Ardea non è "la strage di un folle" ma il fallimento di un sistema che non tutela la salute mentale - THE VISION

Domenica 13 giugno ad Ardea, un comune nella provincia di Roma, un uomo di 35 anni che soffriva di problemi psichici, Andrea Pignani, ha ucciso due bambini di 5 e 10 anni, David e Daniel Fusinato, e un signore di 74 anni, Salvatore Ranieri, che passava per strada e che, a quanto risulta dalle prime ricostruzioni, ha provato a proteggerli. Pignani, dopo aver sparato a una quarta persona che è riuscita a evitare il proiettile, si è barricato in casa per diverse ore, per poi uccidersi con la stessa pistola con cui ha sparato alle vittime. Secondo le indagini, l’arma da fuoco apparteneva al padre guardia giurata, deceduto lo scorso anno. Non è ancora chiaro se le vittime siano state scelte in modo casuale o meno. Le prime indiscrezioni vagliavano l’ipotesi che  Pignani avesse voluto uccidere i due bambini in seguito a un litigio con loro padre, avvenuto qualche ora prima, ma il legale dei genitori ha poi precisato che i due non conoscevano l’omicida e non lo avevano mai visto prima e che non c’è stata alcune lite come riferito da qualche fonte non attendibile”.

La vicenda ha suscitato molto clamore, sia per il coinvolgimento di due bambini sia per il profilo dell’omicida. Pignani soffriva infatti di problemi mentali pregressi, era conosciuto nel quartiere per l’abitudine di girare armato e in passato era già stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. Questi dettagli stanno alimentando da ore un accanimento sui problemi mentali dell’uomo, definito da giornali e commentatori un “folle”, uno “squilibrato”, uno “psicolabile” e uno “psicopatico”. Anche se restano da capire ancora diversi dettagli della vicenda (sembrerebbe infatti che Pignani non fosse in cura presso nessuna struttura), il verdetto è già stato scritto: l’uomo era un pazzo, e solo i pazzi uccidono le persone.

Imputare alla “pazzia” di un singolo la morte di qualcuno è molto problematico. Innanzitutto, la narrazione della follia porta in secondo piano le responsabilità morali, materiali e penali di chi ha commesso un crimine violento. Lo vediamo anche nei casi in cui un padre uccide i propri figli: i giornali spesso indicano la depressione – vera o presunta – causata dalla separazione come movente del “folle gesto”. Concentrandosi sul “dramma dei papà separati”, come titolò un controverso articolo del Mattino, sparisce quella che psicologi e sociologi chiamano agentività, la facoltà di far avvenire le cose. In questo modo si rinforza l’idea erronea che siano solo i pazzi a fare del male agli altri e di conseguenza che ogni atto criminale sia un atto di follia. Questa correlazione, nel caso di Ardea, dove le vittime sembrano essere state scelte a caso o comunque non erano legate all’omicida, si rinforza ancora di più, dato che ci sembra ancora più assurdo che una persona possa togliere la vita a dei bambini con cui non aveva alcun legame.

Dato che Andrea Pignani si è suicidato, nessuno potrà mai sapere nulla di più preciso sulle sue condizioni di salute, ma proprio perché una persona con una malattia mentale non può essere ridotta soltanto alla sua malattia è giusto che gli venga attribuita la responsabilità di ciò che commette. La legge italiana, ancora ferma al Codice Rocco, non va in questa direzione: l’incapacità di intendere e di volere è collegata alla pericolosità sociale e chiunque venga riconosciuto non imputabile viene internato in strutture apposite, con l’obiettivo di proteggere la società dal “folle reo”. Nel 2017, con il trasferimento degli ultimi due internati dall’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, sono stati ufficialmente chiusi i manicomi criminali (poi detti giudiziari), sostituiti dalle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Da diversi anni, psichiatri e attivisti della salute mentale sostengono l’importanza di eliminare la non imputabilità per infermità mentale, che restituirebbe dignità al malato riconoscendone la responsabilità sociale, accanto al potenziamento dei servizi di salute mentale all’interno delle carceri e di misure di detenzione alternative. Queste misure favorirebbero inoltre il reinserimento sociale, dal momento che spesso le Rems si trasformano in luoghi dove scontare i cosiddetti “ergastoli bianchi”, dove si entra e da dove non si esce mai più. Nel 2019, gli internati nelle 30 Rems presenti in Italia erano 601, ma c’è una lunga lista di attesa in ogni struttura.

La necessità di superare il nesso tra pericolosità sociale e malattia mentale è anche supportata dai dati: solo una piccola parte dei crimini violenti è attribuibile a persone con gravi problemi di salute mentale. Tuttavia, la percezione della loro pericolosità è più che raddoppiata tra il 1950 e il 1996, proprio a causa del modo in cui vengono raccontati i casi di cronaca che li vedono coinvolti. Lo stigma che circonda disturbi e malattie mentali rende poi più difficile chiedere aiuto, cosa che potrebbe prevenire situazioni di disagio, comprese escalation di violenza come quella che ha interessato il caso di Ardea. Seguire una terapia farmacologica riduce infatti di 1,7 volte il rischio di commettere violenza su se stessi e sugli altri anche in caso di problemi mentali gravi. Riduzioni del 25% nei tassi di violenza sono stati osservati in particolare in persone a cui il giudice aveva ordinato un trattamento psichiatrico senza ospedalizzazione a seguito di un crimine violento. Stigma sociale e violenza si influenzano reciprocamente: per combattere quest’ultima è necessario agire sulla vergogna associata alla malattia mentale, aiutando le persone a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi. 

Basandosi su ciò che sappiamo fino a ora di Andrea Pignani, è indubbio che questa tragedia si sia consumata proprio in una situazione di isolamento e di una mancata presa in carico collettiva: oggi ci si chiede perché il trattamento sanitario obbligatorio a cui era stato sottoposto a maggio fosse durato un giorno solo, perché l’uomo non fosse in cura per i suoi problemi e soprattutto perché avesse accesso a un’arma da fuoco. La risposta a queste domande è che la salute mentale non è ancora considerata una questione di salute pubblica, di cui dovrebbe farsi carico la società, ma di cui al massimo si occupa il singolo o il suo nucleo familiare (a proprie spese). Manca ancora una prospettiva sistemica su questo problema, nonostante 17 milioni di persone in Italia, circa una persona su tre, soffra di disturbi mentali: i finanziamenti sono ancora insufficienti e le Asl spendono solo il 3,2% del loro budget nei servizi di salute mentale, meno della metà di Francia, Germania e Regno Unito. A mancare è soprattutto un’efficiente rete territoriale che possa seguire i casi da vicino, con appena 9,7 posti letto ogni 100mila abitanti. In questi mesi di pandemia si è molto parlato dei danni che l’isolamento ha causato sulla salute mentale delle persone, private delle reti di supporto e spesso anche delle cure e delle stesse terapie. Ma nel concreto è stato fatto molto poco per potenziare la rete psicologica e psichiatrica in Italia, per cui sarebbe necessario un investimento stimato di almeno due miliardi di euro

Senza una rete di intervento, persone con disturbi mentali gravi avranno più probabilità di agire con violenza verso se stessi e verso gli altri. E non appena lo faranno, ci saranno giornali e tv pronti a cannibalizzare le loro storie alimentando l’idea che tutti i pazzi siano criminali, e viceversa. Tragedie come quella di Ardea non sono una fatalità inevitabile, ma un fallimento collettivo che deve farci riflettere sul valore che diamo alla cura, alla salute pubblica, al benessere psicologico e ai servizi sociali. Ma finché sarà più facile puntare il dito contro l’ennesimo “folle killer”, continueremo ad assistere a questi fatti senza però fare nulla di concreto per fare sì che non si ripetano più.

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