A Trastevere ci sono più turisti che abitanti. Ma è un fenomeno cominciato quarant'anni fa.

Quando ero al mio primo anno di università a Roma venni coinvolta in una di quelle inutili e obbligatorie iniziative per accumulare crediti tramite “progetti culturali”. Si trattava di aiutare delle studentesse americane a realizzare il loro documentario video sul cibo italiano, una prospettiva tanto noiosa quanto banale. All’epoca non conoscevo bene Roma, e non avevo idea di quale fosse il rapporto tra Trastevere, uno dei quartieri simbolo della città, e le studentesse americane. Per scoprirlo mi è bastato vedere la casa dove queste ragazze alloggiavano per il loro scambio di qualche settimana: era un meraviglioso appartamento proprio di fronte al Ponte Sisto, uno di quei posti che gli studenti fuori sede medi italiani – come me – non potrebbero permettersi nemmeno vendendo i propri organi al mercato nero. La mia esclamazione di stupore nell’apprendere che ci fossero miei coetanei che potevano permettersi di abitare in luoghi simili ebbe come risposta un tiepido “yeah, it’s nice, but it’s so old“. Quello stesso anno, usciva nelle sale quello che a mio parere è uno dei peggiori film mai partoriti da Woody Allen, To Rome with love: anche qua, Trastevere viene rappresentata come luogo preferenziale per giovani americani in vena di fare la spesa al mercato col cestello di vimini e pranzare sulle tovaglie a scacchi col fiasco di vino. Alla lamentela per la mancanza di comfort nelle case “vecchie” si sostituisce la narrazione romantica e trasognata di chi dall’altro lato dell’Oceano Atlantico ama perdersi tra i vicoli coi sampietrini e i “buongiorno” urlati dal panettiere con i baffi.

Trastevere, Luglio 2018. Tutte le foto sono di Alessandra Lanza

Trastevere, Ponte Sisto

La trasformazione di Trastevere in un grande set cinematografico per turisti e studenti che alternano la passione per la finta autenticità da pizzeria con i piatti di pasta in esposizione a lamentele per la mancanza di aria condizionata e scale mobili, in realtà, non è poi un fenomeno così recente. Come tutti i quartieri di Roma, la sua storia è stratificata tra i vari periodi, gli svuotamenti, le origini povere con le case senza bagno, fino al presente in cui quelle stesse abitazioni possono tranquillamente trovarsi in vendita a 10mila euro al metro quadro. Oltre al parco giochi per studenti della John Cabot University che sfilano in infradito coi volti paonazzi tra i vicoli del quartiere dove è nato Alberto Sordi, l’altra grande massa che viene attratta, specialmente nel fine settimana o nelle sere d’estate, è quella dei famigerati giovani in cerca di sballo da servizio di Studio Aperto. Tempio della Movida, Trastevere è un susseguirsi di stazioni di rifornimento per shot e cocktail di pessima qualità ma dall’effetto coma etilico garantito. C’è addirittura stata una fase, qualche anno fa, in cui si raccontava di questa vita notturna come una sorta di inferno dantesco in cui la gente si prendeva a pugni senza motivo e i motorini prendevano fuoco dal nulla. Se a qualcuno è mai capitato di farsi un giro attorno piazza Trilussa di venerdì sera potrà confermare che sì, in effetti il flusso umano ha una portata notevole e che magari no, non è poi così diverso da qualsiasi altro luogo di aggregazione serale per giovani allegri.

Trastevere, Piazza Trilussa
Trastevere, monumento a Trilussa

Ma Trastevere è anche altro, e quell’autenticità di cui andavano in cerca i personaggi intellettuali borghesi annoiati di Woody Allen si trova ancora, in piccole dosi, basta solo non cedere alle avances dei butta-dentro che propongono pizza, spaghetti e mandolino. Di recente, proprio in merito ai luoghi trasteverini che praticano un’indomita resistenza all’invasione tragica di AirBnB, che svuota il centro storico capitolino di persone e lo riempie di ospiti che dopo il check-out tornano da dove sono venuti, si è parlato molto del caso del bar San Calisto. Chiuso con la motivazione di “schiamazzi notturni” e “presenza di pregiudicati al suo interno”, il bar che prende il nome dall’omonima piazza è un punto di ritrovo trasversale, dove i prezzi non si sono uniformati alla tendenza da macchine frega-turisti che domina il quartiere (un caffè costa ottanta centesimi, sia al banco che al tavolo), dove si sentono parlare tante lingue ma anche tanto romanesco, dove può capitare – e mi è successo davvero – ti ritrovarsi un ubriacone allegro con la chitarra che ti canta Antonello Venditti regalandoti un bel momento cinematografico. Non si tratta solo di un posto il cui valore storico è palpabile, basta leggere la sua storia, ma è anche il tempio di una mentalità che si sta perdendo in favore della perenne rincorsa sia del guadagno che dell’ottimizzazione dei tempi. In questo genere di posto, i tipici baracci anni ’70 di cui l’Italia è costellata – ovunque troviamo un Bar Sport con un vecchio calcio balilla e il bancone di marmo – si celebra quello spirito che rimane abbarbicato a un’idea di vita non per forza sottomessa alle logiche capitaliste moderne: ti siedi, perdi tempo, paghi poco, parli molto, non hai fretta, non è smart. Il bar, così inteso, è una roccaforte di resistenza verso quelle pratiche respingenti che ti trasformano prima di tutto in un consumatore, e il tempo, si sa, è denaro: guai a sostare più del dovuto, guai a non accettare assurdi sovrapprezzi per servizi inesistenti. Al bar San Calisto, e in quelle realtà romane che ancora preservano questa mentalità sana, inclusiva, non individualista e spersonalizzante, si vive questo lato della città. E poco importa che tutto attorno ci siano solo lavagnette coi prezzi dell’aperitivo.

Trastevere, piazza Santa Maria

A difendere l’anima proteiforme di Trastevere, e a contribuire al suo eterno mutamento che ora sembra spingere pericolosamente verso un punto di non ritorno, ci sono anche altre cose. C’è il mercato di Porta Portese, enorme, strapieno di cose inutili ma bello proprio per la sua immensa varietà. C’è il Nuovo Cinema Sacher, la storica sala di Nanni Moretti in cui vengono proiettati film d’autore selezionati sempre con estrema attenzione, contro le logiche del mercato da multisala Transformers e bidone di pop-corn: le poltrone sono comode, larghe; l’intervallo non c’è, il film si guarda tutto fino alla fine, in religioso e rispettoso silenzio; e puoi pure andare al Sacher senza nemmeno leggere la programmazione, vai sempre sul sicuro. C’è la pasticceria Valzani, in via del Moro, dove si compra proprio la Sacher di Moretti e dove nonostante sia la storica proprietaria che il figlio siano morti a distanza di pochissimi mesi, c’è chi conserva le ricette quasi secolari, in un’atmosfera che sembra rimasta intatta, senza la mano invadente di qualche architetto che suggerisce un rimodernamento minimal. C’è il vicolo del Cedro con i panni stesi, ci sono il Cinema America e tutti i ragazzi che negli anni hanno dato linfa vitale al quartiere con le loro rassegne gratuite, con l’arena in piazza San Cosimato, supportati proprio dagli attori e dai registi storici della città, nonostante ci sia sempre qualcuno che tenti di sabotarli con scuse imbarazzanti. C’è persino la narrazione ormai esportata e consolidata di quei famosi 126 scalini di via Dandolo, di Carl Brave e Franco126 e di tutta la gang, che raccontano con i particolari la vita dei giovani trasteverini, tanto affascinante da arrivare persino a una youtuber milanese che forse a Trastevere c’è stata giusto in gita con la scuola, fino al punto di spingerla a simulare un ridicolo accento romano. Anche Trastevere, come tutta Roma, vive della sua stessa narrazione: è già un merito il semplice fatto di esistere, “ma che ne sanno l’artri”.

Trastevere, Mercato di Porta Portese

Trastevere, vicolo del Cedro
Trastevere, piazza San Cosimato
Trastevere, Cinema America
Trastevere, Nuovo cinema Sacher

È normale che quando aumenta la domanda, la qualità si abbassi, i prezzi si alzino, e tutto diventi più brutto. Perlomeno, dal mio punto di vista è così, poi magari per chi da una casa fatiscente ereditata dai nonni ricava un delizioso loft da affittare a peso d’oro a qualche pittore svedese in cerca di ispirazione, invece, è una gran fortuna. Ma la gentrificazione di Trastevere, per usare un termine ormai abusato ma piuttosto sintetico, non è solo una questione di shottini a un euro e universitari americani. In un bel film del 1971, Fausto Tozzi dipinge un ritratto del quartiere che già allora dava bene l’idea di ciò che potesse essere Roma in quegli anni, prima dell’ondata del turismo da offerta Ryanair ma già pronta a cambiarsi verso il presente che conosciamo oggi. Trastevere, unica opera dell’attore che aveva il grande sogno di fare il regista, è un capolavoro – probabilmente involontario – che trasuda tutte le anime del quartiere e dà un segno del passaggio da una fase storica a un’altra. Il filo conduttore è lo smarrimento di Mao, il bulldog francese di Vittorio de Sica, che vaga per tutto il film da un personaggio a un altro, prestandoci i suoi occhi per vedere cosa poteva succedere in un’estate romana del 1971 nel quartiere “al di là del Tevere”. C’erano gli artisti capelloni, hippie da tutto il mondo che popolavano i tavolini dei bar e trasformavano le case in atelier per improbabili vernissage pionieristici e visionari. Tra loro, anche un ex poliziotto lucano reinventatosi pittore psichedelico, interpretato da Nino Manfredi, che fugge al richiamo delle armi per vivere la sua nuova vita bohémien tra droghe e arte. C’erano i poveracci, le famiglie disgraziate di contrabbandieri di sigarette; le “madonnare”, ovvero le varie sore Lella con i seni abbondanti e i le sottane a fiori che con la scusa del pellegrinaggio dalla Madonna si andavano a ubriacare in osteria, guidate dalla figura quasi mistica di sora Regina, che per Trastevere è quasi una santa blasfema. Ci sono i coniugi colti e chic che coinvolgono il giovane e irriverente macellaio in un ménage à trois, la noia della borghesia che si mischia con il popolo per distrarsi dalla ripetitività del quotidiano; ci sono le prostitute, gli assassini. C’è un po’ di tutto, ci sono tante parolacce – molte scene del film vennero infatti censurate – e c’è il riassunto di tutti gli elementi che fondano Trastevere e che oggi lo determinano per quello che è. Ed è emblematico il discorso che il barista fa al il conte: “Una volta qua era un paese, ora è un porto di mare… pagano ‘ste case certe fabbriche de bacarozzi a peso d’oro.”

Trastevere, piazza San Calisto 
Trastevere, vicolo San Calisto

Guardando questo film sorge un bagliore di speranza rispetto al futuro del rione: in tutti questi anni, da quando ricchezza e povertà, ignoranza e cultura, benessere e malcontento hanno cominciato a convivere, Trastevere si è trasformata in un luna park per il turismo di massa, anche grazie alla sua stessa vitalità. E forse proprio questo suo dinamismo potrebbe stupirci con un cambio di rotta. Forse un giorno tutte le americane infastidite dal vecchiume delle case in cui vengono catapultati gli studenti dei vari exchange opteranno per un’altra meta, mentre i bar, invece di chiedersi il perché del successo di un posto come il San Calisto, capiranno che basta andare contro le tendenze negative e disumane per non essere solo l’ennesimo copia e incolla di altri milioni di posti, col rischio di passare di moda e non avere più nemmeno quel gruppo di spagnoli in ciabatte come clienti. È vero pure che certe cose vanno preservate dall’alto, e se in molte città si sta diffondendo la pratica di limitare il turismo allora non vedo perché anche a Roma non si debbano prendere misure per conservare il patrimonio non solo artistico, ma soprattutto umano, della città, con limitazioni rispetto alle attività sia dei gestori dei locali che di chi affitta le case. E dubito che l’attuale amministrazione possa includere anche un discorso del genere nel suo operato, visto come vanno le cose nella Capitale, da qualche anno a questa parte. Ma le cose belle di Trastevere continuano a esistere, e fino a quel momento il quartiere non sarà ancora morto. Svuotato, edulcorato e svenduto, però, sì.

Tutte le foto sono di Alessandra Lanza. Segui Alessandra su Instagram.

 

 

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