Non importa che non vi piaccia Roberto Saviano, le vostre volgari offese infamanti devono finire - THE VISION

Roberto Saviano ha una grande fortuna: è ancora vivo. Allo stesso tempo Roberto Saviano ha una grande sfortuna: è ancora vivo. Una cosa che sembra non andare giù al popolo del web che sembra proprio non perdonargli una cosa: non essere stato ucciso. Se Saviano fosse stato ucciso anni fa, durante un agguato in stile Gomorra, oggi sarebbe diventato di sicuro un martire, un eroe, tra le amate lacrime postume all’italiana e gli infiniti coccodrilli quando ormai è troppo tardi, se fosse morto oggi tante scuole porterebbero il suo nome, così come abbonderebbero le sue statue in giro per le città, o strade a lui intitolate. Per fortuna tutto questo non è successo, e Saviano ha assistito alla metamorfosi di quel “poverino, potrebbe essere mio figlio” nella canonizzazione al contrario di coloro che, spinti dai politici, lo hanno additato come un nemico.

Uno scrittore e giornalista ha il diritto e il dovere di esporsi, mettendo in conto critiche feroci e disapprovazione. Ormai, però, Saviano si porta addosso la macchia del pregiudizio: ogni sua parola viene correlata al suo status, ovvero una condizione di vita da cui lui stesso uscirebbe volentieri. Vivendo sotto scorta dal 2006, in seguito alle minacce di morte del clan dei Casalesi, ha passato gli ultimi sedici anni della sua esistenza in una bolla, ma per alcuni “sta sotto scorta con i nostri soldi”, come se fosse un privilegio e non la condanna a una vita mozzata.

Roberto Saviano

C’è chi per anni l’ha addirittura accusato di aver ingigantito la sua condizione per un tornaconto mediatico, ponendo dubbi sulle reali minacce della camorra. Saviano ha dovuto aspettare il 2021 per poter giustificare ufficialmente agli odiatori seriali, come se ce ne fosse bisogno, la veridicità del pericolo che ha corso per tutti questi anni. E questo perché i giudici della Cassazione della Quarta sezione penale del Tribunale di Roma hanno condannato in via definitiva il boss del clan dei Casalesi Francesco Bidognetti e l’avvocato Michele Santonastaso per il reato di minacce aggravate dal metodo mafioso nei suoi confronti e in quelli della giornalista Rosaria Capacchione. Saviano ha commentato la sentenza liberandosi di diversi pesi che si portava addosso, generati dall’hating di chi non gli perdonava la sua sopravvivenza: “Sono ancora vivo. Io stesso mi sento in colpa per esserlo”.

Come se non bastasse, il quadro di odio, rabbia, violenza e frustrazione è stato arricchito e sostenuto dalla vergognosa narrazione di certi esponenti politici, che hanno fatto passare Saviano quasi come un parassita della società. Quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno, nel 2018, Saviano scrisse diversi post e articoli per condannare le azioni del leader leghista nei confronti dei migranti. Come risposta Salvini pubblicamente dichiarò che sarebbero stati verificati i presupposti a che rimanesse sotto scorta, aggiungendo: “Mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani”. Saviano rispose ricordando la sua storia all’ex ministro: “Secondo te, Salvini, io sono felice di vivere così da quando ho 26 anni? Ho più paura a vivere così che a morire così, e quindi credi che io possa avere paura di te?”. Da quel momento Saviano è diventato soggetto di critiche provenienti da più fronti. Alessandro Di Battista – che all’epoca doveva giustificare l’alleanza dei grillini con la Lega – lo definì un “radical chic falce e cachemire”. La colpa di Saviano, secondo lui, sarebbe stata l’aver criticato il populismo del Movimento Cinque Stelle e la politica del governo gialloverde. Saviano disse la verità, ovvero che i grillini, con il governo giallo-verde, si erano ormai ancorati al sistema, diventando un partito e aggrappandosi alle poltrone; e a distanza di quattro anni, Di Battista ha lasciato il Movimento per gli stessi motivi che aveva elencato il suo nemico “radical chic”.

Matteo Salvini
Alessandro Di Battista

Ma a Saviano, soprattutto, non sembra venir perdonato il fatto di stare dalla parte dei più deboli – che siano i migranti, le ONG o un Mimmo Lucano accusato di essere un simil Al Capone da una giustizia che non è ancora riuscita a motivare concretamente la sua pena spropositata. Lo scrittore viene inoltre associato impropriamente alle politiche del PD, quando è stato in realtà tra i primi a contestare le misure intraprese dall’ex ministro dell’Interno Minniti in Libia e a criticare aspramente il partito in diverse occasioni. Però, secondo la narrazione sovranista, chiunque vada contro i nazionalismi e le politiche dei muri e della xenofobia è un piddino, per di più ricco, cosa che risulta un’ombra difficile da estirpare. Saviano, infatti, ha venduto una vagonata di libri e si è arricchito. Con quei soldi non può nemmeno andare in pizzeria, ma per gli haters si innesca l’invidia sociale e quindi si crea una distanza tra il popolo e il nemico-Saviano. Lui “campa con i nostri quattrini”, è protetto grazie ai nostri portafogli, deturpa l’immagine dell’Italia del mondo, dunque non è “uno di noi”. Invece di scrivere un libro sulla camorra avrebbe fatto meglio a farlo sulla fulgida bellezza del Maschio Angioino.

Mimmo Lucano

A inizio febbraio, Saviano è stato ospite a Sanremo per ricordare le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati uccisi da Cosa Nostra. Prima ancora che mettesse piede sul palco, senza quindi aver ascoltato il suo discorso, la destra si è mobilitata per criticare la sua presenza. Il componente della commissione di Vigilanza Rai di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone, ha dichiarato: “La presenza di Saviano a Sanremo per parlare dei trent’anni dalla strage di Capaci è un oltraggio al tema stesso. Cosa c’entra la presenza di un autore che ha creato sfilze di antieroi con il ricordo di Falcone? Ha lucrato sulla mitopoiesi della mafia. Sanremo è un festival nazionalpopolare che tutti amiamo, non possiamo permettere che si trasformi nel festival della telepredica progressista”. Dunque per il partito di Meloni parlare di Falcone e Borsellino è un atto “progressista” – aggettivo usato peraltro non solo a sproposito, ma come se fosse un insulto. Buono a sapersi.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Meloni, dal canto suo, cavalca la campagna anti-Saviano da anni, sempre per la logica del nemico da individuare e ridicolizzare. Secondo la leader di Fratelli d’Italia, Saviano “mostra solo il marcio di Napoli. Viva le meraviglie e la cultura della nostra terra: Napoli e l’Italia non sono Gomorra”. Già nel 2010, d’altronde, Silvio Berlusconi usava gli stessi toni, accusando Saviano di “rendere famosa la mafia” e di screditare l’immagine del nostro Paese nel mondo. Secondo questo strano concetto di informazione bisognerebbe quindi nascondere tutto sotto il tappeto, non parlare degli aspetti negativi di una nazione per non farle cattiva pubblicità. Far finta di niente e andare avanti. Saviano ha deciso di non farlo e ha pagato a caro prezzo questa scelta. Per la destra quindi Leonardo Sciascia non avrebbe dovuto raccontare le storture della sua Sicilia e Pier Paolo Pasolini avrebbe fatto meglio a tacere di fronte alle arretratezze sociali della sua epoca.

Pier Paolo Pasolini
Leonardo Sciascia

La principale libertà di cui Saviano vorrebbe appropriarsi è quella di essere giudicato per quello che scrive e non per il fatto di essere Roberto Saviano, come se fosse una colpa che è condannato a espiare per tutta la vita, volente o nolente. Un Giannini o un Formigli ricevono un feedback per il proprio lavoro. Saviano no: lui subisce una reazione per un marchio che si porta dietro, quello del martire mancato, che finisce per deteriorare ogni critica che viene mossa nei suoi confronti. Non gli viene concessa nemmeno la libertà di lavorare senza il fiato sul collo di chi vede la sua stessa carriera come il frutto di un’abile strategia. Ad esempio, è partito su Rai 3 il suo nuovo programma, dal titolo Insider – Faccia a faccia con il crimine, nel quale racconta le dinamiche delle organizzazioni criminali intervistando chi le ha vissute dall’interno. È stato importante ascoltare in prima serata la storia di Piera Aiello, vedova del boss Nicola Atria che ha deciso di collaborare con la giustizia per poi diventare parlamentare, e parallelamente ricordare la figura di Rita Atria, sua cognata, testimone di giustizia a soli 17 anni, che si è tolta la vita dopo la morte di Paolo Borsellino nella strage di via D’Amelio. Saviano, neanche a dirlo, è però stato massacrato anche in questa occasione non solo dai suoi nemici virtuali, ma anche dagli organi di stampa di destra. Il Secolo d’Italia, per anni allacciato al MSI e ora portavoce di Fratelli d’Italia, lo ha paragonato a un “topolino televisivo”, che annoia, aggiungendo nella critica al programma la solita tiritera dei Meloni-boys: “Tutti i giorni i napoletani si ritrovano a fare i conti grazie al fascino criminale conferito ai piccoli e grandi boss da Saviano con le sue fiction milionarie”.

Strage di via d’Amelio, in cui fu ucciso Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta. 19 Luglio 1992

Per la destra evidentemente non si può parlare di mafia, bisogna trincerarsi nella sindrome di Johnny Stecchino secondo cui il problema della Sicilia è il traffico, e di Napoli chissà cosa. Non si può dunque fare un approfondimento giornalistico intervistando i diretti interessati delle vicende a stampo mafioso, altrimenti gli italiani si demoralizzano, perché hanno bisogno della frivolezza, della locura borisiana, in un “Paese di canzonette mentre fuori c’è la morte”. Saviano è protetto dalla scorta, ma si ritrova scoperto di fronte alla cattiveria individuale. È stato un ragazzo e poi un uomo che non ha mai nascosto la sua fragilità, il desiderio di riappropriarsi di una vita normale, pur sapendo che molto probabilmente non sarà più possibile. È questa la consapevolezza che dietro il personaggio la persona si porterà per sempre con sé, al di là di qualsiasi etichetta con cui vogliamo nascondere la reale portata di ciò che ha fatto.

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