Filosofare non significa postare aforismi sui social, ma porsi domande e argomentare tesi - THE VISION

Da qualche tempo sono apparse sui social e in particolare su Instagram diverse pagine di divulgazione filosofica che hanno l’intento di aprire contenuti e riflessioni a un pubblico più vasto. Io stesso, dopo essermi laureato nel 2018, ho aperto una di queste pagine. In effetti, però, il sapere filosofico, per influenzare le nostre azioni di tutti i giorni e diventare parte della nostra vita quotidiana, richiede tempi di analisi e riflessione che sembrano conciliarsi poco con le dinamiche e la velocità dei social. La forma stessa dei social sembra poco idonea a ciò che serve alla filosofia: spazio e tempo per ospitare discussioni che necessitano di essere argomentate in maniera esaustiva, a volte confutate, e che richiedono una capacità di comprensione analitica del pensiero altrui, oltre che riferimenti bibliografici che fanno fatica a trovare una collocazione efficace. Dato che il compito della filosofia è quello di porsi domande – e questo richiede un certo modo di usare la ragione e gli strumenti a sua disposizione – sembra difficile che piattaforme pensate per la rapidità, lo scrolling, il one minute reading possano davvero prestarsi a ospitarla come ci ha spiegato, ad esempio, il recente documentario The Social Dilemma. Al momento sembra che la filosofia non sia pronta a mostrarsi in questo modo senza perdere efficacia, e ciò lo si comprende proprio da quanto e da come si può filosofare sui social. La domanda che allora mi pongo è che senso abbia continuare a fare divulgazione sui social, se le basi di partenza sono già così poco promettenti.

Per quanto si provi a divulgarla risulta infatti molto complicato – se non impossibile – trovare un modo per poter fare filosofia sui social, volendo rispettare ciò che si intende con questo verbo. In una dissertazione del 1956, infatti, Martin Heidegger spiega che quando parliamo di filosofia di solito facciamo discorsi sulla filosofia e questo significa, in un certo senso, rimanere sulla superficie della questione. Ben prima di Heidegger, circa duemilacinquecento anni fa, anche Aristotele s’interrogava su che cosa significasse filosofare e la sua conclusione, a grandi linee, era che si fa filosofia perfino quando si nega la filosofia stessa, perché comunque si discute filosoficamente dell’oggetto del dibattito e dunque si sta in ogni caso filosofando. Ma per quanto sia ovviamente possibile parlare di filosofia, sui social questo sarà un discorso o di tipo editoriale (quando ad esempio abbiamo a che fare con bookblogger che parlano di testi filosofici e simili); o di coaching, portato avanti da quelli che sembrano essere “guru della filosofia” che, fra le altre cose, scrivono slogan e frasi a effetto, spesso motivazionali; o ironico, cioè i meme a tema filosofico, come ad esempio le pagine, Filosofia Coatta, Filosofista, Young Agamben o The Philosopher’s Shirt.

In tutti e tre i casi si tratta di un discorso sulla filosofia, che ha ben poco a vedere con il filosofare. Nel primo caso, infatti, la dinamica è legata sostanzialmente a un sistema connesso più che altro al marketing: pubblicare l’immagine di un libro sintetizzandone i contenuti per vendere il libro in sé, per far conoscere un certo autore e quindi contribuire a generare interesse intorno alla sua produzione, o creare traffico per l’influencer che verrà poi monetizzato. Naturalmente, parlando di contenuti filosofici, ci si avvicina in parte all’obiettivo, ovvero quello del filosofare: descrivere di che cosa tratta un determinato contenuto mettendolo in mostra, finisce per ridursi a un’attività sterile, come se ci si trovasse di fronte a una vetrina  priva di un ingresso che ci permette di accedere a ciò che espone. Ciò non toglie che ci siano contenuti di questo genere estremamente ben fatti, come ad esempi Filosofica_mente, Filosofemme e la_filosofia_tiene_svegli: pagine in grado di conciliare la complessità filosofica alle esigenze di un pubblico più o meno esperto che su Instagram cerca esperienze anche molto diverse fra loro. In molti casi questa può essere vista come un’introduzione alla filosofia, sicuramente necessaria al filosofare, così come ci ha spiegato Heidegger, ma non sufficiente.

Nel secondo caso, quello dei “guru” e dell’utilizzo delle citazioni filosofiche come frasi motivazionali, il presupposto di base è considerare la filosofia in quanto “filosofia di vita” e che ognuno più o meno consapevolmente ne possieda già una che può usare. Certamente non mancano i grandi del pensiero che hanno sostenuto questa prospettiva, a scapito di chi pensa che la filosofia sia solo ed esclusivamente una materia accademica. La radice antica di questa visione si può trovare, fra gli altri, nello stoicismo, la famosa corrente del periodo greco classico, la quale concepiva la filosofia come un vero e proprio modo di vivere secondo un preciso atteggiamento morale. Antonio Gramsci scriveva che “[…] la maggior parte degli uomini sono filosofi in quanto operano praticamente e nel loro operare è contenuta implicitamente una concezione del mondo, una filosofia”. In questo caso, il termine va inteso come praxis, ossia come un agire nel mondo sulla base di un certo modo di pensare. A questo proposito, il filosofo della scienza Karl Popper sostiene che ognuno abbia una sua filosofia, più o meno consapevolmente, e che la differenza tra un filosofo e qualunque altra persona consista nell’esplicitazione della propria filosofia, che altro non è che una filosofia di vita. E negli anni Ottanta, partendo dai presupposti dello stoicismo e dalla maieutica socratica, il filosofo tedesco Gerd Achenbach ha introdotto una nuova disciplina filosofica, la consulenza filosofica, che si basa proprio sulla condizione che ogni persona possieda una propria concezione del mondo e, dunque, una propria filosofia.

Sebbene si possano trovare, come si è visto, fondamenta piuttosto valide su una tale concezione, questo pensiero è però difficilmente riconducibile alle pagine filosofiche che esondano nel citazionismo, quasi si trattasse di un maldestro mental coaching motivazionale la cui ossessione è, molto spesso, la ricerca di un pensiero positivo, il tanto ricercato “ce la faremo” di questi tempi di crisi, che richiama un certo “eroismo da pigiama”. Queste pagine di divulgazione filosofica, insieme ad altre non classificabili all’interno di questo elenco (che non ha la pretesa di essere esaustivo), creano esattamente questo effetto: un’intrinseca soddisfazione che confonde l’essere con il fare. Io mi sento virtuoso perché leggo di una virtù, o penso di aver soddisfatto la mia conoscenza su un dato argomento accontentandomi dell’aforisma e di quel sentimento che mi fa stare bene. In realtà è nel fare che si sostanzia ciò che si è. Ciò accade perché pagine del genere giocano su uno scambio fra il concetto di “filosofia popolare” e “populismo filosofico”, come anticipò già nel 2012 il filosofo modenese Pier Aldo Rovatti, seppur per altri contesti di comunicazione.

Inoltre si pone il problema di non far confondere il fine con i mezzi, su cui è bene tracciare una linea di demarcazione, per quanto imprecisa possa essere. Per fare un buon lavoro di divulgazione filosofica, per prima cosa, è necessario capire se i contenuti che si vogliono proporre agli utenti possano definirsi “filosofici” e in che misura, ma soprattutto essere coscienti di quanto la diluizione e il mezzo con cui vengono divulgati non rischi di far passare per filosofia ciò che filosofia non è neanche lontanamente. Il passaggio fra filosofia popolare e populismo filosofico si gioca esattamente su questo punto.

L’obiettivo del filosofare appare totalmente mancato, dato che, per quanto funzionale alle dinamiche degli scopi interni ai social, non è nemmeno una vetrina del filosofare (come nel primo caso), ma una specie di parodia usa e getta della filosofia che si esaurisce in se stessa e che non tiene conto della necessità di disarticolare un pensiero affinché sedimenti e cambi realmente il nostro modo di agire. Basti pensare al rischio del “principio di auctoritas” o ipse dixit, ovvero il pensare che un argomento sia valido solo perché chi lo ha detto è laureato (che di certo aiuta nell’essere competenti in un dato argomento, ma non sempre è sufficiente) o ha una certo un certo numero di follower.

La terza modalità di espressione filosofica sui social sono i meme, che rispecchiano forse al meglio la necessità di svago degli utenti – quando ben fatti – e che sono in grado di farci riflettere in maniera più attiva dei contenuti frontali, grazie all’espediente ironico. Tuttavia la loro stessa forma è un limite al filosofare. Lo scopo primario dei meme è far ridere e non il far filosofare, che certo potrebbe avvenire come effetto indiretto della persona che vuole approfondire un dato argomento. Ma un conto è utilizzare l’ironia come espediente filosofico, un altro utilizzare la filosofia come espediente ironico, e il più delle volte i meme rientrano in questo secondo caso.

Qualunque sia la modalità con cui si vorrebbe filosofare, il punto è che – con molte probabilità – sui social media non lo si possa fare in senso proprio. E va bene così: piattaforme come Instagram o Facebook non sono strumentalmente adatte per questo tipo di attività. Dare loro in pasto la filosofia come contenuto significa, almeno in parte, sacrificarla, svuotarla di quel linguaggio e di quegli strumenti di ragionamento che le sono propri e di quella necessità di vivere il pensiero attivamente, per renderla esattamente come ogni materiale deve essere sui social per ottenere buoni risultati. La filosofia entra così come tutto il resto nella giostra dell’infotainment e viene sfruttata e strumentalizzata per ottenere seguito. I social funzionano così, e non è mia intenzione dare qui un giudizio morale a riguardo, è importante però saper discernere, per non farsi fregare e per non perdere tempo.

Il filosofo e sociologo Marshall McLuhan aveva già espresso nel 1967 questo concetto attraverso quattro semplici parole ormai diventate un vero e proprio slogan: “Medium is the message”. Il medium è il messaggio stesso, ovvero: quello che diciamo assume significato in base al mezzo attraverso il quale decidiamo di esprimerlo. E dunque, se siamo su Instagram, significa che faremo tanti bei discorsi sulla filosofia e magari ci eserciteremo anche a stare sulla superficie, cosa che serve tanto quanto esplorare il profondo, ma niente di più. Per raggiungere il sostrato in cui la ricerca filosofica affonda le sue radici e si nutre è necessario essere consapevoli che servono altri mezzi, che i social non sono in grado di darci per via della loro stessa conformazione.

Instagram e Facebook rimarranno delle piattaforme il cui scopo è prettamente commerciale (raccolta dati degli utenti), per cui non sono certo il luogo ideale all’interno del quale filosofare, in quanto, come visto sopra, la pratica di tale disciplina richiede obiettivi, luoghi e forme differenti rispetto a quanto i social ci offrono. Con questa consapevolezza, tuttavia, si potrebbe mostrare la filosofia (almeno in parte) a chi non la conosce o non se ne occupa in modo specialistico, senza avere la pretesa di filosofare. Incuriosendo comunque le persone e magari spingendole ad avvicinarvisi. Forse, così, questa disciplina potrebbe finalmente farsi strada e presentarsi attraverso forme più comprensibili per chi se ne vuole interessare e diventare magari quell’utile strumento che potenzialmente potrebbe essere per tutti. Al momento non posso avere la certezza che la mia sia una buona divulgazione, ma l’unico modo che ho per puntare a un lavoro che sia intellettualmente onesto è proprio quello di metterlo continuamente in crisi ponendomi domande, confutandolo, scovandone i punti deboli. In una parola: filosofando.

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