Ogni 2 giorni una donna viene uccisa. Ma la politica chiude i centri antiviolenza.

Il 18 luglio il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità Vincenzo Spadafora e la ministra per la pubblica amministrazione Giulia Bongiorno hanno presentato nella sala stampa di Palazzo Chigi il “Piano operativo sulla violenza contro le donne”, insieme all’ultima rilevazione Istat-Cnr-Irpps sui servizi specializzati per le donne vittime di violenza. Il documento doveva essere presentato entro il 30 giugno, ma la scadenza non è stata rispettata, probabilmente a causa delle tensioni tra Spadafora e Salvini proprio nei giorni della presentazione del Piano, dopo che il sottosegretario in un’intervista a Repubblica aveva accusato il ministro di alimentare una “pericolosa deriva sessista”. Nel frattempo, la Camera approvava il Codice Rosso, un disegno di legge che, in sintesi, prevede pene più severe per la violenza di genere e promette indagini più veloci. 

Basta guardare i dati, infatti, per capire che la situazione in Italia non sta migliorando: nel 2018, rispetto al totale degli omicidi commessi, i femminicidi sono saliti al 37,6% rispetto al 2017, quando erano al 34,8%. Tra il 2012 e il 2017 sono state uccise 774 donne, una media di circa 150 all’anno. Questo significa che quasi ogni due giorni una donna viene uccisa.

Nel frattempo, però, la situazione dei centri antiviolenza in Italia è sempre più preoccupante: le case rifugio per le donne soffrono gravi carenze strutturali, dovute a una cattiva erogazione dei fondi, e le loro attività sono spesso ostacolate da Regioni e comuni. Secondo il report “Trasparenza e accountability. I fondi nazionali antiviolenza” di ActionAid, a fine ottobre 2018 era stato erogato solo il 35,9% dei fondi nazionali per il triennio 2015-2017, e il 25,9% dei fondi regionali. 

Vincenzo Spadafora

La rete dei centri antiviolenza è stata istituita con il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul del 2011 e l’approvazione della legge contro il femminicidio nel 2013. Il Piano, adottato il 7 luglio 2015, è diventato operativo l’8 marzo 2016 e prevede lo stanziamento di 54,5 milioni di euro per varie attività (di cui quasi 12 destinati ai centri antiviolenza), a cui vanno sommati 30,8 milioni delle Regioni. ActionAid ha valutato la trasparenza delle singole Regioni assegnando un punteggio da 0 a 29, basato su “trasparenza formale” (la possibilità di reperire online gli atti di delibere di liquidazione) e “trasparenza nei contenuti” (la possibilità di tracciare come, quando e a chi sono state assegnate le risorse). La Regione più virtuosa sono le Marche (23 punti), seguita da Piemonte (20 punti) e Puglia (19 punti) e l’ultima in classifica è la Basilicata, per cui non è stato possibile reperire alcuna documentazione. 

In generale, ActionAid fa notare che i fondi, indipendentemente dalla cifra erogata, arrivano con grandi ritardi, non raggiungono quasi mai il totale della cifra richiesta e spesso vengono assegnati in modo poco trasparente. Linkiesta ha analizzato i beneficiari dell’ultimo bando da 12 milioni: 175mila euro sono andati alla Nazionale cantanti, la stessa cifra di D.i.re – Donne in rete contro la violenza, la principale associazione che raggruppa i centri antiviolenza del nostro Paese. Quasi 1,2 milioni di euro sono stati destinati, nel complesso, a istituti religiosi. 

Da tempo inoltre ci si interroga sulla proliferazione di questi centri, sollevata da chi si occupa di violenza di genere da decenni: sebbene l’intesa Stato-Regioni del 2014 abbia stabilito dei criteri per la definizione dei centri antiviolenza, i bandi delle Regioni per i fondi sono aperti a chiunque. Secondo Lella Palladino, presidente di D.i.Re, “Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell’autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti. Enti validi, ma che non hanno esperienza sul campo”. Il problema si estende anche ai corsi a pagamento per le operatrici, che si stanno moltiplicando in tutta Italia. “Vengono proposti da atenei e associazioni e costano anche migliaia di euro,” prosegue Palladino. “Noi crediamo invece che ci si prepari a questo mestiere sul campo: i nuovi arrivati fanno pratica con le nostre operatrici storiche, è un percorso lungo che dura almeno 9 mesi ed è gratuito”.

Lella Palladino

Il nuovo piano di Spadafora ha aumentato la cifra a disposizione per il contrasto alla violenza a 37 milioni di euro, sei in più dello scorso anno, ma non tutti sono destinati ai centri, molti dei quali ancora aspettano i fondi del 2016. L’associazione romana Differenza Donna, ad esempio, che si era aggiudicata 250mila euro, ha dovuto chiedere un prestito a Banca Etica per far fronte a tutte le spese per le sue attività nell’attesa dell’esborso della cifra. Il Piano è stato definito dalle operatrici di D.i.Re “una dichiarazione di intenti di non chiara attuazione, calata dall’alto e non preparata in concertazione con chi lavora sul campo, a cominciare dai centri antiviolenza, al contrario di quanto il governo cerca di accreditare”. Tra i punti più criticati, c’è l’istituzione di una task force della guardia di finanza per monitorare le assegnazioni dei finanziamenti (quando sarebbe più utile definire criteri più stringenti e imporre la trasparenza della documentazione), la formazione delle forze dell’ordine, di cui non viene specificato chi dovrebbe occuparsene e, più in generale, l’approccio assistenziale adottato dal governo. 

Il punto più problematico, però, riguarda la valorizzazione del ruolo delle Regioni, che ridistribuiscono poi i fondi tramite i comuni. Mancando però dei criteri univoci di assegnazione dei finanziamenti, le pubbliche amministrazioni possono gestirli come vogliono e, come denunciato da Palladino a Repubblica, è successo che alcuni comuni trattenessero questi fondi nelle proprie tesorerie. E così anche centri importanti come la Casa Internazionale delle Donne di Roma e il Cadmi – Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano (il primo centro antiviolenza in Italia, attivo dal 1986) sono in grande difficoltà. La Casa Internazionale delle Donne, che racchiude oltre 30 associazioni e negli anni ha aiutato più di 500mila donne, da tempo è in lotta con il Comune di Roma, che il 17 maggio 2018 ha revocato la convenzione per l’occupazione dello stabile di via della Lungara. Il 26 febbraio scorso la presidente della Casa Francesca Koch aveva proposto alla sindaca Virginia Raggi una transazione da 300mila euro per appianare il suo debito con il Comune, ma sette mesi dopo non ha ancora ricevuto risposta. 

Francesca Koch

Altrettanto critica è la situazione del Cadmi di Milano, per cui la Regione Lombardia ha sospeso l’erogazione dei fondi. Dal 2016 la Regione ha infatti avviato un sistema sperimentale di raccolta dati (Osservatorio regionale antiviolenza, Ora) che richiede ai centri antiviolenza di fornire nome, cognome e codice fiscale delle donne assistite. Nel 2017, 18 associazioni lombarde si sono rifiutate di fornire questi dati estremamente riservati e hanno sottoscritto una lettera aperta alla giunta per spiegare le loro ragioni. Centri come il Cadmi forniscono già dati qualitativi alle amministrazioni, che riguardano ad esempio età, provenienza e condizione sociale di maltrattate e maltrattanti, ma fornire dati che permettono di identificare la donna può diventare rischioso. “Quando una donna arriva in un centro antiviolenza, non le si può chiedere il codice fiscale, ma si comincia a parlare con lei del suo problema. Questo è un approccio fondamentale per creare una relazione di fiducia che continua nel corso del tempo, per cui tutto quello che si dice nell’ambito di un colloquio in un centro antiviolenza rimane protetto,” ci spiega la presidente del Cadmi, l’avvocata Manuela Ulivi. “Chiedere un documento mette in discussione la nostra metodologia di lavoro, che serve sia per creare una situazione di fiducia, sia per ragioni di sicurezza. E se i dati girano per la polizia e il maltrattante è un poliziotto? Se quella scheda è in qualche modo identificabile, la sicurezza non è più garantita”, conclude. Ora la Regione, viste le resistenze del Cadmi, ha escluso il centro dai finanziamenti. È nella stessa situazione anche il Cadom – Centro Aiuto Donne Maltrattate, che opera nella Brianza e a maggio del 2019 anche due strutture calabresi hanno ricevuto la richiesta dalla Regione di trasmettere i registri delle prese in carico.

La valorizzazione del ruolo delle Regioni prevista dal nuovo Piano potrebbe quindi mettere ancora più in difficoltà i centri antiviolenza che già devono fare i conti con una cattiva erogazione dei fondi. Come già è stato osservato per il Codice Rosso, anche il Piano antiviolenza presenta punti poco chiari e non riesce ad affrontare in modo concreto i problemi strutturali del sistema di contrasto alla violenza di genere. Accanto a iniziative dai nomi evocativi come la “task force” della Guardia di finanza e l’eccesso di zelo nei controlli di realtà che operano da decenni sul territorio, sarebbe stato utile ad esempio definire criteri stringenti e univoci per l’erogazione dei fondi che non lascino spazio all’interpretazione delle singole Regioni. Se è vero che si parla pur sempre di soldi pubblici la cui gestione deve essere il più trasparente possibile, è anche vero che la violenza di genere – in un Paese in cui 3 milioni di donne hanno subìto violenza dal partner o ex partner – non aspetta. E sicuramente non procede alla stessa velocità kafkiana della burocrazia italiana. 

Segui Jennifer su The Vision | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: