Perché dopo il coronavirus avremo bisogno di un piano per l’emergenza psichiatrica

Non abbiamo molte esperienze analoghe a questa, nella nostra memoria generazionale di occidentali del primo mondo. Ci sono state recentemente delle epidemie pericolose e virulente, ma che almeno nel nostro Paese non si sono connotate per l’incredibile velocità che connota la pandemia da COVID-19. Quella di SARS in Italia ha infettato 4 persone, altre non sono affatto arrivate, altre ancora come la tragica e non ancora risolta dell’AIDS, sono state collegate a comportamenti identificabili e circoscrivibili. Non abbiamo nella nostra storia niente di paragonabile, perché l’ultima pandemia che somigliasse a questa, quella di Spagnola, fece le sue stragi nel 1918-1920, quando non era nato quasi nessuno di noi. D’altra parte, anche potendo, nel 1918 il mondo era molto diverso, sotto diversi punti di vista, non c’erano le conoscenze che ci sono oggi, non c’era l’economia che c’è oggi, neanche c’era tutto sommato l’idea di res publica e di welfare che abbiamo oggi, e che permea la nostra idea di Stato, e di gestione della cosa pubblica. Ai tempi della Spagnola inoltre, anche le aspettative di vita erano ben diverse, c’era una sorta di rassegnazione al tragico fin dalla nascita. Anche il mondo della guerra, evocato in qualche paragone soprattutto da chi vive nelle regioni più colpite dall’epidemia, oramai, per nostra fortuna dista circa settant’anni, riguarda i ricordi dei nostri anziani: molti di noi, per quanto l’Italia sia un Paese di vecchi, sono nati dopo, o al tempo della guerra erano poco più che bambini.

Questi paragoni, con gli anni della guerra, e con gli anni della Spagnola, ci aiutano a fare una prima riflessione per capire su cosa si innesta l’emergenza psichiatrica di cui si parla in questi giorni. Il confronto con il passato ci fa infatti capire meglio il nostro concetto implicito e condiviso di minimo benessere standard anche al di sotto della serenità, e certe aspettative che oramai sono per noi scontate: diamo per assodato cioè vivere sopra i vent’anni, diamo per scontato l’essere curati se stiamo male, è un nostro bisogno primario, di avere diritto agli scambi con le persone che vogliamo e, se riteniamo di essere oggetto di ingiuste sofferenze e sopraffazioni, diamo per scontato che lo Stato debba migliorare la nostra condizione: infatti, grazie ai tanti progressi ha fatto la cosa pubblica e la politica da quel tremendo e lontano 1918, oggi facciamo di tutto per far studiare i nostri figli, se ci ammaliamo ricorriamo a medici e ospedali e ci aspettiamo di essere curati e guariti, se ci tolgono i soldi scioperiamo – e facciamo bene. Il miglioramento della nostra qualità di vita è nella nostra agenda mentale.

Ospedale da campo ai tempi dell’influenza spagnola, Kansas, 1918

Quello che succede è che l’epidemia da COVID-19, con i provvedimenti atti a contenerla, ci sta togliendo all’improvviso questi diritti impliciti che sono scontati nel nostro vivere nel nostro pensare la vita. Abbiamo a che fare con un virus ad altissima contagiosità. Il nostro diritto alla vita è minato. In ragione di questa minaccia accettiamo delle restrizioni che però intaccano gli altri due assunti della nostra psicologia collettiva, il nostro diritto a un reddito – e dunque il nostro diritto a protestare per quel reddito – e anche il nostro diritto ad avere scambi con le persone che vogliamo.

Ci troviamo a guardare sbigottiti, il posto di lavoro che è bloccato, nella migliore delle ipotesi, ma anche il posto di lavoro che è negato nella peggiore e più frequente, e abbiamo nella migliore delle ipotesi un oggettivo spavento per come riusciremo a cavarcela, e purtroppo nella peggiore e frequente un problema immediato per come riuscire a cavarsela da subito. E ancora, ci troviamo a non poterci foraggiare da un punto di vista relazionale ed emotivo, uscendo, parlando con altri, mantenendo scambi umani. Tutte queste cose che da sempre contengono i nostri stati mentali, lavoro, possibilità di cura, relazioni umane, che evitano al nostro malessere di dilagare ora vengono meno. Se siamo in uno stato di relativo benessere psicologico, dunque, la situazione sarà gestibile, ma se abbiamo un problema psicologico e psichiatrico quel problema ora perde degli argini, dei contenitori, dei dispositivi.

Anzi, al posto di quei dispositivi troviamo una destabilizzante incertezza sul futuro, anche se grazie allo sviluppo scientifico sappiamo già molto di più di questa malattia di quanto si potesse sapere un secolo fa della Spagnola. I dati forniti sembrano moderatamente affidabili, non si sa ancora però quando finirà, né quando si tornerà alla vita normale. A causa di tutti questi fattori possiamo dire che la pandemia è un acceleratore dei sintomi della maggior parte delle diagnosi psichiatriche. È come se togliendo occupazione e scambi, e mettendo tutti nelle case con fuori la malattia che incalza, si regalasse ai sintomi molto più spazio, fino a occupare tutto quello della casa che ci ospita, più territorio per esprimersi. Si ha così la materializzazione di una fantasia persecutoria che può assumere lettura diversa a seconda della psicologia di chi la pensa. In ogni caso, si può ben dire che una grande pandemia, che fa stare male molte persone e fermare un Paese, mettendo in crisi la propria salute e il proprio lavoro può essere ben considerata un incubo materializzato.

A questo punto diventa facile capire che per la maggior parte delle diagnosi psichiatriche, la reclusione rappresenti un’accelerazione del sintomo, e una prova molto onerosa da superare, in particolare in soggetti che non hanno avuto trattamenti, o che sono in trattamento psicoterapeutico e farmacologico da poco tempo. I sintomi psicopatologici, infatti, sono difese, sono comportamenti che una personalità problematica adotta come soluzione personale per affrontare l’esterno, sono risposte che in qualche modo collimano con un’organizzazione psichica per cui ora a fronte di una grande emergenza verranno dispiegate con veemenza. Le persone che soffrono d’ansia, proveranno più ansia, quelle che hanno una dipendenza importante da sostanze sentiranno la spinta a incrementare l’abuso, chi soffre di un delirio persecutorio tenderà ad aumentarne l’intensità e la pervasività, così grosso modo per tutte le sintomatologie. Inoltre le stesse restrizioni a volte interrompono gli stessi itinerari terapeutici. Non tutti gli psicoterapeuti oggi hanno dimestichezza con Skype e simili, in modo da continuare virtualmente le psicoterapie e, almeno io mi sto rendendo conto confrontandomi con colleghi, sono in tanti ad aver interrotto le loro terapie per decreti governativi. Ma ci sono anche tipi di terapia come per esempio quelle di gruppo, o come quelle che si avvalgono di giochi e strumenti (per esempio molte di quelle con i bambini) che sono considerate veramente impraticabili online. Queste situazioni sono molto problematiche per i pazienti, e naturalmente lo sono ancora di più per quelli che magari vivono da soli, o per quelli la cui diagnosi ha tra i diversi effetti una consistente difficoltà sul piano relazionale, perché si sentiranno abbandonati da una figura che avvertono di riferimento, e vivranno momenti di intensa rabbia.

Pur rendendoci conto del fatto che per l’amministrazione pubblica di una democrazia avanzata questa sia una sfida senza precedenti, paragonabile davvero soltanto a un conflitto armato, non si può fare a meno di sottolineare un’emergenza sanitaria che riguarda il comparto della salute mentale, e che non può che peggiorare anche con l’emergere di situazioni sempre più gravi. Come è stato già denunciato da alcune regioni (per esempio in Piemonte) stanno aumentando gli esordi psicotici, e i tso di conseguenza. Come già segnalato dalla rivista The Lancet abbiamo motivo di temere anche un aumento dei tentativi dei suicidi, a cui dobbiamo aggiungere probabilmente il rischio di agiti aggressivi nelle famiglie disfunzionali.

Si rivela dunque necessario un piano di intervento, che diviene particolarmente complicato da attuare considerando lo stato di crisi in cui versano i dipartimenti di salute mentale nel nostro Paese, specie in alcune regioni. Questo anche perché quand’anche il lockdown dovesse protrarsi solo fino a Pasqua – al momento non è dato saperlo – il rientro probabilmente sarà scaglionato, e anzi già qualcuno prevede che il virus potrebbe rimanere a lungo in circolazione condizionando le nostre vite per molto più tempo di quanto oggi siamo portati a immaginare – e quindi portando sempre di più ai problemi di emergenza psichiatrica che abbiamo descritto. Bisognerebbe cominciare a pensarci da subito, magari indicendo in primo luogo un concorso pubblico per psicologi e psicoterapeuti allo scopo di mettere insieme una task force che nelle diverse regioni possa poter lavorare e fare progetti sul territorio. Infatti, senza personale qualificato, ed equamente distribuito sul territorio nazionale, qualsiasi proposta rimane mera astrazione.

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