Con OnlyFans chiunque può guadagnare mostrando il suo corpo. È la rivoluzione democratica del porno. - THE VISION

Anche a causa del lockdown, l’industria pornografica quest’anno ha vissuto una grande rivoluzione: incapaci di competere con le giganti piattaforme che offrono pornografia gratuita e con le case di produzione sempre più in crisi, sempre più performer pornografici si sono messi in proprio, aprendo profili su OnlyFans.

OnlyFans è un servizio di abbonamento che permette alle persone di vendere o acquistare contenuti di intrattenimento realizzati in maniera amatoriale. Anche se su OnlyFans si può pubblicare di tutto – ci sono infatti anche corsi di yoga, concerti o video personalizzati in cui le celebrità salutano i fan o fanno loro gli auguri di compleanno – grazie alla sua politica particolarmente permissiva in materia di nudo o atti sessuali si è rapidamente consolidato come uno strumento per vendere foto e clip erotiche, specialmente dopo che un altro popolare servizio di vendita di contenuti, Patreon, nel 2017 aveva modificato le sue linee guida vietando qualsiasi contenuto NSFW (Not Safe For Work). Il sito è nato nel 2016 da un’idea di Tim Stokely, un imprenditore che era già attivo nel business delle chat erotiche, e –come ha dichiarato Stokely a Buzzfeed News, ad aprile, in pieno lockdown globale, ha visto un incremento del 50% dei propri iscritti e in maggio registrava 30 milioni di utenti (Patreon ne ha 6), di cui 450mila creatrici di contenuti – la maggioranza sono infatti donne.

Tim Stokely, fondatore e CEO di OnlyFans, foto courtesy Instagram

Il fatto che OnlyFans sia principalmente noto per i contenuti sessuali ma che chi si iscrive non sia vincolato a postarne ha generato diverse ambiguità. Lo scorso agosto, ad esempio, l’attrice Bella Thorne ha annunciato l’apertura del proprio profilo sulla piattaforma, con un abbonamento da 20 dollari al mese (contro una media che di solito si aggira tra i 4 e i 6 dollari) e in un solo giorno ha guadagnato un milione di dollari in sottoscrizioni. Tuttavia, i fan che speravano di vederla svestita sono rimasti delusi: Thorne, infatti, non ha pubblicato alcun contenuto pornografico o di nudo, proponendo quindi a pagamento le stesse foto che si potevano già trovare sugli altri suoi profili social. La scelta di Thorne – definita da più parti come una “truffa” – è stata inoltre aspramente criticata dalle sex worker che utilizzano la piattaforma, che l’hanno accusata di “gentrificare OnlyFans”, essendo già lei sufficientemente ricca da non aver bisogno di utilizzarla per pagarsi da vivere. L’attrice si è quindi giustificata dicendo di aver aperto il canale per fare ricerca per un documentario su OnlyFans girato da Sean Baker, che ha però smentito di essere coinvolto. Come se non bastasse, la quantità di richieste di rimborso che i fan hanno inoltrato all’assistenza per non aver ricevuto i contenuti che si aspettavano a quanto pare avrebbe spinto OnlyFans a stabilire un limite per le transazioni e per i prezzi dei singoli contenuti, finendo per penalizzare chi già utilizzava il servizio.

Bella Thorne

Un altro caso molto discusso è quello di Belle Delphine (pseudonimo di Mary-Belle Kirschner), già definita “la più grande troll di Internet” per aver aperto un finto canale porno su PornHub e aver venduto a 30 dollari bottiglie contenenti l’acqua della sua vasca da bagno. Per questo l’annuncio dell’apertura del suo OnlyFans – dopo essere sparita da tutti i social per mesi – a molti è sembrata l’ennesima trollata. In realtà, la content creator ha davvero aperto un profilo con contenuti erotici e, durante una puntata del podcast di Logan Paul, ha dichiarato di ricavarne un milione di dollari al mese. Di recente, inoltre, Delphine ha postato su OnlyFans anche il suo primo film porno, girato insieme al suo compagno.

Il caso di Delphine è interessante perché è il sintomo di una crescente diffidenza verso l’industria pornografica mainstream: la creator ha infatti preso in giro chi la voleva vedere su PornHub, ma poi si è davvero lanciata nel porno, però alle  sue condizioni. Da molti anni si discute dei danni che la cosiddetta “pornografia tube”, gratuita per il fruitore e che si regge sulla pubblicità, ha fatto all’industria pornografica tout court. Come spiega Valentine aka Fluida Wolf nel libro Postporno, l’80% del materiale messo online da piattaforme come PornHub, RedTube, YouPorn – tutte di proprietà della multinazionale del sesso MindGeek – non è stato né acquistato da loro né inserito con il consenso di chi l’ha realizzato. Mentre i profitti di MindGeek aumentano, le case di produzione indipendenti continuano a chiudere e gli attori sono sempre meno tutelati. Nemmeno il cosiddetto “porno etico”, autoprodotto e indipendente, è riuscito a scalfire il monopolio della pornografia tube, senza contare che non tutti sono interessati a generi di nicchia.

Sul set del film Cyber X, Los Angeles

Non c’è da stupirsi, quindi, viste le possibilità di guadagno potenzialmente infinite e un investimento iniziale molto basso (giusto ciò che serve per allestire uno studio casalingo) di quanto OnlyFans abbia attirato molte attrici e attori porno, visto che garantisce la possibilità di gestire in maniera diretta ogni aspetto del loro lavoro: creazione dei contenuti, gestione degli stessi e soprattutto compensi. La piattaforma è infatti più remunerativa dei tradizionali siti di cam e chat erotiche e garantisce una maggior indipendenza, lasciando che siano le singole persone a scegliere quanto farsi pagare ed eliminando qualsiasi forma di intermediazione, cosa che anche nel settore del porno pay-per-view aveva generato casi di sfruttamento e vera e propria tratta. Accanto alle e ai performer amatoriali, che sono cresciuti esponenzialmente durante la quarantena, anche attori professionisti con anni di carriera alle spalle hanno deciso non solo di aprire un profilo, ma in alcuni casi di lasciare del tutto il mondo del porno mainstream. L’attrice Honey Gold, in un editoriale sull’Huffington Post, ha scritto: “Non ho alcun dubbio che l’industria pornografica continuerà a crescere quando la pandemia sarà finita, ma posso certamente prevedere che io, e molti altri, ci orienteremo parecchio verso il lavoro indipendente. L’industria, così com’era prima del lockdown, non offriva particolare libertà a molti performer, e gran parte del guadagno andava poi reinvestita nei compensi delle agenzie, trucco e parrucco, costumi – per non parlare di altre cose che riguardano chiunque, come le tasse e l’affitto. Se a noi performer verrà data la possibilità di guadagnarci da vivere senza doverci preoccupare di tutte quelle cose specifiche che riguardano il nostro settore, la coglieremo”.

Questo non vuol dire che OnlyFans non sia esente da problemi. Il principale, così come è successo per altre piattaforme, è il rischio che i contenuti vengano divulgati senza il consenso dei loro realizzatori: a fine febbraio, la giornalista Vonny Laing-LeClerc ha scoperto che circa 1,5 terabyte di materiale, che corrisponde a circa 3 milioni di foto e 750 ore di video, era stato diffuso online su Twitter, Instagram e Reddit. Secondo OnlyFans, il leak non è il risultato di un’operazione di hackeraggio, ma piuttosto di un’azione coordinata da parte di diversi utenti che hanno condiviso con altri contenuti regolarmente pagati. Molti video erano stati caricati su PornHub – anche se ora, dopo l’inchiesta che ha rivelato la presenza di migliaia di filmati di violenze sessuali e pedopornografia, il sito ha rimosso tutti i video inseriti dagli utenti. Come accade spesso nei casi di condivisione non consensuale di materiale intimo, nel leak di OnlyFans non sono state divulgate soltanto immagini, ma anche dati sensibili come indirizzi, numeri di telefono e persino documenti d’identità delle performer.

È presto per dire se OnlyFans sarà davvero la rivoluzione del porno che è stata annunciata e se riuscirà a scalfire, almeno in parte, lo strapotere di un monopolio come PornHub, che sta però attraversando una crisi d’immagine senza precedenti. L’autonomia lavorativa dei performer ha sicuramente molti vantaggi, sia dal punto di vista economico che della sicurezza personale, ma è anche prevedibile che più l’azienda diventerà grossa e profittevole, meno sarà in grado di tutelare i suoi utenti, così come è già successo ad altre realtà della gig economy. Inoltre, se OnlyFans poteva sembrare un’alternativa valida e più sicura rispetto all’anarchia della pornografia tube, con il leak di febbraio – prima ancora di espandersi – ha dimostrato di non essere in grado di arginare la diffusione non consensuale dei contenuti. L’improvvisa fortuna di OnlyFans evidenzia ancora una volta la necessità di una maggiore accountability delle aziende digitali, che devono dotarsi di tutti gli strumenti per tutelare chi le utilizza ed essere chiamate a rispondere davanti alla legge nel caso in cui le loro piattaforme vengano utilizzate per commettere reati. Se questo è davvero il futuro del porno, non possiamo ripetere gli stessi errori del passato.

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