolse e stabilì un risarcimento a suo favore di £40, che Seler in quanto bambina e figlia di un povero sellaio non era ovviamente in grado di pagare. Il tribunale ordinò così che fosse arrestata, per poi graziarla in virtù della sua età.

Credenze errate sul consenso e sulla gravidanza hanno fatto sì che spesso a essere ingiustamente incolpate fossero le vittime, dando invece la possibilità ai colpevoli di fuggire impuniti. Un verdetto che si basa su tali convinzioni è quello di una donna di trent’anni di nome Joan, che nel 1313 accusò di stupro un uomo noto come E. Joan ebbe poi un bambino, secondo lei concepito durante l’aggressione. La giuria, allora, concluse si trattasse di un “miracolo” perché secondo la credenza dell’epoca “un bambino non poteva essere generato senza il consenso di entrambe le parti”. La giuria quindi scagionò E. e, ancora una volta, mandò Joan in prigione, con l’accusa di falsa testimonianza. La sentenza scaturiva da un popolare libro di legge risalente al secolo precedente, in cui si affermava: “nessuna donna può concepire se non consenziente”.

In molti, oggi, si sentono irritati dal termine “cultura dello stupro” e cercano di liquidarlo come parte di una sorta di nevrosi femminista. Tuttavia, è proprio la cultura dello stupro che consente di inquadrare e dare un senso storico e sociale a questi casi e ai loro esiti. Anche se il sistema legale medievale riconosceva di fatto lo stupro come crimine, prevedendo durissime soluzioni punitive, la cultura medievale – che influenzò le autorità che scrissero le leggi e le giurie che le applicarono – consentì di ideare facili scorciatoie per eludere queste condanne, impedendo a molte vittime di ottenere la giustizia che meritavano. Gli scienziati Anastasia Powell e Nicola Henry, nel 2014, hanno definito la cultura dello stupro come una costellazione di atteggiamenti, pratiche e miti diffusi “in cui la violenza sessuale viene tollerata, accettata, erotizzata e banalizzata”. In un contesto di questo tipo non stupisce come la violenza contro le donne sia stata spesso erotizzata nelle rappresentazioni letterarie, cinematografiche e più in generale mediatiche. Sistematicamente, le superstiti non vengono credute e sono spesso accusate di vittimismo, mentre gli autori del reato sono raramente ritenuti responsabili e il loro comportamento viene visto come “perdonabile” o “comprensibile”.

La cultura medievale dello stupro si basava poi su diverse credenze dilaganti sulle donne e sul sesso, ancora purtroppo molto radicate. Alcune di esse sono che le donne mentirebbero sullo stupro; che per disposizione naturale hanno più libido degli uomini e sono incapaci di controllare i loro desideri; che abitualmente cambiano idea sul sesso; e che lo stupro per poter essere considerato reale deve venire dimostrato da lesioni fisiche e sostenuto da proteste immediate, resoconti identici e ripetuti del trauma alle autorità competenti e lacrime copiose.

In numerosi testi medievali, quando le donne sono arrabbiate, imbarazzate o desiderano vendicarsi di qualcosa accusano falsamente qualche brav’uomo di stupro. Conosciuta anche come il “motivo della moglie di Putifarre” – dall’episodio biblico della Genesi sulla vendetta della donna rifiutata –, questa narrazione popolare viene raccontata e ripetuta da secoli. Una versione di questo racconto, usato di solito nei sermoni per illustrare i mali della lussuria, presenta una donna che si infatua di un sacerdote. La donna promette di dargli tutte le sue ricchezze se solo sarà disposto ad andare a letto insieme a lei e quando lui si rifiuta, furiosa, la donna si rivolge alle autorità locali accusandolo di tentato stupro. Viene creduta e l’uomo condannato alla prigionia. Tuttavia, ancora traboccante di desiderio insoddisfatto, la donna prende una scala e si arrampica lungo il muro della prigione fino a un’alta finestra, poi si cala nella cella del povero sacerdote e lo prega di nuovo di fare sesso con lei. Ancora una volta lui si rifiuta. Le guardie carcerarie scoprono la donna nella cella dell’uomo e pensano che quest’ultimo abbia usato la stregoneria per portarla lì e poterla aggredire, così viene bruciato vivo, vittima delle bugie e della lussuria spudorate della donna. Questa storia sembrerebbe delineare un sistema legale in cui le donne possono rivendicare con successo di aver subito uno stupro senza addurre alcuna prova e distruggere così la vita di uomini inermi e innocenti, ma ciò risulta in netto contrasto con i processi infidi e complicati che nella vita reale le donne vittime di stupro hanno dovuto seguire per sperare di ottenere una giustizia degna di questo nome.

Questo insieme di credenze culturali dimostra come molti elementi della cultura dello stupro medievale ancora oggi abbiano un ruolo centrale. Prendiamo, ad esempio, il caso del 1313 in cui E. fu assolto dall’accusa di aver violentato Joan perché rimasta incinta. Prima di attribuire questo verdetto all’ignoranza medievale sulla fisiologia della riproduzione, dovremmo ricordare come quella stessa idea sia stata articolata nel 2012 dal candidato al Senato degli Stati Uniti Todd Akin, quando insistette sul fatto che la gravidanza da stupro fosse “davvero rara” perché “se è uno stupro, il corpo femminile trova un modo per risolvere la faccenda”.

La pratica medievale di colpevolizzare le vittime che non hanno seguito specifiche procedure di denuncia, poi, come sappiamo persiste anche oggi: la miniserie Netflix del 2019 Unbelievable, basata su eventi reali, mostra proprio una donna di diciotto anni accusata di aver falsamente denunciato il suo stupro, a causa di incongruenze nella testimonianza alla polizia, proprio come accadde all’undicenne Joan Seler 700 anni prima. Il giudice della serie tv mette la donna in libertà vigilata, le ordina di sottoporsi a una consulenza psicologica e le impone il pagamento delle spese processuali. I notiziari locali pubblicano la sua identità e affermano che rispetto al suo stupro stava solo gridando “al lupo, al lupo”, anche se poi la polizia in seguito ammetterà che uno stupratore seriale l’aveva effettivamente aggredita. Allo stesso modo, quando nel febbraio 2021 la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez si è descritta come “una sopravvissuta a un’aggressione sessuale”, coloro che non condividevano le sue opinioni politiche hanno liquidato la sua rivelazione come “manipolativa” e “istrionica”, facendo eco ai presupposti medievali secondo cui le donne rivendicano lo stupro col fine di ottenere qualcosa dagli altri.

Sia allora che oggi, il sistema legale e la cultura mainstream affermano di condannare lo stupro e di classificarlo come un crimine, ma in realtà ci sono innumerevoli scappatoie che permettono di non affrontare determinate violazioni, lasciarle impunite e persino sfruttarle contro le stesse vittime. La cultura dello stupro medievale, in altre parole, a differenza di quanto potremmo pensare, non è così diversa dalla nostra. I fili che legano passato e presente invece di indurci a concludere che cambiare la cultura dello stupro sia uno sforzo inutile dovrebbero muoverci all’azione mostrandoci quanto ancora è necessario progredire.

Questo articolo è stato tradotto da Aeon

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