A inizio novembre si è diffusa la notizia dell’apertura, da parte della Procura di Milano, di un fascicolo sui “cecchini del weekend”, persone che pagavano per andare a uccidere civili nella Sarajevo occupata dai serbo-bosniaci degli anni Novanta, nel pieno della guerra che ha frantumato territori e popoli della Jugoslavia, la repubblica federale che ha smesso di esistere di fatto nel 1992. Una delle cose che continuo a considerare più assurde della mia infanzia è che mentre io giocavo alle barbie, i miei coetanei appena qualche chilometro più a est affrontavano la devastazione, scappavano dai cecchini, vivevano sotto assedio: una dissonanza che mi colpisce particolarmente per la vicinanza geografica, ma che forse chi è bambino oggi non troverà così impressionante. E, di certo, non avrei potuto immaginare che proprio un assedio – quello di Sarajevo – era in quegli anni teatro della vicenda allucinante che emerge oggi dal documento datato 28 gennaio 2025, depositato dallo scrittore Ezio Gavazzeni con gli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini in procura, che ha dato così inizio alle indagini.

Cittadini occidentali, uomini comuni, professionisti per bene, padri di famiglia per tutta la durata dell’assedio – tra il 1992 e il 1996 – partivano per Sarajevo per weekend all’insegna di un divertimento sanguinario e perverso. Tra loro, per lo più americani, canadesi e russi, c’erano anche degli italiani – i cui nomi non sono ancora stati resi noti, ma sarebbero almeno tre o cinque – che andavano a sparare ai civili per gioco, per il brivido dell’adrenalina. La direttrice italiana di questo orrore era la A4, la Torino-Trieste: si partiva il venerdì sera e dal capoluogo giuliano, con aerei privati e non, autobus e van, in poche ore si arrivava nel cuore della guerra; il sabato pomeriggio era dedicato alla “caccia” ai civili e si rientrava la domenica, dalle proprie (si presume) ignare famiglie, per tornare così, come se nulla fosse, il lunedì mattina in ufficio. A colpire, in effetti, è anche l’organizzazione che ha permesso di mandare avanti questo sistema per tutti quegli anni, in cui le persone coinvolte si avvicendavano – solo qualcuno è andato più di una volta –, ma praticamente tutti i fine settimana sono stati coperti.
Chiedersi perché fosse loro possibile attraversare territori in guerra, dilaniati dalle bande criminali, ed entrare incolumi in una città assediata, senza nemmeno conoscere la lingua locale, ha probabilmente come unica risposta la possibilità che quelle persone fossero protette. Indispensabili, quindi, erano i collegamenti con l’esercito serbo-bosniaco capitanato dall’allora leader Radovan Karadžić, condannato nel 2016, assieme ad alcune decine di capi politici e militari, dal Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui il genocidio di Srebrenica. Le autorità dovevano sapere: i quadri dell’esercito serbo sapevano, come sapevano i servizi segreti bosniaci, che, infatti, nel 1993 segnalarono la cosa al SISMI (Servizio Informazioni e Sicurezza Militare Italiano), che, quindi, era al corrente, e rispose di aver individuato e rispedito a casa le persone coinvolte, sostenendo di aver smantellato il sistema. Senza averlo fatto davvero, pare. Anche i civili sapevano, perché vedevano che alcuni cecchini erano vestiti con abbigliamento misto civile e militare e soprattutto avevano armi più adatte alla caccia che alla guerra e tra le macerie si muovevano impacciati. Nonostante questo, per quattro anni non c’è stato l’impegno – o comunque non ce n’è stato abbastanza – o, a pensar male, non c’è stato l’interesse a fermarli. E per oltre trent’anni quella storia è rimasta sepolta.

Eppure la notizia era già uscita nel 1995 – comparendo nientemeno che in prima pagina sul Corriere della Sera e su La Stampa – incredibilmente finendo nel dimenticatoio senza particolare scandalo; se ne è tornati a parlare nel 2022, dopo l’uscita del documentario “Sarajevo safari” del regista Miran Zupanic che ripercorreva proprio quelle vicende, ma che fu creduto privo di fondamenti fattuali; solo la sindaca di Sarajevo Benjamina Karić presentò una denuncia penale contro ignoti. Se c’è voluto tanto tempo perché la notizia avesse delle conseguenze – grazie ai dati e alle testimonianze raccolte da Ezio Gavazzeni, compresi gli scambi avuti nel 2024 con un ex rappresentante dei servizi segreti bosniaci – è forse proprio per il tipo di persone coinvolte. Il profilo criminologico dei cecchini del weekend è delineato da Guido Salvini, avvocato che assiste Gavazzeni: colletti bianchi, professionisti affermati, medici, in ogni caso persone abituate a una posizione di rilievo, anche di comando sugli altri e, in virtù del loro status sociale, sicuri di non essere scoperti nelle loro incursioni bosniache; appassionati di armi, cacciatori del weekend e frequentatori di poligoni di tiro, se erano tranquilli nel tornare a casa la domenica sera sentendosi impunibili è perché erano altolocati e intoccabili. Non politici, perché non potevano avere una visibilità pubblica, ma, come sottolinea lo stesso Gavazzeni, persone che “avevano le risorse legali per difendersi in caso di eventuali inchieste e l’influenza politica necessaria per ostacolarle”. E, ovviamente, erano abbastanza facoltosi da poter pagare cifre equivalenti ai 250-300mila € a testa per un fine settimana, dove le cifre più alte erano riservate a chi voleva sparare a un bambino.
Tra i tanti aspetti che suscitano orrore c’è l’assenza di empatia e considerazione della vita, la cui distruzione diventa, anzi, un’attrattiva, un macabro spettacolo a cui assistere, con tanto di pagamento del biglietto. Non a caso si parla di turismo della guerra, in un vero safari umano; il termine safari – che deriva dalla lingua swahili, a sua volta derivata dall’arabo safara “viaggiare” – indica letteralmente una spedizione in territori dell’Africa equatoriale e tropicale, in cui andare a caccia di animali feroci, e per estensione anche osservarli nel loro habitat e fotografarli. Difficile ignorare il portato colonialista di questo concetto: anche i bosniaci erano forse disumanizzati completamente perché percepiti come lontani, diversi perché musulmani, poveri, mal messi. Il loro era un territorio in guerra – fattore che contribuisce alla lontananza psicologica – in cui tutto sembrava possibile, anche razziare, uccidere, e dove anche i sogni più perversi possono essere realizzati. Perché in mezzo alla distruzione c’è sempre chi intravede delle possibilità, per quanto macabre, per realizzare i propri interessi, economici da un lato, d’intrattenimento dall’altro. E il prezzo di un pomeriggio di “caccia” all’uomo, alla donna, al bambino danno una misura del flusso di denaro che ha transitato tra quei confini, clandestinamente, di fatto finanziando le operazioni di guerra e d’assedio, oltre a contribuire al tentativo di distruzione della popolazione bosniaca.

Non è stata la prima volta che delle persone hanno partecipato a guerre e guerriglie in cui il loro Paese non era coinvolto: oggi è diffusa un’espressione specifica per questo fenomeno – “foreign fighter”, letteralmente combattenti stranieri – ma già negli anni Ottanta, durante la guerra controrivoluzionaria in Nicaragua finanziata dagli USA, alcuni cittadini statunitensi anticomunisti si unirono ai contras (le truppe controrivoluzionarie) a costo di pagarsi anche le spese di viaggio, l’equipaggiamento e la permanenza. Più di recente, dal 2014, volontari europei soprattutto di estrema destra si sono uniti alla guerra nel Donbass e, ancora, tra il 2014 e il 2017 circa 40.000 foreign fighters hanno raggiunto Siria e Iraq per supportare lo Stato Islamico, con il tramite di reti di reclutamento e sostegno online. A inserire in questo fenomeno il caso dei “cecchini del weekend” è, tra gli altri, la giornalista e analista Leila Belhadj Mohamed, che sottolinea come la guerra fosse per quelle persone “un’esperienza acquistabile”, in cui entravano da “spettatori coinvolti”. Ma una peculiarità – che aggiunge, se possibile, un ulteriore livello di orrore a questa storia – è che chi partiva per Sarajevo per la “caccia” del fine settimana non era mosso da motivi militari o ideologici, ma da un perverso amore per la violenza, dal brivido di uccidere, da quel senso di onnipotenza che deriva dal poter decidere della vita altrui. Proprio come nella caccia agli animali.

Il delitto individuato dalla Procura di Milano è omicidio aggravato da motivi abbietti e dalla crudeltà verso le persone, che il Codice penale italiano punisce con l’ergastolo, condizione che lo rende imprescrittibile, anche se commesso all’estero. Nell’attesa degli esiti dell’indagine – che dovrà cercare anche di capire come questa storia si pone rispetto al conto delle vittime totali – non posso non chiedermi quanti e quali altri orrori si celino ancora nelle pieghe purulente della Storia, anche recente, tra guerre, guerriglie, attentati e assedi; quali flussi di denaro e interessi economici finanziati dalle perversioni e le psicopatie degli esseri umani che disumanizzano i propri simili; quanti crimini siano resi possibili dalla intoccabilità delle élite economiche e professionali o, grazie a questa, riescano a passare sotto silenzio per decenni; quanti luoghi di guerra diventino territori senza legge. Il caso dei cecchini di Sarajevo è un esempio: chissà, forse ora, sapendo che c’erano dei nostri connazionali a divertirsi in quel conflitto che – pur avvenuto appena qualche decennio fa, a pochi chilometri da casa nostra – non vediamo l’ora ogni volta che si parla dei 70 anni di pace in Europa, accetteremo di non essere poi così tanto “brava gente”.