Perché senza il cinema di Orson Welles quello di Nolan oggi non esisterebbe

Tra le tante fulminanti citazioni che si attribuiscono a Umberto Eco di certo quella del 2015 sui social e sul diritto di parola che hanno dato agli imbecilli non è passata inosservata. Al di là del senso circoscritto di un aforisma, e al di là di quanto possa contare nel futuro dell’umanità il fatto che una donna diventata famosa per aver detto una frase sul Covid in spiaggia a Mondello abbia in pochi giorni rastrellato oltre centocinquantamila follower su Instagram, non so dire se in effetti Eco fosse stato troppo severo con gli utenti del web, ma che di certo avesse individuato un fenomeno tangibile.

I social, magari, non hanno dato parola solo a legioni di imbecilli, ma di sicuro a legioni di critici cinematografici sì: se un tempo il commento a un film si limitava a una chiacchiera a cena, a una discussione da cineforum o, nella formula più istituzionale, a un articolo scritto da un giornalista, oggi abbiamo tutti diritto ai nostri quindici minuti da Mereghetti. Su YouTube è pieno di canali che spiegano, analizzano e commentano i lungometraggi in uscita, su Twitter o su Facebook ciascuno di noi può dire la sua sulla Mostra del Cinema di Venezia e, proprio come sto facendo io in questo momento, su diverse piattaforme di informazione online si può scrivere una recensione o qualcosa del genere. Non succede con qualsiasi film in sala, certo, non è una cascata perenne di opinionismo cinematografico, ma più una tendenza tipica dei social network di cogliere sempre la palla al balzo per il prossimo trending topic.

Di recente, vista anche la chiusura delle sale, non ci sono stati così tanti film che hanno innescato questa dinamica – l’ultimo, forse, era stato Joker – motivo per cui la nuova pellicola di Christopher Nolan ha probabilmente catalizzato così tante attenzioni su di sé, riproponendo un costante ritornello di “Non ci ho capito nulla”, “Non vuol dire niente”, “Non ha senso”, “Qualcuno me lo spiega?”.

Christopher Nolan

Non siamo tutti critici cinematografici, non abbiamo il dovere di conoscere ogni tassello della storia del cinema dai fratelli Lumière ai fratelli Coen, ed è perfettamente comprensibile perché si usi un post su Facebook giusto per manifestare un po’ di disorientamento dopo aver visto Tenet – film che, ovviamente, come è solito a Christopher Nolan, punta molto su questo senso di spaesamento. Non siamo tutti autori dei Cahiers du cinéma, ma è comunque interessante sapere che, prima di quel groviglio di trame, salti temporali e azzardi di sceneggiatura che è questo film, c’è stato un artista (attore e regista) che con le sue pellicole ha messo alla prova in modo visionario e audaci i confini della settima arte, tanto da diventare il simbolo stesso del cinema moderno. Orson Welles è il nome che dobbiamo tenere a mente tutte le volte in cui ci vogliamo spingere oltre il ruolo di spettatori, e se siamo interessati a una complessità del racconto che vada oltre il celebre “grado zero della scrittura” di cui parlava Roland Barthes.

Nolan è sicuramente un regista che a mio parere ha imposto una forte identità stilistica nel modo attuale di fare film, quando si dice “sembra proprio un film di…” d’altronde vuol dire che il regista in questione è stato in grado di creare qualcosa di significativo o quanto meno innovativo. Ma come quasi tutti i grandi è anche profondamente debitore ad alcuni suoi predecessori e non si può negare quanto abbia preso da Orson Welles e dalla straordinaria rivoluzione che ha compiuto, dando letteralmente vita al cinema che conosciamo oggi. 

Orson Welles

Orson Welles, infatti, oltre a essere un regista capace di intuizioni straordinarie, è uno di quei personaggi della storia che potremmo definire in anticipo su qualsiasi cosa. Capita che alcuni film dall’immenso valore perdano smalto, nel senso che sebbene se ne riconosca la funzione e l’importanza storica non è così facile fruirne, per via della loro lentezza, magari, o di un linguaggio che alle nostre orecchie appare obsoleto; questa cosa appare evidente con diversi lungometraggi considerati come pilastri della cinematografia che per un giovane studente del Dams si rivelano polpettoni indigeribili. Nel caso di Orson Welles e del capolavoro che diresse ad appena venticinque anni, Quarto potere Citizen Kane in originale – la regola non scritta, ma spesso cavalcata del “Che noia i classici” decade immediatamente, cosa che succede peraltro con molte altre pellicole ingiustamente accusate di pesantezza. Quarto potere potrebbe essere stato scritto e pensato nel 2020 nonostante sia un film del 1941, e non a caso viene considerato all’unanimità la base per la maggior parte del cinema che è seguito, un cinema che aveva la necessità di rivoluzionare la propria forma e i propri contenuti per riuscire a raccontare una realtà stratificata. 

La genialità di Welles, prima ancora che con la messa in scena di Citizen Kane, era già evidente dagli inizi della sua carriera, quintessenza del Novecento inteso come il secolo della nascita e della diffusione dei mass media. Welles infatti non era vicino solo agli ambienti del cinema – e per vicino si intende che era diventato lui stesso a essere un elemento centrale della settima arte – ma anche a quelli della radio e del teatro: fu lui a mettere in atto il famoso esperimento radiofonico de La guerra dei mondi nel 1938, quando utilizzò il riadattamento del romanzo di H.G. Wells per spaventare gli Stati Uniti con una provocazione mediatica senza precedenti. Welles era infatti perfettamente cosciente della potenza delle nuove “armi” diventate centrali per il controllo della massa – basti pensare alla propaganda nazista o fascista, ma anche ai famosi fireside chat di Roosevelt – e con il suo esperimento mediatico-goliardico (se così possiamo definire far credere a migliaia di americani che fosse in atto un’invasione marziana) ha dimostrato la rilevanza di un fenomeno che oggi è al centro della nostra vita su qualsiasi piano: politico, sociale, economico, personale. Un tema che, per molti aspetti, è il centro anche di Quarto potere, un film che ruota attorno alle vicende di un magnate del giornalismo e della sua complessa e inestricabile vita, un racconto che – proprio come Tenet, ma ovviamente non solo – cambia in base al punto di vista di chi lo sta raccontando; una tecnica che oggi nel cinema può sembrare ormai “classica” e rodata, ma che ottant’anni fa non lo era affatto. 

La rivoluzione di Quarto potere si articola su più piani, fino al punto che viene considerato sia il punto di rottura con il cinema classico prodotto fino a quel momento, sia il suo apice; nel senso che Welles, da giovane sperimentatore, ma anche attento osservatore, ha condensato in maniera inedita tutte le tecniche allora disponibili in una sola pellicola, tanto da renderla ciò che Jorge Luis Borges definiva “Un labirinto senza centro”, una summa della tradizione e un’anticipazione della sua eredità. Prima di tutto attraverso una fortissima soggettività autoriale che si traduceva in un modo di intendere la videocamera diverso dal solito, quello istituzionale – nella sua versione mai realizzata di Heart of Darkness, infatti, il personaggio di Marlow non si vedeva mai se non attraverso la sua ombra; poi anche tramite una serie di tecniche innovative e spiazzanti per gli spettatori dell’epoca, come quella del deep focus, la profondità di campo che consentiva alla pellicola di avere un’immagine che andava oltre la bidimensionalità a cui si era abituati. Il piano sequenza poi e in generale l’insieme di long take di cui Welles faceva utilizzo facevano sì che nella narrazione del racconto fossero presenti in modo simultaneo più azioni, una scelta che metteva in comunicazione forma e contenuto del film rendendo ancora più vivida la complessità del sovrapporsi di nuclei narrativi, punti di vista e trame. Non a caso, infatti, uno dei critici più importanti del Novecento, André Bazin, ha evidenziato l’influenza che questo film ha avuto sui codici del realismo cinematografico: il racconto non è più frammentato, ma tridimensionale, e questa forma chiama in causa lo spettatore, che assume un ruolo attivo nell’interpretazione dell’immagine e della storia a cui assiste, inedito fino a quel momento.

La storia di Charles Foster Kane, protagonista del film che si ispira chiaramente a quella di William Randolph Hearst, si articola dunque con una stratificazione di punti di vista, flashback, incastri e altri espedienti che ne precludono la linearità: tutto ciò rispecchia non solo la spinta di Welles a rivoluzionare i canoni del cinema di quel momento, ma anche a sottolineare in modo complesso e sofisticato l’ambiguità del personaggio, un personaggio che rispecchia per valori e biografia anche la quintessenza del sogno americano.

La spirale di incomprensibilità e mistero che avvolge la vita di questo magnate è la messa in scena di un fallimento, la critica a un sistema che si basa esclusivamente sugli interessi economici che portano alla caduta dei principi di umanità, dell’amore, dell’affetto, del ricordo tenero e sommerso dell’infanzia, che scopriamo alla fine essere il segreto di quella parola ripetuta durante tutto il film: Rosebud. La vita di Kane, nonché la sua morte, è una morte simbolica che si riflette nell’ossessione di quest’uomo per l’accumulo, per il materialismo della sua esistenza che trasforma il mondo attorno a lui in una sorta di museo di oggetti, un universo di cose, più che di esseri umani; una metafora dell’America sotto forma di un puzzle, o di un “giallo metafisico”, sempre per citare il commento al film di Borges. E non a caso il lavoro di Kane è proprio quello di gestire i mezzi di comunicazione più potenti che il secolo breve stava mettendo a disposizione per la formazione di una società moderna, basata proprio sull’ambiguità del punto di vista, della versione soggettiva e fallace della realtà e della sua visione contraddittoria – così come la vita del protagonista – cosa che avviene in Citizen Kane non solo attraverso la forma che Welles adotta per raccontare questa storia, ma anche all’interno della storia stessa.

Quarto potere è solo il primo di una serie di lavori nella carriera lunga e articolata di Orson Welles, il quale si alternò per anni tra Europa e Stati Uniti, lavorando anche con registi come Pier Paolo Pasolini – è il protagonista del suo celebre cortometraggio La ricotta” contenuto nel film Ro.Go.Pa.G.. Il suo ruolo centrale nella storia del cinema non deve essere scambiato per una presenza puramente celebrativa e accademica per appassionati del settore o studenti di materie affini: Orson Welles è un artista che non ha perso un minimo di fascino, di aderenza alla realtà e di capacità di analisi del mondo contemporaneo, così come i suoi film, a distanza di quasi un secolo. Vale sempre la pena andare al cinema a vedere un nuovo film, che sia Nolan o qualsiasi altro regista, ma anche ripescare nel passato, ogni tanto, quando magari non ci sentiamo troppo soddisfatti del presente, non è affatto male.

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