Indignarsi perché i migranti hanno un cellulare è da ignoranti

Una dei mantra preferiti di chi vuole pulirsi la coscienza dalla responsabilità di lasciare che centinaia di persone l’anno anneghino in mare o aspettino per settimane in mezzo al Mediterraneo di essere accolte in un porto sicuro è che non siano davvero bisognose di aiuto. La loro colpa è di essere spesso riprese o fotografate con un cellulare in mano, indizio di un evidente benessere. L’ultimo a credere a questo frainteso e a diffonderlo è stato un parroco di Sora, in provincia di Frosinone, che durante la messa ha sostenuto “Quali persecuzioni, i migranti arrivano con catenine d’oro e cellulari”. Il sillogismo è tanto elementare quanto sbagliato: Chi ha il cellulare è ricco, chi è ricco non ha bisogno di migrare o voglia di lavorare, quindi non accogliamolo. A farne uno dei suoi slogan più ripetuti ed efficaci è stato Matteo Salvini, che da anni attacca i migranti “col cappellino e telefonino” definiti “25enni robusti, scarpe alla moda e cappellino, sigaretta e telefonino. A casa!”.

Ancora a gennaio, in veste di ministro dell’Interno, Salvini ha accusato i profughi a bordo della Sea Watch bloccati in mezzo al mare di essere “con cellulare e a torso nudo”. L’ossessione per i loro cellulari di chi ha costruito una campagna elettorale contro gli immigrati è una menzogna sotto il punto di vista non solo dei fatti, ma anche economico e sociale. Uno studio approfondito dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha rivelato che in media 3 migranti su 10 non possiedono un cellulare, con una percentuale doppia rispetto al 12% della popolazione mondiale che ne è priva). Il 32%, invece, ha un telefonino di vecchia generazione, mentre il 39% viaggia con uno capace di connettersi a internet. Negli anni il numero di immigrati che si sposta senza cellulare è molto diminuito, grazie anche al calo del prezzo medio che ha permesso al telefonino di diventare un prodotto alla portata di tutte le classi sociali (363 dollari è il prezzo medio nel mondo). Per restare connessi durante il tragitto i profughi sono disposti a spendere anche un terzo del loro patrimonio, secondo il report Onu.

Il cellulare è ormai considerato come un bene primario, subito sotto l’acqua, il cibo e il vestiario nella scala dei bisogni essenziali. È un mezzo utile alla nostra sopravvivenza e quasi imprescindibile per la qualità della vita, grazie al quale ci informiamo e, soprattutto, comunichiamo. Il cellulare, a maggior ragione, è fondamentale per i migranti prima, durante e dopo il viaggio verso un nuovo Paese o continente. Ancora prima di lasciare la propria casa, infatti, i futuri migranti usano gli smartphone (nei Paesi africani spesso l’unico mezzo di accesso a internet) per “organizzare” il loro itinerario. Si informano sulle rotte disponibili sia attraverso i siti ufficiali, sia attraverso i social media (particolarmente popolari i gruppi Facebook) e i gruppi Whatsapp. Leggono i racconti dei connazionali che hanno affrontato una determinata rotta, i consigli sulla sicurezza di una tratta rispetto a un’altra, gli avvertimenti sulle truffe dei trafficanti, i suggerimenti su come comportarsi con le autorità del Paese di arrivo.

Durante il viaggio lo smartphone è sempre più spesso uno strumento basilare per la stessa sopravvivenza, cosa che non dovrebbe stupirci date le nostre reazioni ai limiti dell’isteria quando ci accorgiamo di non trovarci in una zona senza campo, o il fatto che ormai usiamo il navigatore anche per non perderci lungo tragitti che affrontiamo quotidianamente. Uno degli studi più importanti sul tema, condotto nel 2016 dalla Open University in collaborazione con France Médias Monde sostiene che le infrastrutture digitali lungo le rotte migratorie “sono importanti tanto quanto quelle stradali”, dato che “I cellulari permettono ai profughi di programmare il viaggio, accedere alle reti di supporto online e mantenersi in contatto con i amici e familiari dall’altra parte del mondo”. Le app più utilizzate sono quelle di servizio: Whatsapp e Viber, meno soggette alla sorveglianza dei governi, sono quelle preferite per mantenere i contatti con le famiglie di origine. Google Maps è usato per gli spostamenti e non perdersi, mentre la vecchia e banale funzione del telefono fa spesso la differenza tra la vita e la morte del suo proprietario. Non è un caso, sottolinea lo studio, che “le morti dei migranti siano molto più frequenti nelle zone prive di copertura telefonica” e che molte operazioni di soccorso partano grazie a telefonate fatte dagli stessi migranti.

La funzione del cellulare non si esaurisce neanche nel Paese di destinazione. Qui una delle app più utilizzate diventa Google Translate, che permette di tradurre in tempo reale e rende possibile la comunicazione con gli incaricati all’accoglienza e gli abitanti del luogo. Persino social come Facebook e piattaforme come Youtube, diventano strumenti importanti per l’integrazione e per apprendere la lingua, gli usi e i costumi dello Stato ospitante. Non va tralasciata neanche la funzione della fotocamera: se nei casi più gravi è un mezzo per testimoniare le violenze subite durante il viaggio da parte dei trafficanti e autorità, è anche un modo per aggiornare le famiglie a casa sulle proprie condizioni e i progressi lungo il cammino.

Proprio il costante contatto con le famiglie nel Paese di origine è uno degli elementi irrinunciabili per i migranti. “Basta riandare alla nostra esperienza quotidiana, alle decine di chiamate che facciamo per dire ‘sono arrivato’”, ha spiegato sul suo blog l’Unhcr italiana, che ha definito “la ‘pretesa dello smartphone e del wi-fi’ uno degli esempi di disinformazione più diffusi sui media mainstream”, insieme ad altri evergreen come i 35 euro al giorno di “paghetta” per i migranti e gli alloggi negli alberghi cinque stelle. Ascoltare la voce dei nostri cari dall’altra parte del mondo, dire che stiamo bene dopo un viaggio che molti non riescono a finire, raccontargli la nostra nuova vita e chiedere novità sulla loro, sono bisogni umani, essenziali e basilari. “Ecco perché al loro ingresso nella struttura di accoglienza, le persone ricevono una ricarica telefonica. Un aiuto, che però non basta in mancanza di una connessione gratuita. La mancanza di una rete a cui connettersi spinge le persone a protestare, o ad assieparsi nei pressi di wi-fi aperti, inducendo alcuni amministratori a decisioni miopi e non risolutive”, conclude l’Unhcr.

Mentre in Italia i partiti xenofobi continuano a fare propaganda sui ricchi immigrati con il cellulare che al posto di cercare un lavoro passano il loro tempo a “bighellonare” nelle stazioni con l’accesso gratuito al wi-fi, le organizzazioni del resto del mondo si muovono per agevolare il loro accesso alla rete internet. Le Nazioni Unite hanno già dichiarato nel 2016 che l’accesso a internet è da considerare a tutti gli effetti come un diritto umano fondamentale e hanno avviato l’iter per un suo riconoscimento formale in assemblea. Nello stesso anno la Croce Rossa Internazionale ha creato cinque stazioni di ricarica per i cellulari sull’isola greca di Lesbo, tradizionale punto di arrivo di molti migranti.

L’Unhcr, nel solo 2016, ha distribuito 33mila schede sim ai rifugiati siriani e 85mila caricatori portatili alimentati a energia solare che possono anche essere utilizzati per la ricarica dei dispositivi mobili. Inoltre è al lavoro con operatori privati per fornire ai rifugiati modelli di cellulari e tariffe telefoniche internazionali a basso prezzo, per permettere loro di comunicare con i familiari rimasti nel Paese d’origine. In Germania l’Ufficio Federale per l’Immigrazione ha creato Ankommen (Arrivare), app gratuita in inglese, francese, tedesco, arabo e persiano pensata per aiutare i migranti appena arrivati a integrarsi, offrendo loro un corso di tedesco, informazioni per richiedere asilo e indicazioni per iscriversi a corsi professionali e agevolare il loro ingresso nel mondo del lavoro tedesco.

Il cellulare è oggetto di sopravvivenza, mezzo di comunicazione, strumento di navigazione, veicolo di informazione, registratore di eventi e serbatoio di ricordi. È molte cose, ma non un indice di ricchezza. Senza dubbio non è una scusa per non aiutare un essere umano e condannarlo a condizioni che spesso sono letali. Quindi smettetela, una volta per tutte, di fingere di indignarvi ogni volta che lo vedete in mano a un profugo.

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