Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia e dagli sciacalli

Michele C., nel vasto oceano di Facebook, è solo un nome scritto in blu accanto a una foto profilo. Si suppone sia anche un essere umano, che probabilmente la sera del 27 maggio sta cenando davanti al televisore e così apprende della scelta di Mattarella. Il Presidente della Repubblica ha messo il veto su Savona, il governo Conte è morto ancor prima di nascere. Michele C. non ci sta, prende il cellulare, apre l’app di Facebook e posta il suo commento contro Mattarella. “Dovremmo fargli fare la fine del pezzo di merda del fratello,” scrive. A quello di Michele C. si aggiungono altri commenti dello stesso tenore. Chissà se conoscono davvero la storia di Piersanti Mattarella.

Cinisi, 1978. Peppino Impastato è stato da poco assassinato da Cosa nostra, quando arriva nel suo paese, per un comizio, il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. I sostenitori di Impastato temono di assistere al classico discorso del politicante di turno, arrivato per la solita comparsata istituzionale. Non credono più nella politica e nei rappresentanti di uno Stato che non li protegge dai tentacoli della mafia. Mattarella sale sul palco e prende la parola: la sua invettiva contro Cosa nostra è così feroce da sorprendere tutti. Rappresenta l’inizio di una nuova fase per la politica siciliana, e il primo passo che porterà al suo assassinio da parte della mafia.

Piersanti e Sergio respirano sin dall’infanzia un fervore politico che proviene dalle esperienze del padre, Bernardo, più volte ministro democristiano negli anni Cinquanta e Sessanta. Mentre Sergio, pur mantenendo intatta la passione, resta ai margini della politica per dedicarsi a un percorso accademico che lo porterà a diventare professore di Diritto Parlamentare e Diritto Costituzionale, Piersanti segue le orme del padre. Le sue influenze e i suoi ideali si rispecchiano nelle figure di Moro e La Pira e la sua scalata delle gerarchie politiche parte dal basso: iscrizione alla Dc, nomina a consigliere comunale a Palermo, poi a consigliere regionale; nomina ad assessore regionale e infine, il 9 febbraio 1978, l’elezione a presidente della Regione Sicilia.

Il suo progetto politico, prima ancora che diventi presidente, appare così concreto e innovativo da ottenere in consiglio regionale i voti del Pci per un piano di interventi in Sicilia tra il 1975 e il 1980. In quegli anni la Dc locale è una polveriera, soprattutto a causa della controversa figura di Vito Ciancimino: il politico corleonese aveva scalato i vertici del partito fino a diventare sindaco di Palermo, nel 1970. Avevano però cominciato a circolare voci sul suo conto, su amicizie pericolose e contatti con cosche mafiose, che lo avevano costretto a dimettersi dal suo incarico, ma per tutto il decennio non aveva abbandonato la scena politica. Mattarella si oppone con fermezza al rientro di Ciancimino nel partito (che sarà arrestato nel 1984 per associazione mafiosa), offrendo un secondo segnale contro la mafia.

Foto di Letizia Battaglia
Vito Ciancimino

Il terzo, forse il più chiaro, Mattarella lo offre quando inizia a toccare quei settori che per anni sono stati il nucleo della corruzione di stampo mafioso, come la gestione dei contributi agricoli regionali e il complesso fronte di appalti e urbanistica. Mattarella promulga, ancora nel 1978, una legge tesa a combattere la speculazione edilizia nelle aree agricole: un messaggio chiaro, diretto contro i traffici che coinvolgono mafia e insieme politica.

L’ultimo atto che lo espone definitivamente alle ritorsioni mafiose riguarda da vicino Pio La Torre, segretario regionale del Pci. La Torre, nel 1979, attacca duramente l’assessorato dell’agricoltura, indicandolo come fulcro della corruzione mafiosa. Ancora una volta Mattarella sorprende tutti, come quel giorno sul palco a Cinisi: invece di difendere l’assessorato della sua giunta, condivide con La Torre l’urgenza di risanare un settore nel quale le infiltrazioni mafiose sono un asse portante. Un segnale di cambiamento per l’intera regione, e una condanna. Pio La Torre verrà ucciso pochi anni dopo, nel 1982.

Pio La Torre

Il 6 gennaio del 1980 il Giornale di Sicilia esce in edicola con un’intervista a Mattarella, nella quale salta all’occhio, in particolare, questa sua dichiarazione: “Nella classe dirigente e non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto, a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia.” Quel giorno, Mattarella sale a bordo della sua Fiat 132 insieme alla moglie, alla suocera e ai due figli. Si apprestano ad andare a messa, mentre in città si respira l’odore dei giorni di festa. Mentre si dirigono verso la chiesa, un uomo si avvicina al finestrino dell’automobile, estrae una pistola, prende la mira e spara, colpendo Mattarella. Sul posto accorre Sergio, che tiene tra le braccia il fratello morente prima dell’inutile corsa in ospedale. A ispezionare la Fiat crivellata dalle pallottole viene mandato un giovane sostituto procuratore, che è di turno in quel giorno di Epifania. Si chiama Pietro Grasso.

Foto di Letizia Battaglia

Viene avviata una lunga indagine, di cui comincia a occuparsi Giovanni Falcone. Inizialmente si parla di terrorismo di estrema destra e come esecutori del delitto vengono individuati alcuni membri del NAR. Il mandante, ovviamente, è Cosa nostra: è il pentito Buscetta, anni dopo, a rivelare i nomi e a rendere ufficiale il ruolo della mafia nell’omicidio Mattarella, cancellando ogni dubbio. Vengono dunque condannati all’ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci.

Sergio Mattarella, dopo l’assassinio del fratello, decide di impegnarsi a sua volta attivamente in politica, per portare avanti le battaglie di Piersanti. Il resto della storia lo conosciamo: la sua carriera arriva all’apice il 31 gennaio 2015, quando viene eletto Presidente della Repubblica.

In questi mesi Mattarella ha dovuto fronteggiare una crisi politica sfiancante: i risultati elettorali del 4 marzo, l’incertezza sulle possibili alleanze, l’infinita carovana delle delegazioni, per giungere infine al nodo del governo giallo-verde. Mattarella ha preso una posizione netta, avendone diritto, per Costituzione. I partiti sono insorti, c’è chi l’ha accusato di alto tradimento, chi ha chiesto l’impeachment (per poi ritirare le accuse, una volta placata la tempesta); i toni si sono inaspriti, fino a raggiungere livelli intollerabili, alcune forze politiche hanno aizzato le folle. E si sa, in mezzo all’odio e alla frustrazione è possibile incappare nel Michele C. di turno, nell’avatar dietro uno schermo che si sente in diritto di scrivere qualsiasi cosa. Persino “Dovremmo fargli fare la fine del pezzo di merda del fratello”.

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