Non basta distruggere Wall Street. Bisogna ripensare completamente il sistema finanziario. - THE VISION

Quello che è accaduto negli ultimi giorni in Borsa è qualcosa di completamente inedito, che ha i contorni di una storia e come tale può essere usata come chiave di lettura della realtà. I media generalisti hanno subito cavalcato l’onda parlando di super cattivi – i fondi speculativi e le grandi banche – e di piccoli eroi, i traders millennial. Ma la verità come al solito sta nel mezzo, e non è una sola.

La finanza è un ambito che da molti viene ignorato e sottovalutato, in primis perché la maggior parte delle persone – in particolare chi fa parte delle, più o meno, giovani generazioni – non dispone di capitali da investire ed è costretta a far convergere le proprie energie su attività che in qualche modo si possano monetizzare in fretta per pagare bollette e affitto, o quanto meno far colpo su qualcuno durante una conversazione. Dato che i millennial fanno già molta fatica a ottenere un lavoro sicuro e un mutuo, è comprensibile che non passino il poco tempo libero che rimane loro studiando economia e abbonandosi al Sole 24 ORE. Non a caso tra promoter finanziari si dice che quando le casalinghe cominciano a telefonare perché vogliono investire è il momento di vendere tutto perché il mercato è prossimo al collasso. Già questo, sessismo e classismo compreso, chiarisce i contorni del mondo di cui stiamo parlando. Ovviamente la casalinga è uno stereotipo, se preferite possiamo usare anche il bracciante lucano. Ad ogni modo, per la prima volta si è avuto l’assaggio di cosa succede se “le casalinghe”, gli studenti, i giovani, e tutti coloro che Marx avrebbe definito proletari si organizzano e investono, scavalcando gli stessi promoter.

Le prime piattaforme di trading online hanno iniziato a diffondersi a cavallo tra gli anni Novanta e gli Zero e hanno assunto varie forme, finché recentemente sono nate realtà che permettono di investire somme di denaro molto piccole (anche poche decine di dollari) e prive di commissioni, il tutto affiancato dalla possibilità di scambiarsi informazioni, pareri e sfoghi grazie a forum, chat e gruppi paralleli sui social, che permettono di tastare il sentimento collettivo (perché la finanza si basa sulle emozioni più di qualsiasi cosa al mondo) e di coordinarsi. Queste piattaforme permettono di investire a un folto sostrato di micro-traders che fino a poco tempo fa non sarebbero mai potuti entrare nei mercati finanziari, andando a creare una platea infinitamente più vasta di quella contemplata un tempo. Una di queste è proprio Robinhood, protagonista della vicenda che ha preso avvio con il caso di GameStop. Un altro paradosso che rende questa storia ancora più appassionante è che come ogni servizio apparentemente gratuito, almeno in termini di denaro, anche queste piattaforme sono gratis perché vendono i dati sui flussi di investimento. Ai fondi. Appare ancora più assurdo che questi ultimi non siano riusciti in tempo ad accorgersi del fenomeno, che per primi sfruttavano.

È bello disquisire di massimi sistemi teorici e di ideali, ma nel concreto, i privati cittadini, senza grandi risorse economiche, non hanno alcuno strumento per mettere in discussione il mercato su cui si fondano gli equilibri economici dell’intero pianeta. È inutile raccontarsela. La finanza fino a ieri l’altro era un cosmo esclusivo e inscalfibile, che in pochi avevano gli strumenti per comprendere e decodificare. Poi i “social” sono arrivati anche lì, in un modo simile a quello che per alcuni aiutò a organizzare la primavera araba prima e diverse cellule terroriste poi, e il lockdown ha poi fatto sì che nel giro di pochissimo tempo il fenomeno accelerasse ed esplodesse. Persone appartenenti a classi sociali una volta completamente interdette alla finanza, costrette a casa e senza prospettive per il futuro, hanno iniziato a informarsi, a coordinarsi e a investire, spesso proprio gli stessi sussidi statali che ricevevano. Alcuni studenti, negli Stati Uniti, sono riusciti grazie alle borse di studio universitarie a ripagarsi l’intero percorso scolastico, altri a pagare i mutui contratti per le spese sanitarie o per la propria casa. È rischioso? Lo è. Eppure, se è vero che la finanza può essere una sorta di lotteria, è anche vero che entro una certa soglia statisticamente premia l’ingegno, la preparazione, la capacità di leggere il presente e di prevedere il futuro. Non a caso uno degli slogan preferiti del sogno americano, e dal liberismo su cui si fonda la finanza, è proprio “Se puoi sognarlo puoi farlo”. L’unico futuro a cui appellarsi per dare un senso al presente per molti, nello scenario causato dalla pandemia, è stato proprio la finanza, che per costituzione è previsione. Quando il covid ha congelato il nostro presente, moltissimi si sono rifugiati nel mondo dei videogame e in quello della finanza, che per certi aspetti possono essere simili. E non è esagerato dire che per molti di questi day trader la borsa sia una sorta di videogioco.

Tutto ciò ha rappresentato a un certo livello una sorta di democratizzazione finanziaria, che, parliamoci chiaro, ha sempre come fine il profitto. D’altronde finché il sistema globale si fonderà sulla proprietà privata e non torneranno i kolchoz questo è inevitabile, e a mio avviso, forse, preferibile. Sicuramente la finanza, in particolare quella degli hedge fund, dello shortselling, delle opzioni, e dei meccanismi che sono venuti alla luce negli ultimi giorni ha aspetti che sconfinano nel gioco d’azzardo. Ma questo fenomeno per certi aspetti “predatorio” e pesantemente criticato dalle istituzioni, a ben vedere non fa altro che sfruttare i bug del sistema stesso, normalizzati e ampiamente accettati da tutti coloro che detengono il potere. Finché i grandi fondi si servivano di questo meccanismo assurdo, però, veniva silenziosamente accettato, ora che lo fanno i privati cittadini, peraltro appartenenti nella maggior parte dei casi a classi medio-basse, il mondo trema. Nella migliore delle ipotesi, infatti, perché sono imprevedibili e si coordinano autonomamente, nella peggiore perché in quanto massa si potranno facilmente riproporre tutte le peggiori dinamiche populiste di influenza e controllo più o meno celate. È qui che la situazione acquista sfumature inquietanti, che ci fanno pensare ai vecchi memoir giornalistici risalenti all’epoca della guerra fredda – che a ben vedere non è mai finita, semplicemente ha acquistato altre forme, più sottili, mescolandosi e nascondendosi anch’essa dietro al sipario neoliberista. Almeno da un punto di vista economico, però, a differenza della crisi dei mutui, i day traders sono consapevoli di ciò che stanno facendo e di ciò che rischiano, e dunque non è una truffa.

Chiaramente Robin Hood, quello con l’arco e le frecce, non rappresentava una soluzione strutturale alle ingiustizie sociali, la soluzione sarebbe stata il superamento del sistema feudale, siamo tutti d’accordo. Eppure questo personaggio incarna una forte forza sovversiva. Non è giusto rubare, ma i ricchi rubano costantemente ai più deboli, e questo viene accettato. Allora a parità di ingiustizia perché i poveri non possono sfruttare lo stesso sistema per rivalersi sui ricchi? Ciò che ci appassiona delle rivoluzioni è proprio il rischio, il sogno dell’impossibile e l’unirsi per trasformarlo in realtà, poi tutti sappiamo che i rivoluzionari appena ne hanno l’occasione finiscono giocoforza per sostituirsi al potere che hanno ribaltato. Questo è un altro discorso.

 

La giustizia sociale non è il fine della finanza. È come pretendere di poter filosofare sui social. Eppure si può puntare su una sorta di ridistribuzione della ricchezza, questo sì. Tanto per iniziare bisognerebbe pretendere una regolamentazione, da qui poi si potrebbe pensare di rivedere la finanza in un’ottica più inclusiva. La cosa più vicina alla democrazia per la finanza, al momento, sono proprio queste piattaforme, che rendono più ampio il bacino di investitori. Questa è una nuova frontiera di ribilanciamento del potere e sicuramente ha dei rischi. La finanza per come la conoscevamo è stata strutturata a favore dell’oligarchia finanziaria, a sua immagine e somiglianza. L’ingresso di questa forza sovversiva allora inevitabilmente fa paura, perché è nuova e incontrollabile. Speriamo che questa bruciatura serva a far capire alle istituzioni finanziarie che è sempre più urgente una regolamentazione, non solo per una questione etica, ma per ragionare all’interno del loro stesso sistema di coordinate per non rimetterci.

Fa sorridere che i media in questi giorni abbiano venduto la cosa, con carpiati retorici non indifferenti, come se il problema della finanza fossero i day traders, e come se questi rappresentassero un pericolo per “centinaia di migliaia di onesti operatori finanziari che gestiscono i risparmi delle famiglie, i soldi messi da parte per la scuola dei nostri figli, le nostre pensioni”. In realtà chi “presta” le proprie azioni riceve un interesse e soprattutto non perde le proprie azioni. Proprio per questo la volatilità di GameStop è schizzata. La bolla dei titoli di GameStop non è stata tanto provocata dal massiccio numero di acquisti, quella è stata la molla. I massicci acquisti dei traders hanno cominciato a far salire il prezzo delle azioni, e i fondi che avevano “shortato” (venduto allo scoperto), essendo molto esposti e vedendo aumentare rapidamente le loro perdite, sono stati costretti a ricoprirsi andando a comprare le stesse azioni e alimentando ulteriormente la salita vertiginosa del prezzo. Uno dei problemi alla base di questo meccanismo, chiamato short squeeze”, è la possibilità di poter shortare una percentuale maggiore del flottante dell’azione. Per fare un esempio: nel caso di GameStop, su 100 azioni sul mercato, circa 140 erano vendute allo scoperto. Dare una connotazione morale al fenomeno, però, è fuorviante. Molti investitori infatti non avevano tanto il desiderio nerd di salvare GameStop, quanto di farla pagare agli hedge fund.

Ad ogni modo, se è vero che il capitalismo ha danneggiato profondamente il Pianeta e plasmato la nostra psiche e il nostro desiderare, è anche vero che è grazie a esso se l’economia mondiale (ma non solo), dopo la crisi portata dal Covid, con l’economia reale di fatto bloccata è rimasta in piedi. La volatilità, infatti, se si esclude la contingenza dell’ultima settimana, è elevatissima fin dall’inizio della pandemia, come del resto durante ogni periodo di crisi. Le istituzioni hanno fatto enormi iniezioni di liquidità e al momento, invece di preoccuparci di GameStop, AMC, o American Airlines, dovremmo essere ben più in allarme per la situazione dell’intero mercato finanziario, che sostanzialmente si sta reggendo da mesi su una bolla enorme, che non ha niente a che vedere coi day traders. Se il sistema non vuole collassare, e noi con lui, è necessario ricreare valore, mettendo in discussione quello precedente, ormai destinato al collasso. A fronte di tutto questo quelle che appaiono come le uniche strade che ancora si possono battere, oltre all’analitica e alle comunicazioni, sono quelle che tanti attivisti si auspicano: la ricerca scientifica, medica, farmacologica, biotecnologica, le nuove tecnologie e tutta la green economy.

Evidentemente, con buona pace della stampa italiana, non saranno le mercerie di quartiere e le edicole a fare da colonne portati al sistema, per quanto reali. Puntare il dito contro i day traders e ignorare volontariamente gli enormi problemi che da decenni abitano il mondo finanziario, come hanno fatto in molti, sia nel giornalismo che in politica, è ipocrita e fuorviante. Forse come ultimo subdolo tentativo per dissuaderci dalla tentazione di scendere in campo, si cerca ancora una volta di spostare retoricamente l’attenzione verso la guerra tra poveri, invece di far emergere i problemi gravi e strutturali del sistema. Per mantenere il parallelo tanto amato dai giornali: le imprese di Robin Hood mirano a resistere e ad alimentare la speranza nell’attesa di Re Riccardo, non a prendere il posto di Re Giovanni. Si vedrà quindi se abbiamo a che fare con dei sognatori rivoluzionari o degli impostori.

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