La terra da coltivare a chi fa figli è un insulto. Il Sud ha bisogno di altro.

Sono poche le certezze nella vita: la morte, l’acquazzone dopo che hai lavato la macchina e il fallimento delle riforme agrarie. Dall’Antica Roma a oggi, il tentativo di assegnare terre ai contadini non si è mai trasformato in un vero impulso di crescita, anzi. Spesso ha causato più danni che produttività.

Oggi uno dei principali problemi italiani è il calo delle nascite. Secondo l’Istat, nel 2017 i nuovi nati sono stati il 2% in meno rispetto all’anno precedente, ovvero 464mila neonati in meno, il minimo storico. Se il trend dovesse mantenersi tale, tra cento anni in Italia ci saranno soltanto 16 milioni di abitanti, contro gli attuali 59 milioni. Per risolvere la questione, il governo giallo-verde, pensando probabilmente di “prendere due piccioni con una fava”, ha partorito un’idea quantomeno bizzarra: regalare un pezzo di terra alle famiglie disposte a concepire il terzo figlio entro i prossimi tre anni. Di tutti i modi per incentivare la crescita demografica, questo è, con un netto distacco, il più stupido che sia mai stato elaborato.

Analizzando i dettagli della misura presente nell’ultima Manovra, il pezzo di terra verrà affidato in concessione gratuita per 20 anni, e ci sarà l’agevolazione di un mutuo a tasso zero, fino a 200mila euro, per l’acquisto di una prima abitazione nelle vicinanze del terreno concesso dallo Stato. Si tratterebbe di terreni agricoli inutilizzati di proprietà dello Stato, e di aree incolte e abbandonate nel Sud Italia. Verranno stanziati 20 milioni di euro per questa operazione: 5 nel 2019 e 15 nel 2020. Nel pacchetto entreranno anche i terreni della “Banca delle terre agricole”, che Maurizio Martina, il precedente ministro dell’Agricoltura, aveva creato per favorire i giovani (sotto i 40 anni) che volessero creare imprese nelle campagne italiane. Una misura quella, che teneva conto anche dei numeri in crescita relativi alle aziende agricole gestite da giovani sotto i trentacinque anni. Oggi invece l’intento del Governo è quello di favorire la crescita demografica e allo stesso tempo cercare di incrementare lo sviluppo socioeconomico delle aree rurali.

Maurizio Martina

A capo delle politiche Agricole e alla Famiglia ci sono rispettivamente i ministri Centinaio e Fontana, dunque l’impronta della Lega in questa misura è ben marcata. Il Carroccio ha sempre insistito sul tasto del Made in Italy, inserendo nel suo programma elettorale un capitolo intitolato “Difendiamo la nostra terra e l’eccellenza dei nostri prodotti”, spiegando come le politiche agricole dovessero passare necessariamente da un ritorno dei giovani nei campi, per far ripartire l’economia di quelle zone rurali con problemi di sviluppo. Il passaggio incomprensibile è però il collegamento con la crescita demografica. I giovani da incentivare nella maggior parte dei casi non hanno nemmeno una famiglia, e non possono essere costretti dallo Stato a mettere al mondo addirittura un terzo figlio. Per aumentare il tasso di natalità andrebbero migliorati i servizi, andrebbe offerto un sostegno ai neogenitori (finanziamenti, asili gratis, agevolazioni alle donne in gravidanza) invece di regalare un pezzo di terra non richiesto.

Gian Marco Centinaio

Lorenzo Fontana

Per capire a fondo l’anacronismo e l’inutilità di questa operazione, non c’è niente di più accurato di un bel ripasso della Storia.

Nel 133 a.C. Tiberio Gracco venne eletto tribuno della plebe. Il popolo era in condizioni di povertà crescente e lui cercò di far approvare una riforma agraria, la legge Sempronia, per assegnare un terreno pubblico alle famiglie più in difficoltà. La proposta prevedeva la concessione di 500 iugeri (125 ettari) a famiglia ma, allora come oggi, l’intenzione era quella di favorire una crescita demografica: per ogni figlio maschio venivano aggiunti 250 iugeri di terra. I grandi proprietari subivano l’esproprio di grosse porzioni di terra, sotto un compenso più o meno lauto, e redistribuite. Il progetto naufragò per i contrasti tra Tiberio Gracco e la nobiltà, che non intendeva perdere i propri privilegi e rinunciare a terreni e ricchezze. Alla fine Tiberio fu assassinato, la nobiltà mantenne il saldo controllo delle sue proprietà e la riforma si eclissò insieme al suo ideatore.

Facendo un balzo al secolo scorso, è curioso constatare come “l’invito alla campagna” sia una costante che da allora si è ripetuta fino a oggi. Le immagini di Mussolini che trebbia il grano a Sabaudia, acclamato dalla folla, rappresentano una delle più lampanti illusioni del ventennio fascista. Prima di lui, fu Armando Diaz a promettere la terra al popolo. Dopo la disfatta di Caporetto, alla fine della prima guerra mondiale, le truppe erano sfiduciate, stanche e demotivate. Il generale dunque, per infondere speranza e infondere fiducia ai suoi uomini, promise, per conto del governo, l’unica cosa che potesse ridar loro motivazione: la terra.

Benito Mussolini trebbia il grano a Sabaudia, 1953

Tra le frasi simbolo del pensiero di Mussolini, una delle più famose resta: “Il contadino deve rimanere fedele alla terra, dev’essere orgoglioso di essere contadino, fiero di lavorare il suo campo, né cercare altrove una vita più facile perché una vita più facile non esiste.” Qui si nasconde una velata preoccupazione di Mussolini, che temeva l’operaio più del contadino, perché più facilmente influenzabile e proiettato verso diverse ideologie lontane da quella fascista. Dunque decise di consegnare le terre al popolo, soprattutto al Sud. Inizialmente, nel Meridione dovette concedere favori ai baroni latifondisti, anche perché nei primi anni Venti il fascismo non aveva ancora fatto breccia in tutto il Paese ed era quindi necessario creare una forte rete di appoggi. Nella seconda parte degli anni Trenta, però, il suo progetto iniziò a concretizzarsi; l’idea era quella di sfruttare il latifondo incolto, e solo in Sicilia vi erano 500mila ettari di terra da distribuire. Nel 1940 promulgò una legge, intitolata “Colonizzazione del latifondo siciliano”, per rendere coltivabili le terre a favore dei braccianti. Tempo previsto per la realizzazione: dieci anni. Nacquero così dei borghi rurali, quelli che oggi sono conosciuti come “borghi fantasma“, totalmente abbandonati a se stessi. In quegli anni, infatti, Mussolini aveva deciso di entrare in guerra e l’Italia era piombata nel caos, i progetti agrari erano falliti. E Mussolini era stato sconfitto e ucciso.

Soltanto nel 1950, con l’avvento della Repubblica, si arrivò a una reale riforma agraria, la legge stralcio n. 841. Proprio come fecero già Ferdinando I di Borbone nel 1792, con la sua manovra De administratione Universitatum, e Giuseppe Bonaparte all’inizio del XIX secolo con le sue leggi eversive della feudalità, la norma aveva come obiettivo l’esproprio nei confronti dei grandi proprietari, la ridistribuzione delle terre incolte ai braccianti agricoli e, soprattutto, il rilancio del Meridione, considerando che la riforma riguardava quasi esclusivamente le regioni del Sud. Il processo di ridistribuzione delle terre però, a fronte di una struttura disorganizzata e incapace di gestire le operazioni, avvenne in modo raffazzonato. In molte zone soprattutto in Sicilia, i terreni venivano affidati con modalità grossolane, come il sorteggio affidato a bambini bendati. Inoltre, alla riforma non si accompagnò la promozione di un’attività agricola moderna: l’impiego dei mezzi meccanici era limitato, così come i metodi di semina più innovativi. Non fu garantita un’assistenza tecnica ai nuovi contadini, e molti terreni vennero presto abbandonati. Col passare degli anni, poi, sopraggiunse un nuovo problema: la popolazione iniziò lasciare le campagne per popolare le città, e decennio dopo decennio l’urbanesimo causò lo svuotamento dei campi.

Oggi i nuovi braccianti sono gli immigrati che vengono sfruttati per tre euro l’ora. Parlando di caporalato, sono 100mila le vittime di sfruttamento, e 8 su 10 sono immigrati. È questo il risultato dei fallimenti di tutte le riforme agrarie: gli italiani progressivamente hanno abbandonato i campi perché non è più un lavoro conveniente, e dunque viene svolto principalmente dagli “ultimi”, dagli emarginati della società che vengono sottopagati e vessati. I pochi italiani che resistono, subiscono la stessa sorte degli immigrati: negli ultimi sei anni sono morti sul lavoro più di 1.500 braccianti. Si muore di caldo, di freddo, di fatica, per incendi, guasti tecnici, per mano della mafia che sfrutta i nuovi schiavi a partire dalle baraccopoli fino ai terreni agricoli che si trasformano in cimiteri di poveri diavoli.

Sono questi i veri drammi da affrontare nel mondo dell’agricoltura, mentre lo sguardo del nuovo esecutivo tocca la questione in un’ottica scollegata dalla realtà, promettendo terre a chi non le richiede. Seguendo la nuova misura del governo, perché una coppia di Cuneo dovrebbe sentirsi incentivata e fare un terzo figlio per trasferirsi in Basilicata a coltivare pomodori?

Non è questo il modo per favorire la crescita demografica, e tantomeno per risollevare l’economia rurale. A questo punto aspettiamoci Salvini a petto nudo mentre trebbia il grano. In diretta su Facebook, ovviamente.

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