Se prima mi sembrava assurdo, adesso mi fa semplicemente sorridere il modo in cui certe persone – soprattutto boomer ma non solo – prendono in giro il desiderio di stare bene fisicamente, e psicologicamente, che oggi risiede in particolare nelle nuove generazioni. Sembra ci sia un’enorme barriera anche solo tra Gen Z e Millennial a dir la verità. I più giovani vogliono impegnarsi al massimo per essere sani, mettendo in discussione abitudini dannose, vicini a un’ottica conservativa che mette al centro la prevenzione. I più maturi no, anzi, spesso si vantano dei loro punti deboli, dei loro sgarri, come se la vita consistesse in un continuo tirare la corda e che Dio ce la mandi buona. Forse però c’è stato un cambiamento di prospettiva così radicale nei giovani anche perché sono circondati da persone malate: col cancro, i tumori, gli attacchi di panico, l’insonnia, l’emicrania, la depressione, la gastrite; forse perché ormai è chiarissimo che ci stiamo mangiando la plastica, e che no, anche se non ci sono ancora studi longitudinali a riguardo, non ci fa bene; che viviamo in un ecosistema molto inquinato; che il nostro metabolismo cellulare è sballato a causa dello stress, della fretta, dell’ansia, e della dieta che non abbiamo il tempo di curare, e del sonno che abbiamo sacrificato da tempo al capitalismo, e dalla mancanza di attività fisica perché semplicemente arriviamo a sera annichiliti; che viviamo una vita “contro-natura”, nel senso che non siamo semplicemente fatti per stare seduti sei ore al giorno, per non dire di più, o per ricevere stimoli luminosi e acustici dopo il tramonto del sole.

Per molti però la salute è un’ideologia, e alcuni si spingono addirittura ad avanzare l’ipotesi che tra il calo della libido e il desiderio di essere sani ci sia una correlazione. A parte che, se posso dire la mia, quando avevo vent’anni col senno di poi mi sarei volentieri risparmiata la maggior parte del sesso deludente che ho fatto se fosse servito a curare di più il mio stile di vita. Cioè, spesso nel fare sesso – nonostante le battute da maschio medio etero cis – non c’è molto di bello, purtroppo, perché sostanzialmente ci è mancata e ci manca in molti casi un’educazione al sesso e all’affettività, e banalmente una consapevolezza del nostro e del corpo altrui, quindi il fatto che il sesso sia diminuito non è per forza un indice negativo, magari se ne fa meno ma meglio. Ma tornando al salutismo, spesso si fa l’errore di affiancare la sregolatezza, i vizi o gli eccessi al “desiderio”, come se le nostre voglie e il soddisfare fossero qualcosa di buono di per sé, in realtà penso che sia semplicemente il primo e unico impulso che fa sentire a molte persone di essere – ancora – vive, di sentirsi vive. Ci sentiamo vivi nella voglia di qualcosa, anche di qualcosa che ci fa male, la nostra percezione di noi, in questo frullatore capitalista che ci spreme fino all’ultimo a volte resta solo in questo, come atrofizzata. Il problema però è che questo desiderio profondamente istintivo e viscerale si soddisfa in fretta, e non lascia quasi nulla, se non un nuovo stimolo, un nuovo desiderio, altrettanto fugace.

In quest’ottica dunque è chiaro che per cambiare è necessario compiere su se stessi una vera e propria rieducazione, e per farlo va da sé serve una certa autodisciplina, o banalmente la volontà di cambiare, di dismettere ciò che si era, l’identità legata alle nostre abitudini, che spesso confondiamo con ciò che siamo. Se noi siamo andati in coma etilico a 18 anni non mi sembra qualcosa di cui fare vanto. Anche perché anche se ci sembrava, quella non era trasgressione, e non lo è nemmeno adesso, che ha assunto i contorni della semplice dipendenza. La verità è che continuiamo a bere e a fumare perché non abbiamo altri sfoghi, o perché siamo così persi, stressati, vuoti o frustrati che non riusciamo più a farne a meno. La verità è che siamo tristi, e che non sappiamo neanche più dove cercare la felicità, o quanto meno lo stare bene, siamo affezionatissimi al farci del male e a sentirci male, anche perché ci dà una scusa tangibile per poterci lamentare.
Ultimamente nell’aria pare ci sia più smania di salute che libido, più autodisciplina che desiderio. E sembra che questa tendenza origini proprio da una gioventù che, invece di consumare i migliori anni della propria vita in eccessi e trasgressioni, ha deciso di intraprendere la strada della cura di sé, eleggendo il salutismo come il migliore dei modi per dissipare l’eccesso di energia giovanile. Basta guardarsi attorno per accorgersene. Ma la sregolatezza era bella solo perché ci faceva sentire il senso del proibito e fare i conti con il dolce amaro senso di colpa del mattino dopo, e del buttarsi via, consumarsi, appunto, disperdersi nella notte, nei locali, senza dormire, senza mangiare, perché non ce n’era bisogno, non se ne sentiva il bisogno. È stato bello, certo, è stato anche doloroso. Tutti i miei migliori e peggiori ricordi da quando la società italiana mi considera adulta sono legati a questo. Ma spesso mi chiedo: e se avessi fatto diversamente? Se avessi avuto la fortuna di fare diversamente? Chi sarei oggi, come sarei oggi? Forse meno interessante? O forse solo con meno segni d’espressione tra le sopracciglia. Forse anche meno paura.

È chiaro che nella società di oggi poi anche il benessere e la salute si facciano oggetti di vendita, chimere e così via, ma questo mi pare l’ultimo dei nostri problemi. Se da un lato la medicina e la scienza e la politica ci dicono sempre più spesso – se ne sono accorte anche loro, forse subodorando le possibili rendite di una società sana – che dobbiamo prevenire e coltivare abitudini salutari e puntare a una medicina ad personam, e dobbiamo farlo non a partire da una certa età considerata come fascia di rischio, ma da sempre; dall’altro ci sono schiere di giornalisti e altrettanti politici che descrivono questa attenzione come una nevrosi, signora mia, addirittura una conseguenza dei dati legati alla nostra salute personale che ci mette a disposizione la tecnologia digitale e da qui criticare una presunta “alienazione”. A me personalmente sembra più alienato dal suo corpo uno che fuma trenta sigarette al giorno, non una persona che si impegna a programmare una certa ora di allenamenti per regolare il suo metabolismo e il suo umore – e se il problema sta nell’impegno o nella programmazione sfioriamo i confini dell’assurdo dato che una delle più grandi retoriche tossiche della nostra epoca si appoggia proprio sull’impegno e la dedizione, e vivere senza programmare ormai è semplicemente infattibile, data la nostra povertà di tempo, e di denaro. Questa critica al salutismo, sembra avere molti punti in comune con le lamentele sulla cultura “woke” e del “non si può dire più niente”, quando evidentemente – e a volte purtroppo – chiunque ha la libertà di fare sparate violente, razziste, misogine o semplicemente false.

Questo desiderio di salute, di limitazione dei danni e per quanto possibile di benessere, nasce anche dalla condizione in cui viviamo oggi, circondati da guerre, cambiamento climatico, instabilità politica, stipendi troppo bassi che ci costringono a fare cinque lavori diversi per poterci garantire un tenore di vita accettabile, nel terrore della dichiarazione dei redditi. È chiaro purtroppo che la nostra voce, anche quando faticosamente riusciamo a fare comunità, ha ben poca eco, e quindi sicuramente partire da noi stessi per cambiare il mondo è un orizzonte molto convincente. Nel nostro piccolo possiamo incarnare il cambiamento che desideriamo, penso magari ad abitudini come il ridurre gli spostamenti in macchina, il consumismo, il consumo di carne. E non mi stupisce che questa ondata di consapevolezza sia trasversale, da Los Angeles a Monopoli, da Goa ad Almeria. Questo dimostra la sua urgenza e il suo incarnare lo spirito del tempo, ben più che dello spazio. Dove sta scritto che nella bassa modenese non ci possa essere lo stesso hype sulla gestione del glucosio che a Beverly Hills? La gerarchia dei luoghi è tutta nella nostra testa, educata in un maniera ormai anacronistica, estremamente rigida. Forse preferiamo una vita scandita da stretching, corsette e integratori, piuttosto che una scandita da mail fastidiose a cui rispondere che potevano essere telefonate, o forse a ben vedere che potevano non essere scritte e basta. Forse bere quattro gin tonic a sera non ci fa più stare bene, non ci piace più. Forse abbiamo scoperto cose migliori, che ci fanno sentire meglio. Senza per questo giudicare chi beve i gin tonic, o senza per questo smettere in toto di bere gin tonic, che comunque restano una specie di farmaco. È semplicemente cambiata la nostra bussola, le nostre coordinate esistenziali, e insieme a queste per forza di cose i nostri gusti, che nonostante le nostre comode credenze non ci rappresentano poi più di tanto. Spesso si sente dire “Practice and all is coming”. È così, inizia a mettere in pratica il cambiamento, e senza quasi accorgertene, e senza troppi sforzi, ti ritroverai cambiato.