È solo mostrandoci per ciò che siamo, anche vulnerabili, che possiamo costruire relazioni vere - THE VISION
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Se anche io sono stata cresciuta al suon di “Non mostrare mai i tuoi punti deboli agli altri, perché se ne approfitteranno e starai malissimo”, ho sempre pensato che ai maschi doveva essere andata molto peggio. Continuiamo tuttora a coltivare un’immagine maschile imperturbabile come modello di “forza”, e a crescere i bambini sulla base di questo modello che dovremmo ormai riconoscere come dannoso, doloroso e anacronistico. Eppure è ancora abitudine diffusa regalare ai bambini maschi armi giocattolo, incentivandoli a coltivare fin da piccoli un’immagine di virilità che ha in sé una forte componente di aggressività e di violenza. Se alle donne da questo punto di vista sembra andare leggermente meglio, però è vero anche che tutti abbiamo ancora un problema a condividere la nostra parte più fragile, perché tendiamo a stigmatizzarla, reputandola indesiderabile.

Abbiamo infatti ancora una considerazione ancora molto stereotipata di ciò che è socialmente accettabile, e continuiamo ad alimentare un’idea  dei generi rigida e limitante. Questo purtroppo riduce ai minimi termini la nostra capacità di mostrarci agli altri senza maschere e filtri e così ogni volta che entriamo in relazione con qualcuno ci sentiamo in dovere di interpretare un ruolo in un modo che, anche se non ce ne accorgiamo pienamente, spesso ci sfugge di mano. Eppure, la narrazione sbagliata – ma radicata – secondo cui, quando incontriamo l’altro, non dobbiamo mostrare la nostra vulnerabilità perché questi potrebbe approfittarsene, è una delle cause della disfunzionalità delle relazioni contemporanee. In questo modo costruiamo rapporti fittizi, parziali, e diventiamo sconosciuti anche a noi stessi. Reprimendo la nostra vulnerabilità e portando in giro una maschera, pian piano arriviamo a identificarci con quella maschera e questo produce un cortocircuito in cui la disistima verso la propria autenticità può trasformarsi anche in agiti violenti verso gli altri, oltre che verso noi stessi. Perché non ci sentiamo visti e accettati né dagli altri, perché glielo impediamo, per paura, né da noi stessi, perché ci sentiamo in colpa delle nostre fragilità.

A forza di recitare un ruolo, finiamo per perderne il controllo: non sappiamo più distinguere quanto di ciò che mostriamo appartenga davvero a noi e quanto invece sia una costruzione sociale che ci siamo cuciti addosso. All’inizio può sembrare una strategia di protezione, ma col tempo si trasforma in una gabbia, perché alimenta ansia da prestazione, paura del giudizio e un senso costante di inadeguatezza. I meccanismi psicologici in gioco sono quelli tipici della dissonanza cognitiva: più ci identifichiamo con un’immagine artificiale, più soffriamo nel percepire la distanza tra ciò che siamo e ciò che mostriamo. E questo può portare a due conseguenze opposte ma ugualmente nocive: da un lato l’isolamento e il ritiro emotivo, dall’altro comportamenti aggressivi o autodistruttivi, come se l’energia repressa cercasse uno sfogo. In entrambi i casi, la nostra capacità di vivere relazioni autentiche e sane ne risulta gravemente compromessa.

Si attribuisce alle istituzioni deputate all’educazione e alla formazione dei giovani, famiglia e scuola, gran parte della responsabilità delle disfunzioni relazionali delle nuove generazioni. Ma si fa ancora fatica a prendere coscienza, a livello collettivo, che il seme che avvelena il modo in cui ci relazioniamo agli altri si nasconde nella nostra concezione della società e dei rapporti con gli altri. A partire dai bisogni del nostro ego, di certo non la parte deputata a strutturare relazioni sane, abbiamo forgiato una società in cui investiamo tutte le nostre risorse su ciò che di noi appare agli altri, non sulla presa di coscienza di chi siamo nel profondo, parti oscure comprese. Ogni caso di cronaca nera che interessa l’Italia e le relazioni tra uomini e donne ci dovrebbe spingere a una riflessione profonda, perché è sintomo di una narrazione collettiva da mettere interamente in discussione, non un caso isolato da attribuire alla “follia” di qualcuno, che mai potrebbe sfiorarci e da guardare arroccati su un piedistallo. Ci chiama a riflettere su quanto le fragilità più profonde vengano nella maggior parte dei casi represse, negate, sacrificate sull’altare dell’accettabilità sociale, fino in alcuni casi a esplodere.

Quando la maschera diventa l’unica identità possibile, il rischio più grande è quello di confondere la recita con la realtà. Questo genera una frattura interiore che, se non riconosciuta, può trasformarsi in rabbia cieca, rancore o autolesionismo. L’energia che non trova spazio per esprimersi in forme sane – la tristezza, la paura, il senso di impotenza – si accumula e si distorce, trasformandosi in comportamenti distruttivi. È un meccanismo di difesa che degenera: per non sentire la nostra vulnerabilità, la copriamo con aggressività, rigidità o indifferenza, convinti che così ci stiamo proteggendo, quando in realtà ci stiamo allontanando da noi stessi e dagli altri. Alla lunga, l’incapacità di accettare le proprie fragilità può dunque alimentare un ciclo di dolore che non solo compromette la qualità delle nostre relazioni, ma finisce per perpetuare la stessa cultura della forza e della violenza da cui cerchiamo di difenderci.

Oggi ci illudiamo davvero di poter sopportare una vita in cui smettiamo di sentire – perché questo vorrebbe dire entrare in contatto con qualcosa di noi che ci pare sgradevole, e quindi da non condividere – e ci accontentiamo di apparire; portiamo in giro una personalità fittizia, epurata di qualsiasi vulnerabilità e ombra, ma questa è una strategia di sopravvivenza piena di falle e che ci isola dagli altri. Non c’è relazione autentica e appagante senza il coraggio di mostrare le proprie fragilità e sapere che verranno accolte; non da tutti, è chiaro, poiché ci sarà sempre qualcuno che di fronte a queste scapperà, ma vorrà dire che quella relazione era un’illusione e non meritava alcun investimento di energie. Se il nostro dolore non è riconosciuto da coloro con cui interagiamo, questi rimangono per noi degli estranei per cui è impossibile sviluppare sentimenti pieni, autentici, col risultato che gli altri diventeranno per noi degli strumenti, atti soltanto a rimandarci indietro l’immagine artefatta di noi, la maschera che indossiamo per essere desiderati o anche soltanto accettati.

Per educare ai sentimenti, alla sessualità e alle relazioni, oggi, è innanzitutto indispensabile educare all’autenticità, far passare il messaggio che gran parte dell’analfabetismo affettivo contemporaneo affonda le radici nel paradigma dell’apparire che si è affermato; che è così pervasivo da averci fatto dimenticare cosa significhi vivere ed entrare in relazione davvero, senza portare in giro il nostro avatar fittizio e desiderabile. È del tutto inutile che studenti di tutta Italia assistano, una o due volte al mese, alla lezioncina perbenista in cui si dice loro che “l’amore non è possesso, ma libertà”, quando indirettamente li stiamo educando a vivere come in una performance costante. Perché così ci condanniamo a una vita di ipocrisia e di ansia da prestazione, in cui l’automatismo di negare la propria verità agli altri ci fa sentire isolati, e ci costringe a un dolore enorme e che, prima o poi, potrebbe esondare con risultati devastanti.

Dobbiamo rivedere dalle fondamenta la grammatica delle relazioni, riconoscendo che celare la vulnerabilità dietro l’apparenza di forza, perfezione o imperturbabilità non è segno di solidità, ma di fragilità mascherata. È proprio questo meccanismo a minare la possibilità di costruire rapporti autentici, condannandoci a legami superficiali e insoddisfacenti. Reimparare a investire negli altri significa, prima di tutto, avere il coraggio di mostrarsi per ciò che si è davvero, con tutte le imperfezioni che ci abitano. Solo così possiamo smettere di confondere la maschera con il volto e aprire lo spazio per relazioni in cui la vulnerabilità non è più una colpa da nascondere, ma la condizione stessa per sentirsi visti, riconosciuti e amati.

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