La psicologia non si impara sui social. Non basta conoscere due termini per sapersi analizzare. - THE VISION
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Da un po’ di tempo la psicologia mordi e fuggi va forte sui social. Sono infatti sempre più numerosi i casi di persone che, sul web, vanno alla ricerca di strategie e consigli rapidi per uscire da situazioni di sofferenza, ansia o stress. Ma questa esigenza di velocità, quando si parla di salute mentale, potrebbe diventare un boomerang. Sono tante, alcune con molto seguito, le pagine di esperti della psiche che elencano i “cinque consigli per eliminare l’ansia” o i “dieci suggerimenti per vivere bene”, ma non sempre queste pagine sono gestite da psicologi e soprattutto non è raro che gli utenti fruiscano di articoli di questo genere senza effettivamente verificare che siano stati scritti da un professionista.

Da anni sono ormai in voga le figure del mental coach e del life coach, che spesso però non hanno un percorso di studi di psicologia alle spalle, ma frequentano corsi che rilasciano loro una certificazione specifica. Sono figure oggi molto richieste e che trovano riscontro anche sul web per svariati motivi, tra cui uno ben preciso: oggi, piuttosto che cercare il nostro benessere autentico, abbiamo bisogno di consigli strategici per “funzionare” al meglio in società. Se cerchiamo, a volte nella vita reale ma per lo più sul web, delle soluzioni veloci per risolvere alcuni problemi quotidiani, spesso è perché pensiamo di non avere il tempo a nostra disposizione per un lavoro più profondo su noi stessi. 

Oggi la “psicologia ingenua” – l’insieme di conoscenze e credenze sulla psiche che si basa non su studi specifici, ma sul senso comune e sulle esperienze – è parte integrante del quotidiano di molte persone, e molto più di un tempo. Se a lungo c’è stata una sorta di stigma sulle questioni che riguardavano la mente, i suoi meccanismi e i suoi possibili disagi, e quindi si tendeva a non interessarsene o comunque a parlarne raramente, da alcuni anni si assiste a un’esplosione di curiosità per la psicologia da parte dei profani. E non sono i pochi quelli che, avvertendo un malessere psicologico o riconoscendo degli ostacoli sul proprio cammino esistenziale, se ne vanno in giro sul web alla ricerca di consigli rapidi per tentare di risolvere i problemi che li affliggono.

Ma in questi casi è bene fare attenzione e diventare più consapevoli delle modalità con le quali si decide di entrare in contatto con la psicologia, e delle strategie che si sceglie di adottare per provare a stare meglio o per agire positivamente su alcuni pattern che ci procurano malessere. Decidere infatti di fare un lavoro su di sé per stare meglio, piuttosto che reiterare continuamente schemi tossici o chiudersi nell’autocommiserazione, è sempre di per sé una scelta sana e potenzialmente costruttiva. Ed è vero che, oggi, in Italia siamo ancora molto lontani dalla possibilità che la salute mentale diventi un diritto piuttosto che un privilegio. Oggi non solo, spesso, non si trova il tempo per intraprendere un percorso di psicoterapia serio e strutturato, perché siamo oberati da impegni lavorativi e personali che si accavallano l’uno sull’altro; ma molti non hanno neanche la disponibilità economica per sostenere una terapia vera e propria che richiede tempistiche più estese nel tempo, e in questi casi si è costretti a ripiegare su soluzioni più brevi e strategiche ma, quanto meno, sostenibili.

Anche la questione legata al bonus psicologico ci racconta quanto il diritto alla salute mentale nel nostro Paese sia ancora un’utopia: dal 15 settembre di quest’anno è stato possibile fare la richiesta per via telematica ma pare che, dopo poche ore, il budget a disposizione fosse già esaurito. Di anno in anno i fondi erogati sono diminuiti drasticamente, mentre la richiesta è rimasta altissima, con il risultato che in tanti, seppur con un Isee che rientrerebbe nella soglia, potrebbero rimanere senza aiuti. E se in questi casi l’unica possibilità è fare affidamento ai consultori familiari, anche qui l’Italia risulta carente, con un consultorio ogni 32mila abitanti laddove la legge 34/96 ne prevederebbe uno ogni 20mila. 

Con un quadro tanto sfavorevole, soprattutto per esempio per la fascia dei “giovani adulti” che oggi faticano a stabilizzarsi economicamente, andare sul web per acquisire nozioni psicologiche e consigli strategici può essere l’unica soluzione al proprio malessere. Ma non si riflette su un fatto: quelli che troviamo online, anche in pagine di psicologi professionisti, sono contenuti non centrati sulla singola persona ma potenzialmente validi per chiunque. Fruire di contenuti che propongono soluzioni generalizzate, purtroppo, può darci solo un’illusione di risoluzione delle nostre problematiche. Inoltre, entrare in contatto, attraverso il web, con la terminologia psicologica specifica, ma senza intraprendere un percorso di terapia individualizzato, ci persuade ancora una volta in modo effimero di saper padroneggiare determinati argomenti e questioni. Pensiamo di poterci occupare di noi stessi, e del nostro malessere, perché conosciamo le “tecniche universali” per stare meglio: ma queste ultime non esistono davvero, e noi cadiamo in trappola.

Di fatto spesso, sul web, ci vengono suggerite e vendute le strategie per fingere di essere chi non siamo: ci dicono come dovremmo essere per stare bene; ci forniscono consigli per apparire sani, centrati e risolti; col risultato che spesso simuliamo comportamenti da adulti consapevoli, ma senza aver fatto nessun lavoro su noi stessi. Restiamo infantili e fragili e, a causa di qualche nozione acquisita, ostentiamo una consapevolezza che in realtà non ha nulla di autentico. Perdiamo il contatto con la nostra parte più profonda, reprimendo a volte le nostre emozioni, per essere più spendibili in società. Finché, a volte, la nostra vera natura non emerge e ci accorgiamo della recita che avevamo messo in piedi, con gli altri e con noi stessi.

La tendenza a cercare – presunte – soluzioni rapide sul web è il prodotto di una serie di cambiamenti strutturali nel nostro modo di pensare e di stare al mondo, ma anche la risposta a una società che ci chiede di essere in un determinato modo, di renderci il prima possibile performanti, piuttosto che darci gli strumenti per diventare consapevoli. Il web ci illude di avere accesso a tutto in autonomia, col minimo sforzo e il minimo dispendio economico, ma è una menzogna che dobbiamo imparare a riconoscere e sforzarci di capire che non tutto si può risolvere in autonomia. Capire che conoscere a livello teorico la sintomatologia di alcune nevrosi non significa essere in grado di rimediare da soli a un nostro malessere profondo. E, ancora, che il nozionismo acquisito sul web può essere molto sterile, e acuisce la nostra tendenza a voler controllare e padroneggiare tutto in completa autonomia e con estrema velocità, quando spesso l’unica scelta davvero sana ed efficace sarebbe affidarsi a un professionista che ci dia strumenti reali per stare meglio. Bisognerebbe inoltre accettare che, per ottenere determinati risultati, è necessario investire del tempo e non avere fretta.

Il diritto alla salute mentale in Italia è una questione da risolvere con estrema urgenza; le risorse economiche a disposizione sono irrisorie e incapaci di coprire una domanda che aumenta costantemente. La società frenetica, consumista, iperstimolata e controllante che abbiamo intorno non fa che contribuire a uno stato di malessere psicologico collettivo a cui nessuno deve rassegnarsi. La psicologia online prova a rispondere a un bisogno e a un vuoto collettivi ma lo fa in un modo che può diventare pericoloso, dando l’illusione di potersi curare da casa, in autonomia, e rischiando di precipitarci in un abisso di finzione e simulazione che, alla fine, produce adulti ancora più infantili, disorientati e irrisolti del passato. Dovremmo ripensare una società in cui ciascuno di noi può e deve avere la possibilità – prima di tutto economica – di fare un lavoro di introspezione guidato; per capire prima cosa desidera ed è in grado di fare a partire dal proprio vissuto personale, dagli stimoli che riceve ma che impattano in modo diverso su ciascuno – perché si scontrano con un passato diverso per tutti.

L’inganno dei consigli psicologici online risiede infatti nella generalizzazione del pensiero e delle soluzioni che ne derivano, e nella conseguente negazione dell’unicità del singolo. Ciascuno di noi porta con sé un vissuto unico, che lo spinge a rispondere e reagire in un determinato modo agli input del mondo esterno. Pensare che con consigli validi per tutti, se anche questi arrivano da uno esperto, si possa fare un lavoro efficace sulla propria interiorità, è ingannevole. Certo, forse questi consigli possono aiutare a familiarizzare con una materia delicata come quella della psiche e dei suoi ingranaggi, ma bisogna avere chiaro che sul web non si può né guarire né diventare esperti di psicologia.

Bisogna ripensare una società in cui sia possibile, per ciascuno, avere il tempo e le risorse per lavorare prima su di sé, e solo dopo rendersi performanti per gli altri e per la società, perché così probabilmente non avremmo la necessità di cercare soluzioni illusorie per porre fine al malessere psicologico, ma capiremmo tutti l’importanza di non sottovalutare la complessità della nostra psiche. E in caso di malessere o disagio, piuttosto che “curarci” con nozioni di psicologia vaghe e con presunzione di universalità, o con consigli strategici che ci portano a simulare ciò che non siamo, potremmo intraprendere un percorso serio di scoperta di noi stessi, orientato prima al benessere individuale e, solo tempo dopo, a “funzionare” meglio in società.

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