Il numero dei pensionati italiani ha superato quello dei lavoratori attivi. O interveniamo o siamo spacciati.

Nicola Carati è un brillante studente di medicina quando, nell’estate del 1966, il professore che sta per scrivere 30 sul suo libretto universitario lo invita ad andarsene dall’Italia, perché è un Paese da distruggere, un posto bello e inutile, destinato a morire. Questa scena de La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana, racconta bene il lungo declino che l’Italia ha vissuto a partire dalla fine degli anni Sessanta, un Paese dove tutto rimane sempre immobile, uguale, in mano ai vecchi. 

Le istituzioni italiane hanno costantemente ignorato la realtà dei fatti, logorando lentamente le forze più dinamiche del nostro Paese. Anche a causa di questo sistema granitico, che appare impossibile da smantellare, in Italia finiamo spesso col preferire vivere di illusioni, coltivando il nostro orto, avere orizzonti striminziti, di breve respiro. Ciclicamente noi italiani ci troviamo costretti a scontrarci con i dati oggettivi ed è in quel momento che iniziamo a soffrire. L’esempio più celebre risale al dicembre 2011 quando l’allora ministra del Lavoro, Elsa Fornero, scoppiò a piangere mentre annunciava una riforma delle pensioni da “lacrime e sangue”, causando il dramma di centinaia di migliaia di esodati. Quella riforma fu una diretta conseguenza dell’operato dell’ultimo governo Berlusconi, che aveva portato l’Italia sull’orlo del fallimento. La grande illusione del sogno berlusconiano smontata dall’austerity dei tecnici guidati da Mario Monti. Avremmo potuto sfruttare quell’occasione per imparare dai nostri errori, e invece non è andata così. 

Elsa Fornero

Secondo una recente analisi pubblicata dall’ufficio studi della CGIA di Mestre, il numero delle pensioni erogate in Italia sarebbe maggiore rispetto alla somma dei lavoratori dipendenti e autonomi. A maggio del 2020, il numero degli occupati in Italia era pari a circa 22 milioni e 770mila individui, mentre a gennaio 2019 si registravano 22 milioni e 780mila pensioni erogate. Il numero delle pensioni va rivisto al rialzo considerato che, grazie a misure come Quota 100, si stima un aumento di oltre 200mila trattamenti pensionistici. Con questi numeri è davvero difficile garantire la sostenibilità del nostro sistema previdenziale, che attualmente genera una spesa pubblica complessiva di 293 miliardi di euro l’anno, pari al 16,6% del nostro prodotto interno lordo. In Italia le persone nate dopo il 1986 hanno, in media, il reddito pro capite inferiore ai 30 mila euro annui, il più basso se confrontato con le classi di lavoratori più anziane. Siamo la generazione più povera della storia d’Italia e dobbiamo portare sulle spalle una spesa pensionistica che non possiamo decisamente permetterci. La soluzione però non è certo quella di eliminare le pensioni o di ridurre il numero di pensionati. Per garantire la sostenibilità del nostro sistema di welfare è fondamentale garantire lavoro di qualità e retribuzioni adeguate ai giovani.

Quota 100 è soltanto l’ultimo tentativo di accaparrarsi i voti di una generazione molto influente a livello elettorale che ha subìto gli effetti della riforma Fornero. I risultati della riforma pensionistica varata dal governo gialloverde, però, non sono stati all’altezza delle aspettative e hanno evidenziato tutta la propaganda che ha accompagnato l’adozione del provvedimento. Le pensioni erogate durante il primo anno della riforma sono al di sotto delle aspettative, circa 290mila contro le 400mila previste. Molte persone sono andate in pensione grazie all’uscita anticipata già prevista dalla riforma Fornero, a riprova del fatto che le masse sterminate di persone oppresse da un sistema pensionistico draconiano semplicemente non esistono. Inoltre, il turnover attraverso cui i giovani avrebbero dovuto occupare gli spazi lasciati liberi dai pensionati non si è verificato. Al contrario, in settori come la scuola o la sanità, si sono determinati dei disservizi proprio a causa della mancata sostituzione di chi ha scelto di andare in pensione con Quota 100.

La concezione di un mercato del lavoro a somma zero, dove il numero dei lavoratori in uscita corrisponde al numero dei dipendenti in entrata è falsa. I dati ci dicono qualcosa di molto diverso: in fasi di crescita, l’aumento dell’occupazione coinvolge sia i giovani che le persone più anziane. Un lavoratore che si prepara ad andare in pensione, inoltre, svolge spesso mansioni che non è detto siano ancora necessarie all’interno dell’organizzazione produttiva. Stiamo aumentando la spesa pensionistica senza creare un mercato del lavoro verde, digitale e inclusivo, in grado di rendere sostenibile la previdenza italiana senza dover ricorrere alla fiscalità generale.

L’andamento demografico contribuisce ad aggravare il quadro. Il primo gennaio del 2020 si contavano 116 mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. Il calo è determinato principalmente da una forte diminuzione delle nascite, che ha causato il più basso livello di ricambio naturale della popolazione italiana registrato dal 1918. Per ogni 100 persone che muoiono ne nascono solo 67, dieci anni fa 96. Siamo fermi ai livelli del primo dopoguerra, quando il numero di morti e la speranza di vita media non erano certo quelli di oggi. La ragione per cui non si fanno figli non è molto diversa dai motivi per i quali non investiamo i risparmi privati. Scommettere sul proprio avvenire richiede una certa dose di ottimismo, oltreché di sicurezza. I giovani che oggi decidono di indebitarsi per coronare un sogno o che diventano genitori fanno un gesto che somiglia a una grossa puntata al buio in un casinò. La natalità, come la propensione agli investimenti, è anche un indicatore con cui misurare la fiducia dei cittadini rispetto alla realtà socio-economica in cui vivono. Elettori disillusi non pretendono più asili né corrono a investire le proprie risorse, preferiscono puntare tutto sulle pensioni e su misure assistenziali come il reddito di cittadinanza. Nessuno vuole rischiare, e men che meno fare dei figli se reputa che il Paese in cui vive non abbia un futuro.

Gli italiani che decidono di andare a vivere all’estero continuano a essere di più rispetto a quelli che decidono di tornare. Il saldo migratorio registrato dall’Istat quest’anno è negativo per 77mila unità. Molti hanno perso ogni fiducia nell’Italia, la considerano un ricettacolo di violenza e malaffare da cui scappare (se si può). Le reazioni sovraniste tendono ad esaltare le differenze culturali per nascondere un razzismo germogliato negli anni dalla rabbia e dalla sfiducia dei cittadini che non hanno la possibilità, la voglia o le capacità per potersene andare. Ancora una volta, basterebbe imparare a leggere la realtà per accorgersi della nostra miopia.

La ricostruzione che seguirà all’emergenza causata dalla pandemia rappresenta un’occasione unica per rendere sostenibile il nostro sistema previdenziale. Non dobbiamo commettere l’errore di concentrarci su misure punitive verso gli anziani. Sono le nuove generazioni ad avere un disperato bisogno di fiducia. Garantire un’occupazione di qualità ai giovani significa tenere fede al patto generazionale che fino a oggi ha consentito allo Stato di pagare le pensioni.  Quando la nostra “meglio gioventù” sarà incentivata a restare in Italia, quando riusciremo a includere le minoranze dentro una società forte e coesa, il nostro sistema di welfare avrà risolto gran parte dei suoi problemi. Fino a quel momento dovremo lottare per vederci riconosciuti i diritti che ci spettano, uno per uno.

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