I portuali che bloccano le armi per Israele ci ricordano che l’indifferenza è vigliaccheria - THE VISION
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Di recente, un carico di 19 pallet – per circa 14 tonnellate – di componenti metallici per collegare le munizioni nei fucili mitragliatori prodotti dall’azienda marsigliese Eurolinks e destinate a Israele è stato bloccato nel porto di Marsiglia. Gli operai dello scalo francese si sono rifiutati di caricarlo sulla nave come atto di dissenso contro la repressione violenta ai danni del popolo palestinese, nonostante il governo francese avesse assicurato che gli armamenti non erano destinati all’esercito di Tel Aviv e nonostante l’azienda che produce i materiali avesse spiegato che erano diretti in Israele solo per alcune lavorazioni e che il prodotto finito era invece destinato altrove; dichiarazioni vaghe e senza dettagli che non hanno convinto il sindacato dei lavoratori portuali Cgt (Confédération générale du travail), che si è messo subito in contatto con i colleghi degli altri porti collocati sulla rotta della nave per avvertirli. Tra questi, i genovesi, che si sono mobilitati organizzando un presidio per impedire l’attracco e affermando la loro posizione contraria a tutte le guerre: “Non vogliamo essere complici del genocidio a Gaza”.

L’impegno dei lavoratori del porto ha una storia che dimostra l’importanza delle azioni dimostrative e delle prese di posizione della società civile che, nel nome della solidarietà, riesce a organizzarsi e sceglie di farlo anche quando non ha davvero la possibilità di cambiare la storia, magari perché la sua è una lotta impari o perché la sua è un’azione piccola, più simbolica che concreta. Infatti Israele ovviamente non ha rinunciato alle azioni su Gaza: anzi, nel frattempo il presidente israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi hanno pensato che fosse una buona idea attaccare anche l’Iran, azione supportata ovviamente dagli Stati Uniti, pur riluttanti; e forse i camalli genovesi non avevano fin dall’inizio l’illusione di ottenere la pace nel mondo, ma comunque dimostrano che prendere posizione è giusto ed è necessario.

Quella dei lavoratori portuali di tutto il mondo azioni analoghe, infatti, sono state intraprese negli anni da Sidney a Barcellona è una storia di lotte di resistenza, perché proprio loro sono tra le categorie professionali che più si trovano a contatto con le trame della storia che spesso passano inosservate agli occhi degli altri cittadini: quelle che costituiscono il complesso e fondamentale comparto della logistica. Questo, non a caso, è nato principalmente al servizio del settore militare: come racconta la rivista Jacobin, sono stati gli Stati Uniti ad aver aperto la strada a una strategia di esternalizzazione del trasporto di materiale bellico, con l’approvazione, nel 1996, del Maritime Security Programme da parte del Congresso con l’obiettivo di assicurare all’esercito il ricorso regolare a navi commerciali sotto controllo del Dipartimento di Difesa per le sue operazioni militari. Il legame tra eserciti e grandi aziende del commercio internazionale è strutturale, tanto che il Pentagono destina appositi sussidi ai colossi della logistica come Maersk Line, Ups, FedEx, e altre. E nei porti italiani, in questi anni, il transito di armamenti sarebbe persino in crescita, in particolare da Genova e Trieste, secondo attivisti e osservatori che denunciano anche la scarsa trasparenza dei dati ufficiali sulle esportazioni di questi materiali.

E proprio perché la catena logistica è necessaria ad alimentare i conflitti rifornendoli di armamenti e altri materiali può anche giocare un ruolo importante per portare aiuti alle vittime dei conflitti. Nel novembre 1973, durante la Guerra del Vietnam scoppiata già nel 1955 tra le forze insurrezionali comuniste e quelle governative supportate dagli Stati Uniti per esempio, la nave Australe salpò da Genova per trasportare aiuti al Vietnam che resisteva contro le truppe americane, intervenute con crescente intensità dagli anni Sessanta; a bordo, i marinai della Cooperativa Garibaldi e rappresentanti dell’Associazione Nazionale dell’Amicizia Italia-Vietnam trasportavano beni di prima necessità, viveri, sangue donato dai cittadini, medicinali e strumenti medici ma anche macchine tessili, attrezzature da fabbrica per la costruzione di scatole e una fornace di mattoni per ricostruire o sostituire gli impianti distrutti dalla guerra, oltre a materiali per costruire scuole e abitazioni prefabbricate; tutto era stato raccolto grazie a una rete di solidarietà tra cittadini italiani e coordinata dai portuali. L’Australe, la cui partenza fu ritardata da presunti problemi burocratici, alla fine partì, diventando un simbolo della solidarietà italiana verso i popoli oppressi, in quel momento storico rappresentati dai vietnamiti in lotta per la propria vita, la propria identità e il proprio territorio. Per agire nel concreto su due fronti, negli stessi anni nel porto di Genova fu anche organizzato un boicottaggio di dieci giorni delle navi americane. 

Da allora, iniziative mosse dalla solidarietà e ispirate ai valori del pacifismo sono periodicamente state organizzate nei porti di Livorno, Napoli, Trieste, Amburgo, Le Havre. E ovviamente Genova, che, essendo il porto più grande d’Italia per estensione e per traffico merci ricopre un ruolo fondamentale, con un gran numero di lavoratori impegnati politicamente; l’Usb (Unione Sindacale di Base) è tra i sindacati più attivi nello scalo ligure: i suoi aderenti nel 2019 sono riusciti a evitare che una nave dell’azienda saudita Bahri caricasse nel porto di Genova le armi destinate alla guerra in Yemen; negli anni hanno regolarmente organizzato blocchi, scioperi, presidi e azioni per contrastare i traffici di armi e per farlo si sono organizzati facendo circolare via chat un breve manuale, scritto insieme all’osservatorio Weapon Watch, su come identificare i container contenenti armi o componenti militari, grazie agli adesivi e ai simboli che le norme internazionali obbligano a esporre per rendersi riconoscibili.

Nel 2021, per esempio, il Collettivo autonomo dei lavoratori portuali di Genova, assieme a quelli di Napoli e Livorno, ha cercato di bloccare una nave israeliana che stava trasportando missili italiani a Tel Aviv: non ci è riuscito, ma ha avviato così una serie di operazioni in solidarietà con il popolo palestinese, per culminare, nel novembre 2023, con il blocco del varco di San Benigno, uno dei principali accessi al porto di Genova, in segno di protesta contro l’accordo che metteva a disposizione di Tel Aviv le infrastrutture logistiche del porto per il trasporto delle armi destinate a Gaza. Ovviamente, ci sono conseguenze per quelle azioni, che nei fatti ostacolano i commerci internazionali: già a marzo 2021 cinque attivisti del Calp erano stati perquisiti e indagati dalla procura di Genova per associazione a delinquere, resistenza a pubblico ufficiale, lancio di oggetti “pericolosi” (si trattava di fumogeni) e attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, quando in realtà sono proprio i portuali a lamentare il fatto che nello scalo non venga quasi mai calcolato il rischio di incidente eccezionale relativo alle merci pericolose – e loro l’esplosione avvenuta a Beirut nel 2020 se la ricordano bene.

Ma boicottaggi, sit-in di protesta e presidi sono anche espressioni di dissenso sacrosante parti integranti della democrazia stessa, nonostante il governo cerchi di silenziarle – che con strumenti pacifici cercano di applicare il testo istituzionale per eccellenza: quello della Costituzione, il cui articolo 11 afferma: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”; enunciato poi tradotto in termini pratici dalla legge n° 185 del 1990, che esplicitamente vieta l’invio di armi verso i Paesi in stato di conflitto armato. Ma la nostra è un’epoca che ha dimenticato l’impegno politico e che sempre di più considera ogni manifestazione di dissenso come un segno di pericolosa sedizione anche se fatta per difendere la Costituzione , scoprendosi, davanti a alle zuppe tirate sui dipinti, indignatissima, borghese custode dell’ordine costituito.

Dobbiamo riappropriarci degli strumenti democratici del dissenso e prendere posizione in una società dominata dallo spirito democristiano, in cui i politici si arrampicano sugli specchi per non scontentare nessuno, a parole amano la Costituzione ma sanno benissimo che da produzione e commercio di armi l’Italia ci guadagna – basti pensare che tra il 2013 e il 2022 le aziende italiane hanno venduto a Israele armi per quasi 120 milioni di euro – come anche la Francia e la Spagna, e tanti altri; in una società che tratta i manifestanti da criminali, abituandoci un po’ alla volta al silenzio e all’indifferenza, che Dante collocava all’Inferno nel girone degli ignavi. Ma l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita, come diceva qualcuno, che aveva il coraggio di dire “odio gli indifferenti”. Perché ci sono azioni che non cambiano il corso delle cose, ma che servono a prendere una posizione; che poi se tanti prendono posizione, finisce che magari qualcosa cambia davvero. Ci sono cose che non cambiano il mondo, ma che vale lo stesso la pena fare: non per vincere, non per avere successo, ma semplicemente perché è giusto; perché – per citare lo scrittore Jonathan Safran Foerse niente importa, non c’è niente da salvare.

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