In una società iper-produttiva, le relazioni social, seppur brevi, ci aiutano spesso a non soccombere - THE VISION
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La pandemia ha incrementato la tendenza di giovani e meno giovani a far uso dei social snacking – spuntini sociali – per entrare in relazione con gli altri. La comunicazione digitale ci è stata d’aiuto durante il lockdown e, anche quando gli spazi di aggregazione fisici sono tornati accessibili, il “mordi e fuggi” relazionale è rimasta una modalità di interazione diffusa. Sebbene l’argomento sia inflazionato, e benché ci si costruiscano intorno discorsi un po’ superficiali e spesso disfattisti, dare una valutazione sulla portata del fenomeno, e sulle ripercussioni sulla qualità delle relazioni contemporanee, è complicato ma necessario.

Sulla questione, infatti, da un lato si schierano i nostalgici indefessi, secondo cui i luoghi virtuali non ci permetteranno mai di fare comunità come quelli concreti; dall’altro ci sono i moderati, che nel digitale riconoscono uno strumento comunicativo utile, a patto che si impari a “gestirlo” e a usarlo in modo sano. Il rischio è che un discorso complesso, che potrebbe gettare le basi per i paradigmi comunicativi e relazionali del futuro, si risolva a mera polarizzazione, al solito scontro tra tifoserie che ripetono sempre le stesse frasi un po’ vuote e alimentano cliché. In questo modo il dibattito si arresta o, meglio, prosegue ma in modo sterile, e noi continuiamo a illuderci di avere un’opinione su un argomento che, ad oggi, necessita di una lettura più stratificata, che prenda in considerazione le esigenze di tutti. Alla luce, tra l’altro, di come oggi è strutturata la società.

La tendenza a fruire di spazi di comunicazione e relazione brevi, va da sé, non è nata col digitale né con la pandemia, che hanno piuttosto acuito un fenomeno preesistente. Il termine social snacking, usato per la prima volta dalla psicologa Wendi Gardner nel 2005, indica tutte le modalità che ci permettono di sentirci in relazione con l’altro – meccanismo che permette al nostro corpo di produrre sostanze come l’ossitocina, ovvero l’ormone dell’amore – senza per questo impegnarci in legami duraturi.

Il saluto e il sorriso scambiati con la vicina di casa, la breve conversazione con il barista che ci prepara il caffè ogni giorno o con il commesso della panetteria di fiducia, sono esempi di social snacking che avvengono in spazi di incontro fisico – oltre ad avere oggi un sapore quasi retrò. A questo proposito, e attingendo alla mia esperienza, mi viene in mente una chiacchierata con una ragazza a cui avevo dato appuntamento, mesi fa, per mostrarle la stanza in affitto che avrei lasciato per traslocare. Aveva risposto al mio annuncio su Facebook perché cercava una sistemazione, ed è finita che la stanza non l’ha presa, ma noi abbiamo avuto una lunga e inaspettata conversazione su questioni che esulavano dal motivo dell’incontro.

Nella realtà contemporanea, però, il fenomeno del social snacking si è spostato per lo più nel mondo virtuale – e le nuove generazioni sono le prime a fruire di una modalità comunicativa occasionale e guardata con diffidenza. Sulla scia degli studi di Baumann sulle relazioni liquide, ci piace rimpiangere un’età dell’oro in cui, pare, i rapporti umani si situavano a un gradino più alto della scala delle priorità, e in cui si investiva in relazioni durature. Ma, come al solito, chiudersi nella nostalgia dei bei tempi andati è un boomerang e ci costringe a una visione limitata e limitante.

La società della performance e dell’iper-produttività, in cui oggi ci ritroviamo immersi come mai prima, ci chiede di capitalizzare ogni momento della nostra giornata e questo compromette la possibilità di investire grandi quantità di tempo – sia nella quotidianità, sia in una prospettiva futura – in relazioni che, per durare e non appiattirsi o usurarsi, richiedono impegno ed energia. Energia che, inevitabilmente, verrebbe sottratta al lavoro e alla produttività. Le relazioni umane, per la nostra società, non sono minimamente intrecciate a un’idea di progresso, legato per lo più alla rivoluzione tecnologica e digitale, alle conquiste scientifiche inarrestabili, all’arricchimento in termini materiali ed economici.

Siamo profondamente convinti – e sembriamo non avere alcuna intenzione di mettere in discussione le nostre convinzioni – che il fatto stesso di progredire equivalga a compiere una serie di passi che non includono la qualità della comunicazione e delle relazioni umane, ma che hanno a che fare con altri aspetti del quotidiano: cerchiamo la “comodità” massima, corroborata da macchine che svolgono per noi compiti manuali ma, ormai, anche lavori intellettuali; o la possibilità di arricchirci economicamente e di trovare un’identità e il riconoscimento sociale nei beni materiali di cui disponiamo, o nello status sociale che abbiamo raggiunto.

La supremazia dei settori digitali e tecnologici, insieme a quella del capitalismo sfrenato, ci hanno persuaso che la dimensione umanistica dell’esistenza e il progresso, appunto, umano, siano concetti vuoti, trascurabili. In un’ottica più statunitense che radicata nella nostra cultura – che affonderebbe le sue radici nell’Umanesimo – navighiamo sicuri verso una direzione in cui il progresso può, anzi deve fare a meno delle relazioni, della parola scelta con cura per entrare in contatto con gli altri, della comunicazione sana che, ci dimentichiamo, è portatrice di benessere. In questo abisso c’è chi tenta di sopravvivere, e di provare a soddisfare un’esigenza umana non negoziabile attraverso la modalità – in questo caso salvifica – del social snacking.

Nel discorso, poi, entra in gioco un’altra dinamica che è quella della precarietà diffusa, principalmente lavorativa ed economica e che interessa ormai tutte le fasce d’età – eccetto forse chi oggi ha già più di sessant’anni. Questa dimensione si riflette sul modo in cui interagiamo con gli altri. Se, pur investendo ogni nostra energia nella carriera e nella produttività, fisica e mentale, continuiamo a non poter costruire una vita stabile, gli spuntini sociali diventano la modalità migliore per colmare il nostro bisogno fisiologico, psicologico ed emotivo, di avere delle relazioni.

Basti pensare a quanti, per ragioni per lo più lavorative, hanno necessità di cambiare città o addirittura Paese: secondo il rapporto Svimez di fine 2024, negli ultimi dieci anni quasi 200mila giovani laureati hanno lasciato il Sud Italia per trasferirsi nelle regioni del Centro-Nord. Intorno ai 138mila, invece, il numero di laureati italiani emigrati all’estero, per ragioni quali la ricerca di migliori condizioni di vita e di retribuzioni più alte. In tantissimi si ritrovano a cambiare vita, ad allontanarsi da familiari e amici e a dover, a volte dopo i trenta o trentacinque anni, ricostruire una rete di rapporti da zero. In questi casi, il mondo digitale e delle app può essere d’aiuto, e i social snacking diventano una risorsa per non soccombere ai continui spostamenti, al dover ricominciare tutto daccapo anche quando si è già grandi. 

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È vera una cosa: la tendenza a fruire di questa modalità comunicativa, soprattutto tramite social, aumenta da un lato l’appagamento e dall’altro l’insoddisfazione per le proprie relazioni. I rapporti esclusivamente virtuali possono mancare non solo di durevolezza ma anche di autenticità, portandoci a restituire un’immagine fittizia di noi e, d’altro canto, a idealizzare l’altro; inoltre, in questo tipo di relazione il corpo entra in gioco non in modo tridimensionale, e questo rende l’esperienza inevitabilmente diversa e non sostituibile a quella dal vivo – come diversa è la soddisfazione che se ne ricava. Aspetto da non ignorare, poi, è che la comunicazione virtuale può indurre forme di dipendenza che bisogna imparare ad evitare con una consapevolezza collettiva maggiore. Ma è vero anche che, nella società attuale, i social snacking possono diventare un espediente per non chiudersi in un isolamento dannoso, e per questo motivo non vanno demonizzati ma integrati in un sistema che, ci piaccia o no, va accettato.

Prima di etichettare certe tendenze – dinamica molto abusata oggi, soprattutto tra i boomer – dovremmo interrogarci sulla questione e, qualora desiderassimo un cambiamento autentico, restituire alle relazioni una centralità nella vita collettiva, decidendo di sottrarre spazio e tempo alla produttività incessante, e gettando le basi per una stabilità concreta, perché è solo da lì che passa la possibilità di instaurare legami duraturi. Fino ad allora è bene poter fruire di modalità relazionali più brevi ma che possano comunque garantire una forma di appagamento – l’unica davvero sostenibile a oggi, almeno per molti di noi.

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