Usare il femminismo per difendersi dagli attacchi politici è un torto a tutte le donne

L’Italia, si sa, ha un problema con le donne. E ha un problema con le donne al potere. Basta leggere i commenti su Facebook alle principali testate giornalistiche o sulle pagine delle politiche per rendersene conto: gli insulti sessisti, dai più sboccati ai più velati, sono una costante. Nella nostra storia politica ci sono stati esempi di gravi campagne d’odio misogino, anche organizzate, una su tutti quella nei confronti di Laura Boldrini, che ha attirato anche l’attenzione della Bbc. Sempre più spesso, però, accade che l’argomento del sessismo venga usato come pretesto per difendersi dalle critiche, normali in un’ottica pluralista, che possono essere rivolte a chiunque faccia politica.

L’ultima, in ordine di tempo, è stata Maria Elena Boschi, che ha postato su Instagram una foto (poi rimossa) che la ritraeva in barca a Ischia insieme a colleghi di Italia Viva e del Pd, oggetto di pesanti critiche. Qualcuno si è scagliato contro l’opportunità di postare una foto del genere in un momento di crisi come quello che sta affrontando l’Italia, mentre altri hanno fatto notare l’assembramento in corso, dato che i presenti erano tutti senza mascherina. Critiche legittime. Anche in questo caso non sono però mancati giudizi sull’aspetto della ministra o sull’“oltraggio” di vedere una donna al servizio dello Stato in costume da bagno – osservazioni peraltro non dissimili da quelle che si fanno nei confronti di Salvini a torso nudo al Papeete. Ma a distanza di pochi giorni, in un’intervista al Corriere della Sera, Boschi si difende rivendicando “il diritto di essere giudicata per ciò che fa in Parlamento, non per il colore del [suo] costume a Ischia”. È innegabile che in passato Boschi sia stata oggetto di gravi attacchi sessisti, come la famosa vignetta de Il Fatto Quotidiano sul “cosciometro”. E non si tratta nemmeno di criticarla, come ha fatto Libero, sul suo “tirare in ballo la solita solfa femminista” ogni qualvolta viene attaccata. 

Maria Elena Boschi

Il problema è che il femminismo non è un’arma da sfoderare solo quando fa comodo. Pensare che il problema di quella foto fosse il costume e non il contesto in cui è stata scattata e deliberatamente postata sui social è un perfetto esempio di argomento fantoccio. Si tratta di una tecnica retorica sempre più diffusa nel contesto politico italiano. Anche la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, che è pure stata recentemente presa di mira con commenti denigratori da Dagospia per una foto in costume, ha sintetizzato le numerose critiche nei confronti della sua cattiva gestione della scuola durante la pandemia con un “è perché sono donna e giovane”. Anche in questo caso, se è vero che gli insulti sessisti alla ministra non sono mancati, l’argomento del genere è un modo per mettersi facilmente al riparo dalle proprie responsabilità di fronte a quella che è, sotto tutti gli aspetti, una gestione fallimentare della crisi. E ancora Virginia Raggi nel 2018 sosteneva che le polemiche su un presunto abuso d’ufficio per il progetto di rinnovo dello stadio della Roma (indagine ora archiviata) fossero motivate dal suo essere donna. Oppure, quando Beppe Sala criticò Lucia Borgonzoni per essersi presentata in Parlamento con una t-shirt con scritto “Parlateci di Bibbiano”, Il Messaggero accusò Sala di discriminazione per essersi concentrato sul modo in cui l’ex candidata alla Regionali in Emilia-Romagna era vestita. Poco importa se in quei giorni si stava consumando un’assurda battaglia propagandistica sui “bambini di Bibbiano” da parte della Lega. 

Le allusioni, i commenti denigratori e gli sfottò che vanno a parare sul genere o sull’aspetto fisico delle persone sono sempre da stigmatizzare. È però intellettualmente disonesto strumentalizzare tali comportamenti per evitare di confrontarsi con le critiche, motivate, di carattere politico e comunque attinenti a condotte e a fatti rilevanti per la pubblica opinione. Un valido esempio ce lo offre la polemica che ha generato il recente intervento del tenore Andrea Bocelli in occasione dell’evento Covid-19 tra informazione, scienza e diritto. Infatti, se è doveroso condannare coloro che in questi giorni hanno deriso Bocelli per la sua cecità, è errato credere che gli attacchi da lui subiti sminuiscano o giustifichino la gravità delle sue affermazioni sul Covid-19: sono due piani completamente diversi, ed è giusto tenerli separati sia da parte di chi muove le critiche sia da parte di chi le riceve.

Lucia Borgonzoni

Tornando all’esposizione mediatica delle donne con ruoli pubblici: da anni, negli ambienti femministi, si parla di “femminilizzazione della politica”, cioè della costruzione di un’alternativa al modello machista di governare che è ancora basato sulla forza, sull’onore e sulla competizione. Fare una politica femminista, o femminilizzata, significa fare politica per le donne e con un’ottica particolarmente sensibile alle tematiche che le riguardano in prima persona. Non significa usare il genere in maniera strumentale. Non “in quanto donna faccio una politica inclusiva, progressista, se possibile femminista” ma “in quanto donna vengo criticata a causa del mio genere”: fare parte di un gruppo sociale marginalizzato è sicuramente una caratteristica che contribuisce alla costruzione di un’identità, ma è sbagliato sfruttare questa identità come se ci ponesse automaticamente dalla parte “dei giusti”. Ancor più quando si chiamano in ballo movimenti o filosofie politiche che su quel modo di essere hanno costruito un percorso di rivendicazione e lotta.

Italia Viva, di cui fa parte Maria Elena Boschi, alla sua fondazione si vantava di essere il “primo partito femminista” del Paese, ma  proprio in questi giorni sta facendo ostruzionismo alla legge Zan sull’omofobia (che è un legge della maggioranza), che tra le altre cose potrebbe colpire le discriminazioni basate sull’identità di genere, quindi anche le discriminazioni sessiste. E come non citare Virginia Raggi, che si è detta “grata alle femministe”, ma la cui città rischia di perdere due delle sue più importanti realtà autorganizzate contro la violenza di genere, Lucha y Siesta e la Casa internazionale delle donne. Proprio per quanto riguarda quest’ultima, lo scorso febbraio Raggi aveva annunciato su Twitter di aver “salvato la Casa” perché “le donne unite fanno la differenza”, grazie a un emendamento al Decreto Milleproroghe proposto però da Pd e Italia Viva. L’emendamento è stato poi eliminato dalla Commissione Affari costituzionali e bilancio, presieduta dal Movimento 5 Stelle, il partito di Raggi. La questione è quindi semplice: nessuna donna è obbligata a fare una politica femminista se non lo ritiene in linea con i propri principi o valori ma, proprio per questo, l’argomento del genere dovrebbe essere lasciato da parte quando non ha ragione di essere tirato in ballo. Anche perché così si rischia di sminuire tutti quei casi in cui gli attacchi sessisti vengono ricevuti davvero e hanno conseguenze anche molto gravi, cosa che, come ci insegna la nostra storia recente, si tratta di una realtà frequente. 

Virginia Raggi

La visibilità delle donne negli ambienti pubblici è ancora oggi una questione irrisolta ed è senza dubbio legata al fatto che la loro legittimazione politica è messa ancor più in discussione rispetto a quella degli uomini, che da sempre ricoprono ruoli di rappresentanza nelle istituzioni. Basti pensare a cosa è successo pochi giorni fa ad Alexandria Ocasio Cortez, chiamata “fucking bitch” da un collega deputato. Ogni occasione è buona per appellare una ministra o una deputata con epiteti sessisti o per denigrare il suo aspetto fisico, ma essere state vittime di questi attacchi da condannare non è un lasciapassare per tirare fuori la carta del sessismo a ogni occasione, specialmente se in riferimento a critiche su determinate azioni politiche. Questo è un atteggiamento controproducente non solo per la propria credibilità, ma anche per il femminismo, come dimostra il titolo di Libero su “la solita solfa”. Anche perché il femminismo è sì uno strumento, ma non di vantaggio individuale, bensì di lotta collettiva, ed è per questo che rifugge ogni tentativo di strumentalizzazione che non porti a un cambiamento per l’intera collettività.

Nel panorama internazionale ci sono vari esempi di donne che hanno fatto del genere non uno scudo contro gli avversari, ma un punto di partenza per ripensare la politica, come la sindaca di Barcellona Ada Colau, o la prima ministra neozelandese Jacinda Ardern. Essere ridotte al proprio sesso o, ancora peggio, al proprio corpo è una forma di disumanizzazione con cui tutte le donne che ricoprono un ruolo pubblico devono fare i conti. Ma se le prime a farlo sono le donne stesse – e non intendo postando selfie in bikini – diventa un problema di strategia politica, e non più di sessismo.

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