L’arte è la forma di disobbedienza civile più efficace, ci insegna Arturo Toscanini

Inviso ai fascisti, sopportato a malapena da Mussolini e Hitler, Arturo Toscanini è uno dei pochi artisti che sono riusciti a mantenere la propria integrità morale e onestà intellettuale in un periodo cupo, a costo di mettere a rischio la propria carriera e il proprio tornaconto personale, sfidando con audacia i gretti metodi fascisti in nome della propria legge morale di uomo libero.

La spiccata personalità e il furore integerrimo di Arturo Toscanini, affondano le radici nel perfezionismo e nella dedizione che ha applicato in ogni sfera della sua vita, non solo alla musica. Per lui, l’arte è al di sopra di qualsiasi altra cosa, e come tale non può e non deve sottostare a nessun tipo di compromesso, tantomeno politico. Nella sua concezione, rivoluzionaria per l’epoca, il direttore era colui che doveva eseguire la musica per com’era stata scritta, nulla di più, senza assecondare vezzi creativi o il proprio gusto personale. Il direttore, con umiltà, deve farsi strumento per permettere alla composizione di manifestarsi. Fu questa fedeltà all’opera d’arte che lo spinse a rinunciare per divergenze ideologiche anche a importanti ruoli: la direzione plenipotenziaria della Scala prima, e il ruolo di direttore del festival wagneriano di Bayreuth poi.

Toscanini inizia la sua carriera in Brasile nel 1886 a soli 19 anni, quando – scritturato come violoncellista – viene sollecitato da alcuni colleghi strumentisti a sostituire il direttore d’orchestra contestato dal pubblico nei precedenti concerti. Catapultato nella direzione a memoria dell’Aida di Verdi, ottiene un successo inaspettato che rappresenterà il primo passo di una carriera durata quasi settant’anni. Al ritorno in Italia viene ingaggiato dal Teatro Regio di Parma e dalla Scala, in un crescendo che, successivamente, lo porta a esibirsi nei principali teatri d’Italia e ad affermare la propria visione artistica: il teatro come esperienza morale, oltre che estetica, un luogo di cultura e formazione e non di semplice svago. Alla luce di queste convinzioni opera una vera e propria rivoluzione nell’ambiente della musica cosiddetta colta, introducendo ad esempio il divieto d’ingresso per i ritardatari e l’abbassamento delle luci in sala.

La sua fama raggiunge in fretta l’America, e il Metropolitan di New York gli affida la sua direzione artistica nel 1908: sette anni di successi nei quali si crea un legame indissolubile tra il Maestro e gli Stati Uniti, una seconda patria economicamente e culturalmente gratificante, che ne esalta le capacità e lo accoglie con premura. Nonostante ciò, con lo scoppio della prima guerra mondiale, Toscanini si lacia sedurre dagli ideali interventisti. Figlio di un garibaldino, crede ciecamente che l’Istria, il Trentino e l’Alto Adige appartengano all’Italia e pertanto decide di tornare in patria per supportare l’operazione militare. I limiti anagrafici però ne pregiudicano l’azione in prima linea, così ipoteca la casa di Milano e dissipa tutti i propri risparmi per organizzare concerti gratuiti per vedove, orfani e profughi di guerra. Durante la battaglia di Caporetto accorre con una piccola orchestra, per spronare le truppe, suonando per 4 giorni la Marcia Reale e cercando di intimorire con tutti i mezzi a sua disposizione gli austriaci.

Arturo Toscanini (quarto da sinistra) con alcuni generali e tenenti, Monte Santo di Gorizia, 1917

Infervorato dallo spirito patriottico, Toscanini vede inizialmente nel programma politico fascista una speranza di rivalsa sociale e culturale, un ideale continuazione delle idee maturate con la Grande Guerra. Accetta così, nel 1919, la candidatura nella lista propostagli da Filippo Tommaso Marinetti, che fa da tramite per conto del Duce, per le elezioni politiche di Milano. Nessun fascista viene eletto alla Camera dei deputati, ma il Maestro ottiene comunque 5000 voti, e dopo un anno ottiene la direzione plenipotenziaria della Scala, dando vita a un’orchestra con la quale esegue un ciclo di recite tra Italia e Stati Uniti.

Eppure bastano pochi anni al Maestro per rivedere la propria considerazione del Fascismo. La deriva autoritaria e la marcia su Roma sono difficili da accettare per chi ha un’alta idea di democrazia e si confronta regolarmente con il modello statunitense. Ogni imposizione fascista viene giudicata come una pagliacciata da Toscanini, che rifiuta di diventare oggetto di propaganda, difendendo strenuamente La Scala dalle interferenze del regime, e rendendo il teatro milanese immune da ogni condizionamento ideologico. Lo scontro si acuisce nel 1926, quando Toscanini dirige la prima della Turandot – opera incompiuta di Giacomo Puccini. Mussolini vuole partecipare e pretende l’esecuzione dell’inno fascista Giovinezza come introduzione all’opera. La risposta di Toscanini è netta: non solo non accetta la presenza del Duce in sala, ma rilancia dicendo che gli inni fascisti risuoneranno alla Scala solo con un altro direttore artistico. Mussolini è conscio che un artista di tale prestigio in ambito internazionale non può essere messo in discussione, perciò fa marcia indietro e non si presenta, ma ordina all’OVRA di sorvegliare il Maestro in Italia e all’estero.

Arturo Toscanini torna in Italia per votare insieme alla figlia Wally e alla nipote Manuela, 1953

Tutto lascia presagire che lo scontro tra le fila fasciste e Toscanini, culmini di lì a poco. E infatti avviene nel 1929, quando Toscanini viene precettato dal teatro Comunale di Bologna per la conduzione di un concerto previsto nel maggio del 1931 in memoria del suo caro amico Giuseppe Martucci, direttore d’orchestra, pianista e insegnante. In concomitanza, nello stesso periodo, si tiene la Fiera del Littorale che catalizza in città numerosi fascisti, nonché il ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano e il Sottosegretario all’interno Leandro Arpinati, che richiedono l’esecuzione di Giovinezza e della Marcia Reale all’inizio del concerto. Con queste premesse, per Toscanini viene a mancare completamente il senso della commemorazione a Martucci. La sua reazione è severa come ai tempi del diniego a Mussolini. La notizia del rifiuto si diffonde in fretta e prima del concerto trova davanti al camerino un gruppo di fascisti inviperiti per la mancanza di rispetto dimostrata nei confronti del regime e del Duce. Toscanini viene malmenato e portato in salvo dal suo autista. Il Duce e le autorità locali metteranno tutto a tacere. Comincia così una nuova fase della vita del direttore, che non dirigerà più in alcun teatro italiano, né lavorerà con orchestre italiane fino alla fine della guerra.

Arturo Toscanini con alcuni membri della NBC Symphony Orchestra, Sun Valley, USA, 1950

La guerra di Toscanini diventa totale, non solo a Mussolini e al regime fascista, ma anche al nazismo. Nel 1930 viene designato primo direttore d’orchestra non tedesco alla conduzione del prestigioso festival wagneriano di Bayreuth. Un sogno per chiunque, che il Maestro interrompe bruscamente non appena Hitler legittima il potere nel 1933, rifiutando i suoi inviti. Accetta allora la conduzione del festival mozartiano a Salisburgo, incarico che manterrà fino al giorno dell’Anschluss. Da lì si sposterà poi al festival di Lucerna, fino ad arrivare alla conduzione, nel 1936, dell’Orchestra sinfonica della Palestina, a Tel Aviv, composta da musicisti ebrei esuli provenienti da tutta Europa. Una scelta dal forte valore simbolico, in netta contrapposizione al Reich e a Hitler. Nel 1937 la NBC formerà un’orchestra appositamente per lui, con lo scopo di divulgare musica sinfonica e formare la cultura musicale della popolazione statunitense. Un gancio che spinge definitivamente Toscanini all’auto-esilio quando viene a conoscenza dell’applicazione da parte del regime fascista delle leggi razziali. La remissività del popolo italiano, che subisce passivamente questa decisione brutale, è il pretesto definitivo per allontanarsi dalla sua patria.

Arturo Toscanini in un tour coast-to-coast degli Stati Uniti insieme al figlio Walter e al nipote Walfredo, 1953
Arturo Toscanini atterra a New York per una visita a sorpresa con la figlia Wanda e il figlio Walter, 1955

Per le audaci risposte date ai regimi autoritari e la dimostrazione di coerenza e carisma, Toscanini diventa così simbolo universale della resistenza. Nel 1944 è il principale protagonista – insieme ad altri esuli anti-fascisti come Giuseppe Antonio Borgese, Randolfo Pacciardi e Gaetano Salvemini – del video di propaganda americana dedicato agli italiani, nel quale è intento a dirigere l’ouverture de La forza del destino e L’inno delle nazioni di Verdi. Con la fine della guerra, Toscanini finalmente si riappropria di quanto gli è stato tolto dalle forze anti-democratiche, festeggiando la fine del fascismo in America e tornando in Italia nel 1946 per votare al referendum istituzionale e dirigere il concerto di riapertura della Scala dopo i bombardamenti del 1943. Il suo ritorno è trionfale, con gente in fila anche per 30 ore pur di ottenere un biglietto.

È il 1949 quando il Maestro riceve la nomina a senatore dall’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Con l’umiltà e l’integrità morale che lo hanno sempre contraddistinto, rifiuta però l’incarico inviando un cablogramma di risposta che fotografa la sua intima essenza: “Schivo da ogni accaparramento di onorificenze, titoli accademici e decorazioni, desidererei finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa”. Termina la propria carriera nel 1954, a 87 anni, quando – durante l’esecuzione di Tannhäuser, di Wagner – un vuoto di memoria di 15 secondi lo pone brutalmente davanti ai limiti fisiologici della sua età ormai avanzata. Si spegne tre anni più tardi a New York. Il giorno dopo la salma torna in Italia, alla camera ardente allestita alla Scala, dove lo aspetta commosso il suo vasto pubblico.

Talvolta di Toscanini è più semplice sottolineare gli aneddoti che hanno caratterizzato la sua vita, ma è giusto ricordare che il patrimonio lasciatoci in eredità dal Maestro è molto più vasto di quanto si pensi. Non solo per la rivoluzione apportata al settore della musicale, ma proprio per il modo in cui questa arrivò a influenzare il tessuto sociale dell’epoca. Arturo Toscanini è stato il primo direttore d’orchestra a essere riconosciuto come una star internazionale, proprio come una pop star ante litteram veniva riconosciuto ovunque andasse e i giornali internazionali gli dedicavano spesso le loro prime pagine. Questa fama da un lato gli permise di preservare la propria integrità, tenendo testa al regime fascista e a personalità come Mussolini e Hitler, dall’altro lo trasformò in una macchina mediatica in grado di divulgare musica colta in maniera capillare.

Non è un caso che negli Stati Uniti il programma radiofonico di Toscanini trasmesso dalla NBC sia riuscito a ottenere fino a dieci milioni di ascoltatori a puntata, un risultato che saldò definitivamente il suo rapporto con gli Stati Uniti. La chiave del suo successo, oltre al maniacale perfezionismo, è stata la capacità di essere internazionale e moderno – interpretando non solo grandi classici ma anche opere di musica dell’epoca contestate dalla critica come ad esempio la Salomè di Richard Strauss, del 1905 – dimostrandosi un uomo dagli ampi orizzonti che ha sempre creduto nella cultura e nell’arte come elementi totalizzanti in grado di unire anziché dividere.

 

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