I ventenni italiani sono nativi precari. E la loro vita è fatta solo di lavoro.

Nicola, 25 anni, oggi medico specializzando in anestesia, si è concesso il suo anno sabbatico subito dopo la maturità, sapendo che per i successivi dieci avrebbe passato le notti sui libri pur di fare lo stesso lavoro del padre. Nando, 19 anni, ha deciso di lasciare il piccolo Paese dell’Abruzzo dove è nato per fare il cameriere a Londra e condividere una stanza con il cugino, pur di non sottostare alle angherie dei prevaricatori locali. Rossana, 23 anni, ha iniziato uno stage in un’azienda che produce merendine, pur avendo studiato economia delle arti all’università, perché sa che di questi tempi non si può rifiutare nulla. Antonia, classe 1989, ha un grande talento per la scrittura e avrebbe tanto voluto fare ricerca, ma lavora a tempo pieno in una casa editrice di libri motivazionali, nella speranza che nel curriculum sia abbastanza per cambiare lavoro, tra un po’.

Curiosamente, pur avendo superato i trenta da un pezzo, mi capita di incontrare alle presentazioni di libri, nelle case in cui vivo quando viaggio, persone molto più giovani di me, e queste sono alcune storie che raccolgo. Appartengono a una generazione che mai, nemmeno per un attimo, pensa che le spetti un posto fisso o una sistemazione nel luogo in cui si nasce. La conseguenza di tutto ciò, come spiega una ricerca sociologica coordinata da Gianfranco Zucca e pubblicata di recente per Rubbettino Editore, è un cambiamento profondo nel modo di relazionarsi con chi dà lavoro, e con l’idea che si ha di sé come lavoratore. Tradotto: meno velleità o capacità di ribellarsi, ma anche maggiore concretezza e pragmaticità.

Chi sono i “nativi precari”? Sono coloro che fin dall’ingresso nell’età adulta non hanno conosciuto altro mondo lavorativo che quello instabile e incerto della post-recessione. Ne Il ri(s)catto del presente Zucca ha studiato l’atteggiamento dei nati nei Novanta nei confronti del lavoro, dopo vent’anni di “precarizzazione”. La ricerca si basa sul confronto tra il punto di vista dei giovani italiani under 30 e i cosiddetti expat, gli espatriati: un sondaggio su 2500 individui. La prima cosa che emerge è che i ventenni sono sottoposti a dei reality check, vale a dire confronti tra aspettative e realtà, più di qualsiasi altra fascia demografica. Succede dopo la fine della scuola dell’obbligo, durante l’istruzione specialistica, i primi lavoretti, i primi stage, i primi contratti, i primi licenziamenti. Una stato di profonda insicurezza permea ognuno di questi momenti. In altre parole, si può dire di tutto, ma non che la Generazione Y non sia, come spiega il sociologo Varda Konstam, “costretta ad essere riflessiva.”

“La crisi economica,” si legge nella ricerca di Zucca, “Ha costretto tanti lavoratori ad accordi al ribasso, concessioni, rinunce e sacrifici. Si è andata diffondendo l’idea che quando il lavoro manca o è a rischio si possa accettare qualsiasi cosa.” Tutto questo porta a due strategie di adattamento. La prima, che riguarda un terzo del campione, è quella “forte”: continuare con la ricerca del lavoro desiderato, investire ancora di più sulla formazione. La seconda, che contraddistingue due terzi degli intervistati, è una strategia “debole”: la rinuncia a diritti che prima venivano considerati fondamentali e oggi invece troppo costosi, o peggio, un freno per la produttività. Si abbandona l’idea di tornare a casa nell’orario prestabilito, delle ferie, della formalizzazione del contratto di lavoro. Si lavora di più, oppure in nero. Trattasi di auto-sospensione della dignità, pur di mantenere l’occupazione.

“Pur di non rinunciare ai miei diritti mi farei licenziare,” risponde il 32,8% degli intervistati, di fronte all’ipotesi di un’imminente perdita del posto di lavoro. Tutti gli altri scenderebbero a patti pur di evitare il peggio: il 27,6% rinuncerebbe ai giorni festivi, il 12 a una parte dello stipendio, il 10 ai giorni di malattia, e via proseguendo. La nozione è che, persa un’occasione, essa non si ripresenterà, mentre lo stato sociale ti lascerà solo. Ecco allora diffondersi la cultura del “lavoro in deroga”, ovvero della concessione continua: una visione del mondo penetrata nell’immaginario lavorativo dei giovani, contrassegnata da un realismo disperato; oppure, per meglio dire, da ciò che il filosofo Mark Fisher ha definito come “realismo capitalista”: “Il there’s no alternative di tatcheriana memoria è stato introiettato così profondamente nell’inconscio delle società occidentali da diventare una specie di tara cognitiva,” scrive Carlo Mazza Galanti in una recensione di Capitalist Realism, uscito quest’anno per Nero Editions.

Mi è capitato di sentire, nel post-elezioni, dei miei coetanei impegnati in politica, dichiaratamente di sinistra, lamentarsi del voto degli italiani all’estero, rappresentativo, secondo loro, di gente viziata e quasi sempre appartenente ai ceti più privilegiati, lontana dai bisogni reali dei connazionali. Sarà, ma dalla ricerca sembra emergere un quadro più dignitoso per chi vive lontano da casa: tra gli expat sono pochissimi (poco più del 10%) quelli disposti a rinunciare ai propri diritti. “Aver fatto esperienza di un mercato del lavoro, presumibilmente, ‘diverso’ per logiche di funzionamento e opportunità, influenza in modo positivo la capacità di percepirsi come lavoratori in grado di resistere alle spinte verso la precarizzazione.”

Sarà anche privilegiato – questo non possiamo dimostrarlo – ma chi vive all’estero tiene più alla propria autonomia di scelta. Al contrario, la maggiore propensione al lavoro in deroga si riscontra tra i giovani italiani che vivono da soli e non laureati (37,7%), e in second’ordine tra i non laureati che vivono in famiglia (30,7%). Forse “disertare” la lotta di classe in Italia non darà molti crediti presso il nuovo populismo, ma aiuterà a riscoprire il valore della dignità.

Con la generazione dei Novanta è nata una nuova etica del lavoro. E i ventenni di oggi si trasformano in piccoli stakanovisti, senza farci caso. Uno guarda certe interviste con i colletti della Silicon Valley, e gli sembra che la filosofia degli uffici sia quella di renderli sempre più simili a casa propria: sale relax, tavolini per ping pong, angolo videogame; in realtà, per la stragrande maggioranza degli impiegati del terziario, è la casa che è sempre più simile a un ufficio. È il fenomeno della “domesticizzazione del lavoro”: nessuno crede più agli orari classici, dalle 9.00 alle 17.00, i fogli Excel continueranno a essere aperti agli orari più improbabili, magari sul proprio letto, mentre un gatto vi ronfa sulle ginocchia e il vostro partner, disteso di fianco, fa altrettanto.

Bella vita grama. Chi ha firmato per questa presa per i fondelli? Il bello è che, come in molte truffe, c’è una sostanziale seppur involontaria complicità dei truffati. Che per i ventenni si chiama, come l’ha definita Marco Bascetta de Il Manifesto, “economia della promessa”. Volete essere pagati in denaro? Ma ci sono tanti altri modi, per retribuire ciò che vi spetta: la promessa di futuri guadagni, di uno status spendibile nel presente, ma anche di essere stabilizzati in un ufficio pubblico, in una cattedra a scuola, all’università. Oppure nel lavoro culturale, che farà contenti i vostri genitori ex sessantottini e vi terrà calde le coscienze. La benzina che spinge a farsi sfruttare è questo crudele ottimismo, per il quale “non è finita fin quando è finita”, e i patrimoni familiari non saranno dilapidati.

Nel 2012, Ross Perlin ha scritto un formidabile saggio sull’uso e sull’abuso delle internship nelle aziende americane. Lo studio di Perlin, oltre a disvelare le furbizie economiche delle aziende che sfruttano i tirocinanti, oltre a smascherare le differenze di classe tra gli sfruttati – i benestanti che possono permettersi di lavorare gratis a lungo e i poveri, le minoranze etniche, le donne costretti a rinunciare alle proprie aspirazioni dopo un certo periodo di tempo – fa emergere il ricatto costituito da certe velleità culturali. È la “trappola della passione”: quando una presunta vocazione esistenziale si trasforma in catena che immobilizza, umilia, impedisce di crescere. Del resto, i ventenni sono in un’età in cui possono permettersi il relativo allungarsi del tempo di attesa per entrare nel mercato del lavoro, fintantoché la crisi non si dipanerà ed essi stessi non avranno meglio definito la propria identità; mentre non se lo possono più permettere quelli che hanno aspettato per troppo tempo, i 30-40enni, la vera generazione perduta italiana.

Ross Perlin

Perché il conflitto non è ancora esploso? Secondo il sociologo Alessandro Rosina, il conflitto non è ancora esploso per almeno due ragioni. La prima, scrive in Perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, è che si tratta di una bomba disinnescata. “I giovani italiani sono indotti a chiedere come favore dai genitori quanto negli altri Paesi si ottiene dallo Stato come diritto. La famiglia di origine, unico e vero ‘ammortizzatore sociale’, compensa quello che non offre il sistema di Welfare pubblico. Aiuta a trovare lavoro, a integrare il magro stipendio iniziale, a pagare affitto o mutuo, a fronteggiare le varie situazioni di difficoltà nel processo di conquista di una propria autonomia. Ma una società in cui conta soprattutto scegliersi bene la famiglia nella quale nascere, e poi tenersi buoni i genitori il più a lungo possibile, non è l’esatto ritratto di una società equa e dinamica.”

La seconda è che: “La condizione di precarietà costringe i giovani a rimanere quotidianamente preoccupati del proprio percorso individuale a mantenere quindi costantemente lo sguardo verso il basso per decidere come e dove posare il piede, passo dopo passo. Più difficile allora, in queste condizioni, riuscire ad avere il tempo, la condizione psicologica e le energie intellettuali, per sollevare lo sguardo e cercare di capire cosa sta accadendo al di sopra delle loro teste.”

L’ipocrisia e l’irresponsabilità del centrosinistra italiano – che per lo meno il problema della precarietà sembra porselo – sta nell’aver proposto per decenni soluzioni che avrebbero funto soltanto come palliativi: la diatriba sull’art. 18, gli “ottanta euro”, vari bonus per i giovani, le tasse schiaccianti dell’era prodiana per finanziare uno statalismo che non ha portato da nessuna parte. Il dramma dei ventenni di oggi è che non vedranno mai la pensione; e se la vedranno, essa sarà ridicolmente bassa. La nozione di precarietà che più li angoscia non è quella legata all’effimero e all’instabilità del lavoro – che, per l’amor del cielo, non deve occupare il cuore di una vita, e nessuno vorrebbe più lavorare in un’Italsider – ma ai salari bassi. E in Italia i salari sono bassi perché nessuno si è interessato all’innalzamento del salario minimo, alla scrematura di quelle aziende che campano sfruttando i giovani e i sussidi. L’irresponsabilità del ceto politico sta nel far credere che le pensioni future possano aumentare senza toccare alcuno di questi aspetti: l’età pensionabile, la crescita del Pil o la spesa pubblica. Far credere che nell’economia globalizzata attuale il precariato nostrano potrà trovare la sua riscossa recuperano i soldi di qualche miliardario alle Cayman, assegnando alcune migliaia di borse di ricerca in più o tagliando i vitalizi parlamentari, è una vergognosa fesseria. Ma l’impressione è che a crederci siano più i trentenni, impegnati in una resa dei conti con la propria frustrazione, che i ventenni, già attrezzati ad una guerra di tutti contro tutti.

E se avessero ragione questi ultimi, i nati negli anni Novanta? Passando in rassegna ciascuna delle tattiche per affrontare la precarietà emerse nella ricerca, nessuna di esse sembra capace di sovvertire il “realismo capitalista”. Fa un po’ di tristezza, a rifletterci, ma è una presa di coscienza che forse li allevierà dal giacimento di dolore e di difficoltà che noi nati negli Ottanta ci stiamo lasciando alle spalle. Non esistono schemi generazionali da seguire, i riferimenti valoriali condivisi non funzionano più; le risposte ci sono, sotto forma di video e libri motivazionali, ma non sembrano legate da un filo politico o ideale. Sono, di fatto, tattiche di sopravvivenza. Chi ha meno di trent’anni non si illude più di importare i principi della vita privata nel posto di lavoro, ma al contrario, sa già che il lavoro verrà assorbito nel sistema di regole della vita privata. D’altro canto, da dove, e da chi, avrebbe dovuto trarre quella tensione collettiva che gli adulti pretendono da loro? Saranno, probabilmente, genitori meno miopi dei nostri, e meno spaesati di quando lo saremo noi.

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