È inutile stare fermi nell’attesa che succeda qualcosa, ci insegna Aspettando Godot

Immaginate uno spettacolo teatrale con due protagonisti, sempre presenti sulla scena e che non fanno nulla. C’è qualche altra comparsa, ma è solo di passaggio. I dialoghi sono brevi, vuoti, assurdi e non succede quasi nulla. Oggi sembrerebbe la formula dell’insuccesso, eppure Aspettando Godot. Tragicommedia in due atti viene rappresentato da quasi settant’anni in tutto il mondo, senza subire modifiche o adattamenti. Composta alla fine degli anni Quaranta e messa in scena per la prima volta nel 1953, questa pièce di Samuel Beckett è stata votata nel 1998 come il testo teatrale inglese più significativo del Ventesimo secolo, in un sondaggio del National Theatre di Londra rivolto a una giuria di 800 esperti del settore. Se un’opera apparentemente vuota, estremamente essenziale – tanto da essere aperta, nella sua ambiguità, alle più varie interpretazioni – con un linguaggio e battute che, insieme ai gesti dei personaggi, alle ripetizioni, all’ironia amara, lasciano gli spettatori in dubbio se ridere o piangere, continua a essere apprezzata, forse c’è qualcosa sotto. Magari il segreto di Aspettando Godot è proprio essere così aperta alle interpretazioni da essere sempre attuale ed essere così assurda e spoglia da raccontarci sempre qualcosa di noi stessi.

Samuel Beckett è un affermato drammaturgo irlandese che vive da anni a Parigi quando compone quello che è forse il più noto dei suoi lavori e di certo il più discusso. Protagonisti sono Vladimir ed Estragon (detti anche Didi e Gogo), due uomini apparentemente vagabondi, di cui non sappiamo nulla se non che aspettano il misterioso signor Godot, del quale si sa ancora meno; non si sa nemmeno dove e quando arriverà, ma se Godot arriva “Saremo salvi”. Nell’attesa i due si raccontano barzellette e arrivano a pensare di impiccarsi (i riferimenti alla morte sono numerosi). Gli unici altri personaggi che compaiono sono un ragazzo che passa di lì per avvertire che Godot non arriverà quel giorno ma domani, e l’arrogante Pozzo con il suo schiavo Lucky. Quando gli chiedono perché Lucky si chiami così, Beckett risponde: “Suppongo perché è fortunato [in inglese lucky] a non avere più aspettative”. Questa frase, insieme agli altri riferimenti disseminati e soprattutto all’esasperante attesa di cui non si vede la fine, sembrerebbe avallare l’interpretazione esistenzialista, la più potente e la più immediata tra le molte interpretazioni possibili dell’opera.

Samuel Beckett

La messa in scena essenziale, il testo povero e ambiguo hanno, infatti, reso Aspettando Godot, fin dalla sua prima rappresentazione, oggetto di infinite speculazioni. Tra le possibili interpretazioni, quella storica vedrebbe nell’opera un’allegoria ora della Guerra Fredda, ora della colonizzazione britannica dell’Irlanda, ora della Resistenza francese, che in questo caso si intreccerebbe all’interpretazione autobiografica, dato che Beckett prese parte alla Resistenza durante l’occupazione nazista della Francia, nascondendosi con la futura moglie nel sud del Paese. Data la numerosità dei richiami religiosi, poi, l’interpretazione cristiana è tra quelle più fortunate; l’ha sostenuta a lungo l’idea che dietro il nome del misterioso Godot si nasconda in realtà Dio (God in inglese). In questo caso l’albero spoglio che è l’elemento centrale della scenografia simboleggerebbe la Croce o l’albero della vita, mentre si dice che Godot ha delle capre e delle pecore (elemento che può essere visto come un riferimento al buon pastore). Beckett non smentì i riferimenti cristiani, confermando che, essendo lui molto familiare con la cultura cristiana, gli era naturale attingervi, ma disse: “Se Godot fosse Dio l’avrei chiamato God”. Altrettanto affascinanti sono le interpretazioni a sfondo psicoanalitico, in particolare quella di orientamento freudiano che vede nei due personaggi Didi e Gogo e nell’assente Godot la “trinità” freudiana di Ego, Es e Superego, dove Godot rappresenterebbe proprio quest’ultimo: il supervisore morale assente. Qualcun altro ha voluto vedere nei due protagonisti anche un’anziana coppia omosessuale ormai impotente, nella quale i due bisticciano ma sono interdipendenti: forse un ritratto ironico dell’istituzione del matrimonio.

Nonostante un certo fascino suscitato da tutte queste teorie, però, Beckett sembra non sostenerne completamente nessuna, e si domanda, anzi, perché la gente debba necessariamente complicare le cose semplici. Alla prima, nel 1953, Beckett non si presentò, ma inviò una comunicazione in cui diceva tra l’altro: “Non so chi sia Godot. Non so nemmeno se esista. E non so se loro credano in lui o no – i due che lo stanno aspettando. Gli altri due, che passano alla fine dei due atti, devono essere una rottura nella monotonia. Tutto quello che so l’ho mostrato. Non è molto, ma per me è abbastanza, di gran lunga. Direi, anzi, che sarei stato soddisfatto anche con meno. Quanto a volervi trovare un più ampio, più alto significato […] non ne vedo il punto. Ma è possibile…forse [i personaggi] vi devono delle spiegazioni”. Forse quindi c’è del vero in tutte le teorie interpretative e parte del fascino dell’opera sta proprio nella possibilità per chiunque di leggerla a modo suo.

 

Il primo a parlare di Aspettando Godot come uno dei massimi esempi di teatro dell’assurdo fu il critico, produttore e drammaturgo Martin Esslin, che citò l’opera di Beckett nel suo Il teatro dell’assurdo (1961), dedicato all’omonimo movimento letterario. Secondo lui il fulcro significativo è: c’è un significato nell’universo, ma gli uomini non sono in grado di trovarlo a causa delle loro limitazioni mentali o filosofiche, motivo per cui sono condannati ad affrontare l’assurdo. Beckett usa come espedienti l’impenetrabilità del dialogo e l’attesa, che è il centro di tutta l’opera. Lo spettatore non sa praticamente nulla dei personaggi e in scena non accade quasi nulla. E così la domanda che sorge dalla pièce è: cosa dovrebbero fare i personaggi nell’attesa? Le risposte di Gogo e Didi sono una perfetta sintesi del nostro demandare sempre le svolte nelle nostre vite a qualcun altro o a qualche avvenimento esterno che faccia succedere qualcosa: “Non facciamo niente, è più sicuro” dice Estragon. “Aspettiamo e sentiamo cosa dice [Godot]” risponde Vladimir. Sembra che i personaggi non facciano niente, ma è proprio l’attesa a svelare il senso dell’opera.

Qualcuno suggerisce che Aspettando Godot continui a essere messo in scena completamente inalterato perché le crisi esistenziali, individuali o collettive, non sono mai finite: per questo nella pièce continuiamo a vedere noi stessi. Secondo Shannon Reed, scrittrice e docente statunitense, una delle principali idee espresse da Aspettando Godot è che si vive una volta sola: “[Beckett] Non la intende come una scusa per comportarsi male. La intende come un avvertimento o potenzialmente come una maledizione. […] Alla fine dello spettacolo, Estragon e Vladimir com’è noto non si muovono, ma nemmeno muoiono. […] Guardare Vladimir ed Estragon continuare a non andare avanti è in un certo senso una catarsi. […] Sono lasciati lì ad aspettare per sempre, senza una decisione, mentre il resto di noi lascia il loro cupo deserto e torna alla propria vita. Loro non si muovono, ma noi sì, con nostro sollievo”. Aspettando Godot non rappresenterebbe altro, cioè, che la nostra eterna attesa di qualcosa: del momento giusto, di avere del denaro, di essere felici o, ancora, che succeda qualcosa, che la situazione cambi. E così rimandiamo continuamente, arrivando alla fine giusto per renderci conto che non abbiamo davvero vissuto appieno, ma abbiamo sempre aspettato. Allora forse ha senso vedere nel nome del misterioso Godot una sintesi verbale della vita stessa, fatta di “vai” (go) e di “fermo” (dot in inglese significa “punto”).

Oggi dentro Aspettando Godot si può riconoscere chiunque sia troppo insicuro e timido verso la vita per imprimerle delle svolte e, soprattutto, chiunque – e sono in tanti – sia intrappolato in una routine di cui non è contento. Il lavoro sottopagato e incerto che ci condanna a una vita di solo lavoro, i social che ci rubano tempo e ci fanno sognare a occhi aperti le vite di qualcun altro per evadere dalla nostra, la tecnologia che pervade le nostre giornate e con tanti, enormi benefici ci ha anche lasciato in dotazione la condanna al multitasking e alla distrazione: (quasi) tutti sperimentiamo queste situazioni di immobilismo e insoddisfazione, una sensazione che solo in parte è legata alla natura umana stessa. In parte, invece, è in nostro potere agire per cambiare: a teatro, davanti alla pagina di Beckett è questa consapevolezza che può risvegliarsi. Per questo Aspettando Godot continua a parlarci: ci dice che stiamo ancora aspettando. E, come la rappresentazione sulla scena, anche la nostra vita ci fa a volte confrontare con l’Assurdo. Oggi siamo costantemente distratti, ci perdiamo il presente: è questo il rischio che si corre non facendo quello che si vuole fare davvero, o impegnandosi a fondo per raggiungerlo o per poterlo fare, ma aspettando sempre qualcosa, che sia un cambiamento o l’intervento di qualcuno o di qualcosa. Stiamo ancora aspettando Godot, come Beckett ci ha fatto notare quasi settant’anni anni fa, solo che, ancora una volta, Godot non verrà oggi. Ma domani, forse.

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