Abbiamo un femminicidio ogni 3 giorni ma la politica non ha rinnovato il piano antiviolenza scaduto - THE VISION

 A dicembre 2020 è scaduto il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne”, il documento scritto nel 2017 che illustra e coordina tutte le politiche di contrasto alla violenza di genere nel nostro Paese. A quattro mesi dalla sua conclusione, però, non è ancora stato scritto alcun testo che lo sostituisca, né la sua stesura sembra rientrare tra le priorità del governo. Questo ritardo avrà gravi conseguenze soprattutto per i centri antiviolenza e le case rifugio, che in alcune regioni aspettano i fondi da ormai più di un anno e i cui problemi di gestione si sono aggravati con la pandemia, anche a fronte dell’aumento delle richieste di aiuto da parte delle donne maltrattate durante i periodi di lockdown. 

Il Piano è stato modellato sulle linee guida stabilite dalla Convenzione di Istanbul, la convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, che l’Italia ha ratificato nel 2013. Si tratta di un importante documento che ha stabilito, per la prima volta, politiche comuni transnazionali di contrasto alla violenza di genere, basate sulle famose “3 P”: prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i crimini. Già prima della firma della Convenzione l’Italia aveva un proprio documento, il “Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking”, ma dopo la firma è stata creata una carta aggiornata: il “Piano d’azione straordinario”, valido dal 2015 al 2017. Il piano era indirizzato soprattutto a quella che politica e giornali chiamavano “emergenza femminicidi” – anche se il numero di questi crimini è rimasto stabile negli ultimi anni, e nell’ultimo anno è persino aumentato – con l’idea che quello successivo, valido dal 2017 al 2020, sarebbe riuscito a introdurre stabilmente iniziative non più emergenziali, ma “cambiamenti strutturali e di lungo termine”. 

La tanto auspicata rivoluzione culturale non è però avvenuta e l’applicazione del piano andava a rilento. Nel 2019, quindi, l’ex sottosegretario di Stato con delega alle pari opportunità Vincenzo Spadafora aveva integrato il documento con un allegato operativo “flessibile”, scritto da una cabina di regia a cui avevano partecipato anche le associazioni del terzo settore, che avrebbe dovuto garantire la piena applicazione delle politiche di genere attraverso l’implementazione di fondi “al bisogno” per un totale di 132 milioni di euro. Questo importante strumento non solo non è mai stato reso pubblico dal ministero ed è stato divulgato soltanto da alcuni membri della cabina di regia, come denuncia ActionAid, ma di fatto non ha inciso sulla reale attuazione delle politiche previste, in particolare per quanto riguarda la prevenzione. Delle 102 azioni di competenza delle Amministrazioni centrali programmate nel Piano operativo, scrive ActionAid nel suo rapporto Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia, solo 60 sono state realizzate. 

Vincenzo Spadafora

Il problema principale è che il piano, così come quelli precedenti, non è chiaro. Non è chiaro chi abbia la responsabilità nell’erogazione dei fondi, non sono stati definiti strumenti di coordinamento e di controllo, i criteri per l’assegnazione non sono abbastanza stringenti (tanto che nel 2018 la Nazionale cantanti si aggiudicò la stessa cifra della principale rete di centri antiviolenza del Paese), le risorse vengono sprecate per ricompensare le amministrazioni di iniziative preesistenti e non c’è omogeneità tra i vari assi previsti dal piano, con gravi carenze nella prevenzione. Manca soprattutto trasparenza sulla destinazione dei fondi. “Nessuna informazione circa l’attuazione [del piano] è stata pubblicata sul sito istituzionale del Dipartimento delle Pari Opportunità”, si legge nel rapporto, tanto che l’associazione è stata costretta a richiedere i documenti per la stesura del report attraverso la richiesta di accesso civico generalizzato. 

Sempre ActionAid si era fatta carico, nel 2019, di capire lo stato di erogazione dei fondi ai centri antiviolenza, denunciando una situazione molto preoccupante. La procedura è abbastanza complessa: parte dei fondi provengono direttamente dallo Stato, ma la quota più alta viene gestita dalle regioni, che hanno procedure diverse fra loro. L’associazione aveva quindi deciso di creare un indice di trasparenza delle singole amministrazioni, rilevando grandi differenze tra una regione e l’altra. Con la nuova indagine, è emerso che alla fine del 2020 le regioni non avevano ancora finito di erogare i fondi previsti nel biennio 2015-2016, a eccezione di Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Marche e Molise. Nel corso del tempo, sono stati firmati diversi decreti di attuazione per accelerare le procedure, l’ultimo dei quali il 2 aprile 2020, a seguito delle notizie sull’aumento vertiginoso delle violenze in ambito domestico durante il lockdown. A sei mesi di distanza, però, solo Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto avevano sbloccato i fondi. 

Nel frattempo, i centri antiviolenza sono sempre più in difficoltà, non solo per la riorganizzazione che si è resa necessaria con la pandemia, ma anche perché in alcune zone d’Italia i gravi ritardi dei fondi hanno comportato la diminuzione del personale (che è comunque in larga parte volontario) e la sospensione di alcuni servizi. L’ultimo in ordine di tempo a rischiare la chiusura è il Catia Doriana Bellini di Perugia, inaugurato nel 2014 e che il 6 aprile scorso ha dovuto interrompere l’accoglienza per mancanza di fondi. “È trascorso un anno da quando abbiamo scritto alla Ministra Bonetti per denunciare la mancanza di risorse strutturali per la prevenzione della violenza e il sostegno alle donne”, ha dichiarato Antonella Veltri, presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, “Con l’unico risultato di avere l’ennesimo centro antiviolenza costretto a ridimensionare le proprie attività”.

In generale, secondo ActionAid, ci sono dei segnali di miglioramento sia per quanto riguarda i tempi di erogazione dei fondi sia per la trasparenza delle regioni, ma la buona volontà non basta. Il fatto che a dieci anni dal primo piano antiviolenza non si sia ancora trovato un modo per snellire le farraginose procedure di assegnazione delle risorse, che non si investa ancora nella prevenzione, che i fondi destinati all’autonomia economica delle donne siano praticamente inesistenti e che si continuino a ignorare interi settori della popolazione come le donne rifugiate e richiedenti asilo è molto grave. E ora, l’assenza di un nuovo piano potrebbe peggiorare ancora di più la situazione. 

Elena Bonetti

Si è molto parlato, nelle scorse settimane, dell’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, che ha scatenato numerose proteste nel Paese. La decisione di Erdoğan è stata interpretata come un tentativo di conquistare l’elettorato conservatore, che nella Convenzione vede una giustificazione dell’omosessualità e della presunta “ideologia gender”, dal momento che il documento parla estensivamente di gender equality. Anche il presidente Mario Draghi ha condannato la decisione del governo turco, definendola “un grave passo indietro” per i diritti delle donne, ma di fatto la Convenzione è disattesa da anni anche nel nostro Paese. Secondo il gruppo di esperte sulla violenza contro le donne Grevio, un organismo indipendente del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione della Convenzione, “La causa dell’uguaglianza di genere incontra ancora resistenze nel Paese”. In particolare, “le autorità nazionali dovrebbero in priorità stanziare finanziamenti adeguati ed elaborare soluzioni che permettano di fornire una risposta coordinata e interistituzionale alla violenza”. Interi articoli della Convenzione non sono mai stati applicati o nemmeno presi in considerazione nei piani antiviolenza.

Recep Tayyip Erdogan

L’emergenza femminicidi per cui si è resa necessaria la ratifica della Convenzione non si è mai conclusa, forse perché non si tratta di un’emergenza, ma di un problema sistemico che ha bisogno di soluzioni altrettanto sistemiche. Il fatto che, in un Paese dove una donna viene uccisa per mano del partner o dell’ex ogni tre giorni, alla scadenza di un piano che avrebbe dovuto rendere strutturali le risposte alla violenza di genere non ne sia già stato preparato un altro è semplicemente inaccettabile. È facile condannare gli altri Stati che calpestano i diritti delle donne, ma non dimentichiamoci che anche nel nostro Paese la Convenzione di Istanbul rischia di diventare soltanto un ricordo, e non per l’azione spregiudicata di qualche dittatore, ma per l’indifferenza di un’intera classe politica.

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