30 anni fa l’Europa produceva un quarto dei semiconduttori globali, oggi è fuori dal settore - THE VISION

Il 26 maggio 2003 è stato ufficialmente avviato il programma Galileo, il sistema di geolocalizzazione totalmente europeo che oggi conta 24 satelliti ed è più avanzato del Gps americano. Ma per raggiungere quell’obiettivo si dovettero superare, nel corso degli anni Novanta, le obiezioni di molti scettici. Il dubbio, in realtà, era lecito: perché spendere così tanto per un sistema europeo quando si poteva utilizzare quello made in Usa? Questo punto di vista, per quanto sensato, non teneva in considerazione l’importanza strategica che la geolocalizzazione avrebbe avuto nel futuro e di conseguenza la necessità di averne il totale controllo. Un punto di vista che per fortuna non ha prevalso.

Oggi siamo davanti a una situazione simile per quanto riguarda i microchip: per anni noi europei abbiamo preferito spostarne la produzione all’estero, in particolare in Asia, attirati dalla comodità, dai minori costi e dagli incentivi statali che i Paesi orientali fornivano. Ora ci ritroviamo però tagliati fuori da un settore strategico, non solo nell’ambito digitale, ma anche per la transizione ecologica, urgente più che mai dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. 

“Chip” significa “frammento” ed è a tutti gli effetti l’unità più piccola che compone tutti i dispositivi digitali. Si tratta di circuiti integrati che contengono milioni di transistor, possono essere semplici o più complessi e hanno funzioni diverse, ma in comune hanno l’essere davvero ovunque, anche dove non ce lo aspetteremmo, dai computer ai cellulari fino a lavatrici, videocamere di sicurezza, automobili, bike sharing, macchine per i raggi x e tutti gli impianti su cui si basa la transizione ecologica, come i pannelli fotovoltaici. Solo nel 2020, più di 1000 miliardi di microchip sono stati fabbricati globalmente, circa 130 per ogni abitante della Terra. Forse dovremmo chiederci se non sia il caso di smettere di sfruttare le risorse del Pianeta a questo ritmo, ma nel frattempo le previsioni ci dicono che nel 2030 i devices connessi alla rete internet globale passeranno dai 40 miliardi odierni a 350 miliardi. Per questo, il settore dei microchip diventerà sempre più strategico, con il rischio per l’Europa di esserne tagliata fuori, a meno che l’Ue non adotti un rapido cambio di strategia.

Secondo il report della società di consulenza strategica Kearney, dal titolo Europe’s urgent need to invest in a leading-edge semiconductor ecosystem, nel 2000 l’Europa produceva quasi il 25% dei semiconduttori a livello mondiale. Oggi la quota è crollata al 9%. Se andiamo a vedere la produzione di semiconduttori all’avanguardia la situazione è ancora più grave: dal 19% all’inizio del nuovo millennio allo zero odierno. La causa di questo crollo sta principalmente nella sottovalutazione dell’importanza strategica del settore da parte della politica europea, che ha abbandonato i produttori dell’Ue e smesso di sostenerli. Già nel 2005 le società europee di semiconduttori lamentavano l’impossibilità di competere con i rivali asiatici, finanziati con somme massicce dai loro governi, proprio per la mancanza di sussidi statali ed europei.

A mostrarsi preoccupato è anche Pat Gelsinger, amministratore delegato di Intel, multinazionale americana leader del settore, che ha ricordato alla tv irlandese come solo trent’anni fa l’Europa producesse il 44% dei semiconduttori globali, grazie ad aziende come la italo-francese Stm, che riforniva Nokia. In un recente report della società olandese Asml si prevede che, se non verranno prese delle contromisure efficaci, la produzione europea di microchip potrebbe scendere al 4% entro la fine del decennio. 

Patrick Gelsinger

Che cos’è successo ai semiconduttori negli ultimi vent’anni? L’indagine di Kearney dimostra che quasi tutta la produzione è stata esternalizzata in Asia e di conseguenza le sue aziende manifatturiere sono diventate innovatrici del settore. A fare la differenza continuano a essere gli incentivi governativi che sostengono gli stabilimenti produttivi, visto il loro altissimo costo di mantenimento, permettendo di mantenere alta la produzione di microchip in una certa regione. 

Oggi i maggiori produttori al mondo sono Cina, Giappone, Corea del Sud e soprattutto Taiwan, minuscolo Stato insulare che detiene il monopolio globale dei circuiti integrati. Proprio il suo ruolo strategico rende Taiwan un obiettivo politico sia per la Cina che per gli Stati Uniti. Ma se Beijing nel 2030 dominerà un quarto del mercato mondiale dei microchip, per gli Stati Uniti la situazione è diversa. Mentre il design dei circuiti integrati avviene ancora negli Stati Uniti, la produzione e l’assemblaggio sono stati spostati a Taiwan e in Cina. Così anche l’amministrazione Biden si è ritrovata a dover affrontare il problema della autonomia strategica nella produzione dei semiconduttori. Per correre ai ripari a febbraio è stato approvato dal Congresso di Washington un finanziamento di 52 miliardi al settore dei microchip. Questa è solo la cifra stabilita a livello federale, ma ogni singolo Stato può decidere di aumentare gli investimenti a proprio piacimento e di coinvolgere finanziatori privati. 

L’Europa è in una condizione ancora più svantaggiata rispetto agli Stati Uniti. L’abbiamo visto con il chip shortage (cioè la penuria di microchip) causato dalla pandemia di Covid nel 2020. Il blocco improvviso dei commerci internazionali ha mandato in tilt il mondo globalizzato e ci siamo ritrovati senza dispositivi digitali. “Oggi”, secondo Giuseppe Izzo, vicepresidente della Camera di commercio europea a Taipei, “a causa di una convergenza di fattori tra cui il Covid, che ha creato maggiore domanda di prodotti elettronici, la transizione verso i veicoli elettrici e le perturbazioni alle supply chains globali c’è una domanda in eccesso che durerà per un po’. Ma è la prima volta che vediamo il periodo di carenza protrarsi così a lungo”. 

Anche se la produzione di dispositivi digitali sembra voler tornare a regime in breve tempo, dietro l’angolo resta sempre il pericolo che possa capitare di nuovo quello che abbiamo visto succedere durante la pandemia. Secondo l’azienda specializzata in chip Asml, per esempio, non è da escludere in futuro un “chip shock” simile all’oil shock che negli anni Settanta costrinse molti Paesi nel mondo a fermare le auto per mancanza di carburante disponibile. Proprio per scongiurare il ripetersi di simili situazioni in futuro, la Commissione Europea ha lanciato a febbraio il Chips Act, un pacchetto da più di 40 miliardi per la creazione di una filiera europea per i semiconduttori. La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ne ha parlato per la prima volta durante il suo discorso “State of the Union 2021” del settembre 2021, sottolineando la necessità di avere coraggio sui microchip, di pensare in grande e dare vita a investimenti ambiziosi. 

Ursula von der Leyen

Nel futuro saremo destinati a dipendere sempre di più dal digitale, ma la subalternità  quasi assoluta dell’Europa rispetto alle forniture asiatiche di semiconduttori ci ha messo in una situazione di svantaggio. Dobbiamo quindi recuperare il tempo perso e per farlo servono tanti investimenti e un’ottima strategia. 

L’Europa eccelle ancora nella ricerca, design e tecnologie di miniaturizzazione dei microchip, ma perde terreno dal punto di vista della produzione, assemblaggio e packaging. Questo gap fa sì che le riserve di microchip presenti in territorio europeo siano ridotte e, di conseguenza, qualunque problema di approvvigionamento a livello globale provoca uno stop forzato in filiere fondamentali per l’economia del nostro continente, come quella automobilistica. 

Il Chips Act, fortemente voluto da Ursula von der Leyen, vuole riportare l’Europa in una condizione di sovranità tecnologica. Il pacchetto di misure include una comunicazione che spiega la strategia europea, una proposta di regolamentazione e una raccomandazione agli stati membri. L’obiettivo è arrivare entro il 2030 a una quota del 20% nella produzione mondiale di semiconduttori, partendo dall’attuale quota inferiore al 10%. Per farlo verranno investiti complessivamente 45 miliardi di euro, di cui 15 miliardi suddivisi tra investimenti pubblici e privati mentre i restanti 30 miliardi, già pianificati, sono finanziati dal Next Generation Eu, dal programma Horizon e dai bilanci nazionali. Verranno inoltre allentate le regole per gli aiuti di Stato da parte dei Paesi membri dell’UE, in modo da favorire le agevolazioni statali verso le imprese del settore, che tanto hanno funzionato in Asia. Il Chips Act si concentrerà in particolare su cinque aree: ricerca, innovazione industriale, impianti di produzione avanzati, sostegno alle aziende e sicurezza delle catene di approvvigionamento. 

Il piano europeo è stato accolto da un certo scetticismo, visto che si tratta comunque di uno dei piani più timidi fra quelli proposti dalle grandi potenze mondiali. Per fare un paragone, la Corea del Sud ha approvato un piano decennale da 450 miliardi di dollari, mentre la Cina entro il 2025 prevede di investire 150 miliardi nel settore. La debolezza del programma europeo non deve stupire: come ricorda Politico, la Commissione europea ha poca esperienza nella gestione della politica industriale dell’Ue e già nel 2013 aveva presentato un piano sui microchip molto simile a quello attuale, ma senza ottenere grandi risultati. 

La scalata per recuperare terreno sembra ancora molto lunga e l’Asia non vuole farsi portare via il primato (considerando che gli europei continuano a investire nella sola Taiwan 53 miliardi di euro), ma i leader del settore cominciano a credere nel potenziale dell’Europa. Intel è la prima grande società produttrice di semiconduttori a voler investire in Europa, prevedendo un piano da circa 80 miliardi per la creazione di un sistema integrato di produzione di microchip. Sta pianificando di aprire due fabbriche in Germania, a Magdeburgo, tra il 2025 e il 2027, mentre con l’Italia ha raggiunto un primo accordo per l’apertura di un impianto di testing e confezionamento.

Ora la speranza è che il Chips Act abbia ripercussioni concrete, riportando in Europa a quell’accordo comune e proficuo e alla visione di lungo periodo che nel  2003 diede vita a Galileo, ancora oggi uno dei migliori esempi di successo europeo in campo tecnologico.

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