Incolpare l’Ucraina e non Putin è come accusare la Polonia dell’inizio della Seconda guerra mondiale  - THE VISION

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, il 24 febbraio scorso, ha preso piede un fenomeno particolare, che si è poi allargato a un’ampia parte del dibattito pubblico: considerare causa dell’aggressione non l’invasore, ma gli “altri”. Sotto la voce “altri” di solito vengono annoverati gli Stati Uniti, la Nato, l’Unione europea e in certi casi persino la stessa Ucraina. Non importa che ci sia un esercito impegnato a bombardare le città, uccidere i civili e tentare di smantellare l’identità di un popolo, l’evidenza grazie alla propaganda diventa interpretabile. Senza per forza arrivare a una reductio ad hitlerum, è come se qualcuno nel 1939 si fosse messo a trovare giuste motivazioni per l’invasione della Polonia da parte dei nazisti, magari anche incolpando altri Stati. Sembrerà strano, ma è esattamente quello che è successo anche all’epoca.

La prima pagina del Corriere della Sera dell’1 settembre del 1939, giorno in cui i nazisti invasero la Polonia, letta oggi incute un certo timore per la famosa ciclicità della Storia alla quale evidentemente sembra che non ci si riesca a sottrarre. Le parole “tremende responsabilità” non furono infatti riferite a Hitler, ma a Polonia, Regno Unito e Francia, colpevoli di non aver consegnato alla Germania i territori richiesti, ovvero la città di Danzica e il corridoio terrestre circostante. I polacchi, ovvero gli invasi, vennero definiti “stolti” in preda a un “tremendo egoismo” e a una “cieca intransigenza”. Oggi, allo stesso modo l’Ucraina viene criticata per non essersi arresa subito e i suoi alleati vegono considerati degli irresponsabili, così come venivano dipinte Francia e Gran Bretagna nel 1939. Per capire come si arrivò a quel punto di non ritorno è però necessario analizzare gli antefatti.

Il Ministro degli Affari Esteri polacco Józef Beck (centro) con il suo Vice Ministro Jan Szembek (a sinistra) e il Ministro tedesco Joachim von Ribbentrop, Varsavia, 1939
Heinrich Himmler, durante la sua visita a Varsavia, accompagnato dal generale Józef Zamorski, capo della polizia di Stato polacca e da Hans von Moltke, ambasciatore tedesco in Polonia, 1939

Con la fine della prima guerra mondiale, il trattato di Versailles del 1919 indebolì pesantemente la Germania, costretta a cedere diversi territori, a consegnare la propria flotta, ridimensionare il proprio esercito a una ridotta forza di difesa e pagare riparazioni di guerra di 132 miliardi di marchi tedeschi. Con l’avvento di Hitler al potere, nel 1933, la Germania nazista si impose come obiettivo quello di vendicarsi delle sconfitte subite per ottenere un suo “spazio vitale” (Lebensraum), ovvero espandere il suo territorio approfittando delle titubanze di un’Europa allora molto debole. Francia e Regno Unito, infatti, non volevano e non potevano permettersi un altro conflitto mondiale; la Spagna era impelagata dal 1936 in una guerra civile catastrofica e l’Italia era stata sanzionata dalla Società delle Nazioni per le sue azioni in Etiopia. Mussolini trovò spontaneamente un alleato in Hitler, per convenienza e per vicinanza ideologica. Quando Hitler iniziò a rivendicare i primi territori, partendo dall’Austria nel 1938, gli altri Stati scelsero una strategia che col senno di poi si rivelò fallimentare: lasciarlo fare.

Adolf Hitler con il diplomatico polacco Josef Lipsky, 1935

Conosciuta come appeasement, ovvero acquiescenza, aveva lo scopo di scongiurare un nuovo conflitto bellico, cercando di accontentare Hitler limitandone le mire espansionistiche. È un atteggiamento paragonabile a quello degli analisti che oggi dichiarano “Lasciamo vincere la guerra in Ucraina a Putin” per evitare guai ben peggiori”. Inoltre, all’epoca, l’Europa occidentale si illuse di poter usare Hitler e la Germania come scudo contro la temuta ascesa del Comunismo, dato che l’Unione Sovietica veniva percepita come un pericolo per i propri confini. Fu così i progetti di Hitler per una “Grande Germania” furono sottovalutati da tutta Europa.

Il premier britannico Neville Chamberlain cercò di ammorbidire il Führer, arrivando a considerare il Trattato di Versailles troppo severo nei confronti dei tedeschi. Dopo aver preso l’Austria, come sappiamo, Hitler non si fermò. Spostò le sue mire sulla Cecoslovacchia e sotto il beneplacito di Chamberlain e di Edouard Daladier (il primo ministro francese) occupò la regione dei Sudeti, con il pretesto che la popolazione locale era in prevalenza di etnia tedesca. Un po’ il discorso che si fa oggi per il Donbass dove, un’alta percentuale della popolazione è russofona o con passaporto russo. Ancora una volta, Hitler non decise di porre fine all’espansionismo e nel marzo del 1939 conquistò militarmente anche la Boemia, la Moravia e la Slovacchia, di fatto annettendo con la forza la Cecoslovacchia alla Germania. A quel punto gli altri Stati si resero conto di aver commesso un errore, ma troppo tardi.

Neville Chamberlain, Edouard Daladier, Georges Bonnet e Lord Halifax. Parigi, 1938

Quando capirono che Hitler non si sarebbe più fermato, riposero le speranze nell’ostruzionismo dell’Unione Sovietica per evitare l’invasione nazista della Polonia. In maniera piuttosto miope non avevano immaginato però il colpo di scena: il 24 agosto del 1939 Germania e Unione Sovietica firmarono il patto Molotov-Ribbentrop, che prevedeva una spartizione della Polonia, lasciando via libera a Stalin per l’offensiva in Finlandia e nelle repubbliche baltiche. Così, il primo di settembre Hitler invase la Polonia da Ovest e qualche settimana dopo Stalin fece lo stesso da Est. Consci del fallimento dell’appeasement, Francia e Regno Unito, e ben presto tanti altri Stati, si ritrovarono al centro di una guerra che non avrebbero voluto combattere, ma che con gli imperdonabili “contentini” a Hitler avevano contribuito a generare.

Iosif Stalin

Interessante è il discorso pronunciato da Hitler in occasione dell’invasione della Polonia, che suona molto simile a quello con cui Putin ha giustificato l’invasione dell’Ucraina. Come motivo della sua avanzata in Polonia Hitler disse: “I tedeschi in Polonia sono perseguitati da un sanguinoso terrorismo e vengono cacciati dalle loro case”. Putin, invece, ha detto: “I nazionalisti che hanno preso il potere hanno scatenato una persecuzione, una vera campagna di terrore. Un’ondata di violenza che ha travolto le città ucraine”. In entrambi i casi vengono creati dei nemici, lasciando passare il messaggio che l’invasione, o “operazione militare speciale” nel caso russo, sia una mossa inevitabile per ristabilire un equilibrio e riportare la pace. Nessuno, però, in Polonia perseguitava i tedeschi prima dell’inizio delle ostilità. Hitler mentì al punto da affermare: “Sono determinato a risolvere la questione di Danzica e far vedere che un cambiamento è stato fatto nelle relazioni tra Germania e Polonia che assicurerà una coesistenza pacifica”. Anche Putin ha usato la carta della protezione: “Lo scopo dell’intervento è proteggere le popolazioni che per anni sono state sottoposte a umiliazioni e genocidio da parte del regime di Kiev, per questo vogliamo denazificare l’Ucraina. Gli eventi di oggi non sono legati ad attaccare gli interessi dell’Ucraina e il popolo ucraino”. Sembra dunque che entrambi i dittatori abbiano usato lo stesso stratagemma: distruggere un Paese fingendo di farlo “per il suo bene”, facendo un repulisti necessario per la salvaguardia dell’armonia.

I discorsi di Hitler e Putin si chiudono poi con la stessa minaccia. Hitler disse: “Chiunque, in ogni modo, pensi di potersi opporre a questo comando nazionale, non importa se direttamente o indirettamente, cadrà”. Putin, invece, ha detto: “Chiunque cerchi di interferire e, ancor più, di minacciare il nostro Paese, deve sapere che la risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a tali conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”. Il fatto che le conclusioni dei discorsi siano identiche, quasi replicate in copia carbone, lascia poco spazio all’interpretazione e sembra confermare i simili intenti dei due leader. Sappiamo come è andata a finire la seconda guerra mondiale, con la rottura del patto tra Stalin e Hitler, il folle tentativo tedesco di invadere la Russia nel 1941 e la presa di Berlino da parte dei sovietici nel 1945, pochi giorni prima degli alleati angloamericani. Non sappiamo invece come finirà l’attuale conflitto, che si differenzia dal precedente a causa del nucleare e di tanti altri dettagli strategici geopolitici, com’è ovvio che sia.

Berlino, 1945

C’è chi dice di lasciare campo libero a Putin per schivare la minaccia atomica o per impedire un’ulteriore escalation su larga scala. Putin ha iniziato con la Cecenia, la Georgia, poi con il suo intervento nel Donbass e in Crimea dal 2014 e gli abbiamo lasciato fare. Adesso, però, la sua avanzata si è allargata nel territorio ucraino, ben oltre le repubbliche separatiste. Non a caso, diverse nazioni stanno cercando in tutti i modi di mettersi al riparo dalle minacce russe, come la Svezia e la Finlandia, che hanno ufficialmente chiesto di entrare a far parte della Nato. I contesti storici non sono mai gli stessi, tendono a ripresentarsi sotto forme diverse pur mantenendo la stessa matrice, che evidentemente non riusciamo mai a sanare e che non raccogliamo come lezione. Continuare a giustificare i criminali di guerra, vuol dire conferire loro sempre più potere e delegittimare chiunque gli opponga resistenza. Tra qualche anno, forse, sorrideremo amaramente leggendo i commenti di chi oggi giustifica Putin e crea un groviglio ideologico attorno alle figure degli Stati a lui avversi, esattamente come facciamo adesso rileggendo le parole di chi difendeva Hitler criticando i polacchi, gli inglesi e i francesi. Dato che la Storia sembra continuare ripetersi, dovrebbe essere un nostro obbligo etico far sì che le ciò che innesca le guerre e che si annida nella costituzione umana muti, studiando, informandoci, imparando a discernere il reale e le informazioni che ci vengono somministrate dalla propaganda, forse è solo così che gli orrori del passato eviteranno di ripetersi. Forse, però, oggi è già troppo tardi.

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