Favolacce è il gioiello con Elio Germano che dimostra che per il cinema italiano c’è ancora speranza

Nel film del 1993 di Nanni Moretti Caro Diario ci sono tanti momenti che col tempo sono diventati citazioni cult, così come per quasi tutti i suoi film. C’è una scena in particolare, però, che tra le tante mi ha sempre divertita molto, ed è quella in cui il regista, durante il suo celebre giro in Vespa per una Roma deserta in pieno agosto, si spinge fino a uno dei quartieri satellite della capitale noto per essere un posto abbastanza brutto, malandato e pericoloso. Il quartiere si chiama Spinaceto e Moretti spiega che viene utilizzato come metafora per dare il senso di un luogo in cui non vorresti trovarti, e che una volta aveva letto un soggetto che si intitolava Fuga da Spinaceto. La storia di questo fantomatico Fuga da Spinaceto parla di un ragazzo scappato da quella periferia infame e mai più tornato, diciamo una parodia di quel cliché narrativo che piace tanto ai borghesi del giovane che fugge dal disagio per trovare una vita migliore, una scena tanto ironica da concludersi con Moretti stesso che si avvicina a un abitante del luogo dicendo: “Spinaceto pensavo peggio, non è per niente male!”, giusto per ribaltare il punto della questione.

Non so se i due fratelli D’Innocenzo – che peraltro con il loro primo film, La terra dell’abbastanza, hanno vinto nel 2018  il premio per gli esordienti del cinema istituito da Moretti – abbiano deciso di omaggiare direttamente il regista di Ecce Bombo con questa sorta di citazione nel loro nuovo lungometraggio. Sta di fatto, però, che la prima cosa che ho pensato quando ho cominciato a guardare Favolacce, dal momento che si nomina Spinaceto, essendo questo il luogo dove si svolgono i fatti del film, l’idea che ci fosse questo piccolo legame tra due pellicole, molto valide per ragioni diametralmente opposte, non mi ha più lasciata.

C’è un dettaglio non da poco che riguarda l’uscita di questo film diretto da due registi che hanno tutte le carte in regola per diventare i nuovi esponenti del cinema italiano d’autore – cosa che in parte già sono – ossia che le sale cinematografiche sono chiuse. Dopo due mesi pieni di lockdown, deliri di massa catalizzati sul ritorno in Italia di una donna sequestrata, ipotesi distopiche su ristoranti con divisori in plexiglass, angoscia per il futuro che sembra sempre lontano e privo di risposte, qualcosa dovrà pur mettersi in moto: come sottolineano spesso in questi tempi gli artisti e tutti i lavoratori dello spettacolo, la situazione è grave. Non si possono fare concerti, non si possono organizzare spettacoli, non si può andare al cinema – anche se c’è chi profetizza un ritorno al drive in – e tutto ciò che ruota attorno a questo settore, ossia migliaia di lavoratori e lavoratrici, non soltanto artisti milionari che possono permettersi mesi di fermo, è precipitato in un limbo di incertezza senza precedenti. Le soluzioni non devono per forza essere definitive e anzi, possono dare spazio a metodi di fruizione che una volta tornati alla normalità possono rivelarsi utili, e così come la quarantena ha dimostrato l’importanza ormai decisiva di un’idea di lavoro diversa – il famoso smartworking – anche l’arte può impegnarsi in questo senso. Distribuire un film che sarebbe dovuto uscire nelle sale in una versione online, on demand, accessibile attraverso diverse piattaforme di noleggio è una sfida molto coraggiosa per un prodotto di nicchia e ricercato come Favolacce, ma se il risultato fosse positivo, dovremmo esserne più che contenti.

 Favolacce, infatti, è un film importante, e se la sua uscita strana e resiliente – per utilizzare un termine che negli ultimi anni è stato tatuato su fin troppe pelli – va per il verso giusto, nonostante tutto, vuol dire che c’è ancora spazio per un certo cinema italiano di cui dobbiamo andare fieri. La storia non è certo quella di Fuga da Spinaceto, anche se qualcuno che scappa in effetti c’è. Favolacce parte da un presupposto, quello della cornice narrativa, un espediente da Promessi sposi che dà la possibilità al narratore onnisciente – in questo caso la voce di Max Tortora – di alternare verità e finzione senza che noi spettatori ci facciamo troppe domande, dal momento che ci stiamo fidando della sua versione. Un uomo trova il diario di una ragazzina di Spinaceto scritto tempo prima ma incompleto, lo legge, si appassiona e nel raccontarcelo aggiunge qua e là qualche finzione, cosa che però noi non sapremo mai con esattezza. Il centro di questo racconto è sì la periferia disagiata, misera e frustrante di una città enorme e caotica come Roma, ma l’atmosfera non è quella voyeuristica da pareti scrostate, criminalità e violenza gratuita tipica di un certo modo di raccontare la povertà con occhio borghese; l’ambiente attorno ai protagonisti, semmai, è ovattato, più onirico che realistico, come se questo pezzo di periferia capitolina fosse una sorta di dimensione sospesa tra realtà e immaginazione. Sono le azioni, i modi di fare, le preoccupazioni e gli eventi che sono sostanzialmente determinati dal luogo e dalla miseria frustrante in cui i protagonisti sono inseriti.

Negli ultimi anni, in Italia sono usciti alcuni film che hanno elementi in comune, che per certi versi potrebbero segnare la nascita di un piccolo sotto-genere cinematografico. A partire dal bellissimo film di Matteo Garrone premiato a Cannes, Dogman – alla cui scrittura ha contribuito anche la coppia di registi romani – a cui si aggiunge a un altro film vincitore lo stesso anno sempre a Cannes, Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, passando poi per il film di Gianni Zanasi Troppa grazia, anche il film dei fratelli D’Innocenzo per certi versi esplora un’estetica associabile anche a queste altre pellicole. Si tratta infatti di racconti che hanno come oggetto la storia di persone appartenenti a classi sociali basse, disgraziate in alcuni casi, che lottano per mantenere il minimo della decenza; la cornice però, non rispecchia del tutto questo disagio sociale che viene filtrato invece da un’atmosfera rarefatta, quasi fantastica. Da questo punto di vista, questi film ricordano anche le prime opere di Sorrentino, come L’amico di famiglia, o di Garrone stesso, come Reality, un cinema in cui la verità che si intende incanalare nella struttura narrativa del racconto trova invece nella forma una varietà esteticamente libera, anche fantastica per certi aspetti. Favolacce si focalizza sulla dimensione sociale di una piccola comunità, sulle sue interazioni, dando spazio non tanto a immagini repellenti e crude ma piuttosto a sensazioni fastidiose, irritanti, circondate da una nebbia color pastello che offusca tutto.

Quando il padre della famiglia su cui è incentrata la storia, interpretato da un Elio Germano al massimo del suo potenziale – ossia quando fa il pischelletto, il romano di periferia in stile La nostra vita o “Er Pasticca” di Un medico in famiglia – porta i figli al mare, la scomodità della miseria è palpabile. Non si tratta di poveri classici, dickensiani, ma di nuovi poveri, persone che vivono in questo stato a metà tra l’accesso ai comfort alto-borghesi – la macchina, il cellulare, la tv via cavo, il giardinetto – e la consapevolezza di non possedere di fatto nulla. Andare al mare in una spiaggia libera con l’acqua verde, sporca, fastidiosa, non è un lusso, è l’imitazione di un lusso. Così come comprare una piscina per i bambini, una di quelle gonfiabili da usare a mo’ di bagnarole, non è di certo una  conquista ma l’illusione di potersi permettere uno standard di vita diverso dal proprio. E poi ci sono i luoghi comuni, gli zingari che ti rubano in casa, lo sguardo maschile più becero e istintivo, le piccole paure che costellano l’esistenza di queste persone, le invidie e i pregiudizi di una classe sociale dimenticata, abbandonata nelle mani politiche di chi subdolamente utilizza proprio questa insoddisfazione, frustrazione e immobilità per farti credere che il problema sia un immigrato, non un sistema che è sbagliato. Favolacce risolve questa palude esistenziale in cui si trovano i suoi personaggi mettendo in atto gli elementi archetipici della tragedia greca, spezzando questo finto equilibrio con un colpo di testa senza preamboli – e senza spoiler, chi vuole sapere come finisce può affittarlo online. Come una Medea ma priva di vendetta, dove il sacrificio degli innocenti punisce gli adulti, colpevoli di nulla se non di essere quello che sono, dei poveri e ignoranti con qualche minuscolo e insignificante accesso al mondo della civiltà progredita, comoda, opulenta.

Non so quante persone sarebbero andate al cinema a vedere Favolacce, non so nemmeno quante saranno disposte a provare un modo diverso di immaginare (temporaneamente) l’arte. Da un lato questa cosa spaventa, perché se un settore come il cinema è già in crisi sembra davvero impossibile che si risollevi proprio adesso che abbiamo ridefinito il concetto di “essenzialità”. Dall’altro lato, però, il futuro è anche capacità di adattamento, e se internet è un luogo che nasce libero, la libertà di accesso deve anche consentire la libertà di produzione, e lo scambio che intercorre tra chi crea e chi consuma può arrivare a un compromesso che accontenta entrambi. Così facendo, magari, ci si salva a vicenda, e si fa in modo che il cinema e l’arte in generale non vengano messi da parte per questioni apparentemente più urgenti. Anche perché l’importanza di un bel film come Favolacce, del racconto originale e inedito che hanno messo in scena i fratelli D’Innocenzo non è solo contorno per la nostra esistenza, considerato che proprio in questo momento difficile ci siamo resi tutti conto di quanto sia centrale nella nostra vita nutrirci di racconti, ascoltarli e guardarli, persino quando fuori c’è una pandemia e tutto senza aver perso un senso, situazioni in cui solo l’evasione, anche se momentanea, può venirci in soccorso. Anche perché senza storie ben costruite e immagini raffigurate con cura, non ci può essere proprio nessuna Fuga da Spinaceto, né metaforica né letterale.

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