Come Spike Jonze, Chris Cunningham e Michel Gondry hanno trasformato i videoclip in capolavori d’arte - The Vision

Come tutti i millennial ricordo bene quando, prima di entrare negli anni dell’adolescenza, la musica era fatta solo di cd – o cd pirata – radio e televisione. I file mp3 e i download sono arrivati quando ancora internet non era diventato ciò che è oggi, ossia il mezzo di comunicazione per eccellenza del presente, e vent’anni fa, non un tempo così lungo, immaginarsi qualcosa come Spotify era quasi impossibile. I discorsi generazionali sono spesso noiosi, e so bene che se parlare con un baby boomer vuol dire sentire con ogni probabilità racconti gloriosi di vinili, rock and roll e cantautorato impegnato, ascoltare un millennial o uno xennial decantare le gesta musicali della sua prima giovinezza equivale a un resoconto dettagliato di quante cose ormai non si facciano più. Per certi aspetti è vero, per altri basta solo rendersi conto che alcune forme sono cambiate, ma non per questo si sono estinte. È vero che avere una piattaforma di streaming facilita l’ascolto e l’esplorazione, ma è anche inevitabile che questo generi dispersione, meno aspettativa, un po’ di assuefazione, ecco – non a caso il vinile è tornato in auge sotto forma di oggetto per intenditori. C’è una cosa però che mi manca davvero, e penso manchi a molti altri che come me hanno vissuto quella realtà, ed è la cultura emergente e piena di novità del videoclip musicale: negli anni d’oro di canali tematici come MTV, infatti, cioè dalla fine degli anni Novanta ai primi anni del Duemila, è nato qualcosa a livello cinematografico e musicale che oggi diamo per scontato – e che soprattutto ha cambiato mezzo di diffusione – e che ha dato spazio a una generazione di registi cult. Michel Gondry, Spike Jonze e Chris Cunningham sono i tre nomi più importanti e simbolici di quel movimento culturale, i registi che hanno rivoluzionato a cavallo tra i due millenni il modo di mettere insieme immagini e musica.

Nel 2020 possiamo dire senza troppe esitazioni che il video, come forma espressiva, abbia prevalso su tutto. Si scrivono libri, si registrano podcast, si ascolta musica, certo, ma tutto ciò di cui siamo circondati ogni giorno come un flusso costante sono le immagini in movimento di cui si nutrono i social. Tik Tok, la piattaforma per eccellenza del presente, è un brulicare di video musicali fai da te in cui milioni di persone si ritrovano per replicare movimenti e coreografie da meno di un minuto, tanto da indurre la stessa industria discografica a produrre canzoni facilmente tiktokkabili. Il videoclip musicale come lo intendiamo oggi è a tutti gli effetti un prodotto di YouTube, altra piattaforma che ben prima dell’app cinese per i balletti e le challenge ha messo al centro della sua estetica il video, cosa che ha rivoluzionato in modo drastico il mondo dei media. A oggi, dunque, i video più importanti e destinati a diventare cult sono quelli che generano quante più visualizzazioni, un metodo di quantificazione molto chiaro ed esplicito; basti pensare, per esempio, ad alcuni videoclip che negli ultimi anni sono diventati non solo virali ma anche simbolici, prima di tutto per chi cantava – star molto grosse – ma anche per ciò che raccontavano. Da questo punto di vista, il video di Beyoncé e Jay-Z, APES**T, uscito nel 2018, è stato un caso emblematico di come oggi un video musicale possa uscire dalla semplice funzione di supporto mediatico alla canzone – siamo tutti online e siamo tutti ben pronti a cliccare sulla riproduzione di un video che ci sembra interessante. Per il resto, la cultura del video musicale si è intersecata con quella della promozione, generando molto materiale ma anche, inevitabilmente, meno qualità, più standardizzazione – il branded content spopola ormai a livelli quasi paradossali. E questo non è per forza un giudizio di valore, ma una conseguenza di tutto ciò che si espande a macchia d’olio, come fanno i contenuti multimediali.

Jay-Z e Beyoncé nel video di APES**T (2018)

Registi come Gondry, Jonze e Cunningham hanno il merito di aver intuito l’incredibile potenziale di questa commistione tra due realtà che erano già in comunicazione, affinandone le tecniche e capendo quanto potesse essere stimolante da un punto di vista creativo: le colonne sonore sono sempre esistite, ma le “colonne visive”, al contrario, no. O meglio, magari si può andare a pescare nei classici dell’illustrazione del suono attraverso il video come Fantasia o, diversi anni dopo sulla scia della psichedelia anni Sessanta, Yellow Submarine, oppure qualcosa di simile si può trovare esplorando le realtà televisive dei varietà, in cui gli stacchetti canori si coloravano con coreografie e scenografie, eppure nessuno di questi esempi può essere paragonabile al lavoro di regia che hanno fatto questi tre.

Human Behaviour (1993)

La rivoluzione di questo trio, legato non tanto dall’estetica in comune ma dalla collaborazione con gli stessi artisti, una su tutte Björk, e dall’intento di portare su un nuovo livello la realtà del videoclip, è stata quella di traslare su un piano estremamente pop, nel senso più positivo del termine, un contenuto che fosse sì sperimentale, ma che rendesse prima di tutto giustizia a un genere che fino a quel momento non aveva avuto una sua vera e propria dignità. Il videoclip musicale, infatti, al di là delle sue molteplici declinazioni – da quello più promozionale a quello fatto in casa – è una forma ibrida che pesca nella struttura del cortometraggio, quindi nella sintesi narrativa, ma anche nella sinestesia, nella capacità di mettere in video ciò che sentiamo e di creare, più che un accompagnamento secondario con un tappeto di immagini, una vera e propria sinergia di suono e immagine. Da un punto di vista linguistico, questa forma di rappresentazione diventa una sorta di realtà aumentata: non solo abbiamo il messaggio visivo, con il suo codice di espressione, ma aggiungiamo anche quello musicale, che va a creare una stratificazione semantica. Forse la cosa più vicina al sogno e all’immaginazione, a tutte quelle realtà che stanno solo nella nostra testa quando ascoltiamo una canzone e che sono così difficili da comunicare a qualcuno che non è nel nostro cervello – e non a caso il sogno è l’elemento distintivo della poetica di Michel Gondry.

Let Forever Be (1999)

Michel Gondry, prima di diventare il regista di uno dei film cult per eccellenza dei primi anni Duemila, nonché il film con il titolo peggio tradotto della storia d’Italia, Se mi lasci ti cancello (The Eternal Sunshine of the Spotless Mind), è infatti un regista di videoclip che negli anni di MTV e della diffusione televisiva di realtà “alternative”, quando c’era spazio per queste sui media classici, ha fatto scuola. Diventando popolare con il video di “Human Behaviour” – di Björk, che lo aveva notato proprio per un passaggio sulla rete musicale americana – il regista francese si trasformò presto in un punto di riferimento per uno stile di video musicali, che dirige per alcuni dei migliori musicisti di quegli anni. I White Stripes, per esempio, gli fanno dirigere una serie di video come quello di “Fell in love with a girl”, “Dead leaves and the dirty ground” e “Hardest button to button”, in cui si può apprezzare chiaramente quale fosse l’intento artistico di Gondry – che sarà poi anche la cifra dei suoi film, specialmente de L’arte del sogno: l’atmosfera sembra infatti quella di un video amatoriale, fatto in casa, un VHS di ricordi che si intreccia con un’estrema materialità delle immagini. Nei video di Gondry la sceneggiatura diventa un elemento centrale, a partire dal racconto didascalico della musica attraverso il tempo della canzone – succede per esempio in “Hardest Button to Button”: ogni colpo di cassa si moltiplicano le immagini – fino ad arrivare a prendere le sembianze di una visione che potremmo avere quando siamo ancora mezzi addormentati e mescoliamo sogno e realtà. Così succede per esempio nel video di “Let Forever Be” dei Chemical Brothers, o in quello di “Deadweightdi Beck, o ancora in quello di “Around the Worlddei Daft Punk e di “Knives Outdei Radiohead.

Around the World (1997)

Knives Out (2001)

Il punto di contatto più profondo tra Gondry e Jonze, al di là della collaborazione con gli stessi artisti – Björk, ma anche i Daft Punk e i Chemical Brothers – è probabilmente lo sceneggiatore Charlie Kaufman che ha scritto sia The Eternal Sunshine of the Spotless Mind che Essere John Malkovich, il film che, così come il primo per Gondry, segna la consacrazione di Jonze a regista cinematografico. Lo stile di Jonze nei videoclip, nonostante questa passione comune che porta a un livello più profondo l’idea di cortometraggio musicale, ha però molto di diverso da quello di Gondry. Il regista newyorkese è infatti strettamente collegato alla sottocultura dello skate e dunque a tutto ciò che le ruotava intorno, ragione per cui fu notato dai Sonic Youth, che gli chiesero di dirigere un loro video. L’estetica di Spike Jonze è strettamente legata a quella anni Novanta sporca, sfacciata, ribelle e ironica che si può riassumere con un solo nome, ossia quello dei Beastie Boys, band con cui il regista ha collaborato più volte contribuendo proprio a creare l’immagine iconica dei tre rapper bianchi ebrei. Nel video di “Sabotage” Jonze utilizza gli stilemi del poliziesco americano anni Settanta per creare una sorta di video parodia con delle immagini e un modo di comunicare sprezzante e ridicolo, che poi ritroveremo spesso anche in un’altra sua creazione, l’assurda trasmissione per stuntman Jackass. Con Fatboy Slim, idolo della musica elettronica primi anni Zero, poi, Jonze crea un piccolo capolavoro di iperrealismo che diventerà poi una pietra miliare per tutta la cultura dei videoclip successivi, che spesso riprodurranno quell’atmosfera da mockumentary che c’è nel video di “Praise You”, in cui è il regista stesso a ballare al centro di una bizzarra coreografia davanti a una sala cinematografica. Un immaginario che proprio oggi, negli ultimi anni, è ritornato prepotentemente sotto forma di normcore e filtri Instagram che fingono la sgranatura di videocamere manuali.

Sabotage (1994)

Praise You (1999)
Weapon of Choice (2001)

Se Spike Jonze crea il videoclip ironico, parodistico, low-fi – ma non solo, basti pensare al quello degli Arcade Fire, “Suburbs”, che richiama lo stile di Her – e Michel Gondry crea quello materico, ritmato, onirico, mettendo in scena i sogni, Chris Cunningham mette in scena i peggiori incubi della tecnologia, dell’oscurità della macchina, della doppia faccia della modernità in stile Matrix, con estetica cyberpunk, per cui se da un lato il progresso ci emancipa dall’altro ci tira a picco nelle sue tenebre. E infatti Cunningham, insieme all’artista Aphex Twin, dà vita a uno dei video musicali più sinestetici tra audio e immagini, quello di “Come to Daddy” che diventa un altro punto di svolta per la rappresentazione audiovisiva delle canzoni. Non una semplice canzone, ovviamente, quella di Aphex Twin, ma una sorta di persecuzione inquietante che prende forma in un altro video simbolo di quegli anni. Tanto oscuro e tanto ben inserito in questa forma di rappresentazione del turbamento, Cunningham dà immagini anche ai suoni di un altro gruppo fondamentale per la scena elettronica alternativa di fine anni Novanta, i Portishead con “Only You”, dove l’acqua fa da sfondo visivo ai suoni sommersi della band; fino poi a diventare il regista della fase dark di Madonna, la pop star anni Ottanta che si trasforma in un cumulo di ombre nere nel video di “Frozen”.

Come to Daddy (1997)
Frozen (1998)

Windowlicker (1999)

Gondry, Jonze e Cunningham sono diventati il simbolo di una fase di passaggio per la cultura occidentale in cui l’audiovisivo è diventato centrale per la nostra fruizione della realtà, una realtà postmoderna e iper-simbolica. Non è un caso infatti che proprio loro tre siano anche stati i registi di spot pubblicitari talmente famosi da aver lasciato il fine commerciale alle spalle diventando una forma d’arte anche quella che peraltro ricorda per molti aspetti quella del videoclip – sintesi, sinestesia, commistioni estetiche e stilistiche. Oggi con internet viviamo costantemente immersi in questo bombardamento di suoni, foto, voci: un video vale un altro, per emergere tra i miliardi di contenuti deve avere qualcosa di veramente unico e accattivante. Michel Gondry, Spike Jonze e Chris Cunningham, appena vent’anni fa, hanno dato forma a un modo di intendere la musica e il video che tutt’oggi rimane unico, fondamentale e d’ispirazione per moltissimi. Oggi non c’è più MTV, ma ci sono un sacco di modi per fare qualcosa di simile, anzi, gli spazi e i mezzi si sono triplicati; l’importante è non dimenticarsi che prima delle views conta la bellezza, cosa che nel loro modo di fare video non è mai mancata.

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