Serve sostituire gli obiettivi per la felicità. Al posto del PIL, il benessere di persone e ambiente. - THE VISION
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Siamo ossessionati dalla crescita economica, bombardati dalle parole dei politici che tirano in ballo il prodotto interno lordo come unico indicatore del benessere economico e, quindi, del benessere tout court. A un certo punto ho cominciato a farci caso: i discorsi dei politici italiani, gira e rigira, sono sempre sull’economia; si parla poco di diritti civili, per nulla di ambiente, a periodi di immigrazione, sanità, turismo, ma l’economia è una costante; i suoi criteri sono usati per sostenere quanto bene o quanto male vanno le cose. Per certi versi sembra logico che siano la crescita economica e la ricchezza il metro di misura del funzionamento e del benessere del Paese e, quindi, di tutti noi. Sembra logico pensare che, più cresce il fatturato dei settori produttivi, più ci arricchiamo e, arricchendoci, da un lato spendiamo di più in acquisti e consumi – a nostra volta, così, facendo circolare l’economia – e, dall’altro, arricchendo le casse dello Stato, otteniamo migliori servizi.

Di fronte a questo discorso all’apparenza logico i politici hanno tutto l’interesse a dire che, grazie al loro intervento, il Pil cresce, questo o quel settore va a gonfie vele e tutti siamo più ricchi e, quindi, più felici, anche se non ce ne accorgiamo; o, al contrario, che a causa del governo avversario, il Pil sia in calo e ci stiamo tutti impoverendo. Ne parlano talmente tanto che lo fanno a sproposito, qualche volta sovrastimando il peso economico del turismo, dell’agroalimentare, della moda, persino del calcio. Ma possono continuare a farlo, perché, a parte gli addetti ai lavori, siamo tutti piuttosto ignoranti in tema di economia. Quel che è certo è che, invece, non c’è alcun dibattito che metta in discussione l’idea della crescita economica: può cambiare il settore su cui si vuole puntare, ma non l’obiettivo di crescere. E, invece, varrebbe forse la pena provare a ribaltare il concetto, con un’idea non per forza nuova, ma rivoluzionaria: l’idea che la crescita economica non definisca il nostro benessere e che ci siano altre strade per raggiungerlo.

Appena qualche mese fa la prestigiosa rivista scientifica Lancet ha pubblicato un’ampia meta-analisi realizzata da un team di ricercatori internazionali, con un titolo esplicativo: Post-growth: the science of wellbeing within planetary boundaries. Già solo questo titolo potrebbe sembrare un’utopia, dal momento che l’overshoot day, il giorno in cui le attività umane esauriscono virtualmente le risorse terrestri disponibili, quest’anno è caduto il 24 luglio – quello italiano addirittura il 6 maggio – e di questo passo entro il 2050 come umanità consumeremo il doppio delle risorse che il Pianeta è in grado di generare. Mettendo in dubbio il concetto stesso su cui si basa la nostra società – la crescita economica, appunto – la ricerca comincia chiedendosi come le società contemporanee possano migliorare il benessere, prendendo atto dello stretto legame tra crescita del prodotto interno lordo e i problemi ambientali a cui oggi assistiamo, causati dalla logica estrattivista che guida le attività umane, a partire da quelle produttive; si nota, innanzitutto, che, oltre una certa soglia di reddito, smettono di crescere i benefici per il benessere umano. Lo studio cerca, quindi, di immaginare una post-crescita, cioè che non persegue la crescita del Pil, ma che ha la finalità di soddisfare i bisogni umani in modo equo e mantenendosi entro i limiti delle risorse planetarie.

La teoria della post-crescita, infatti, può contribuire alla costruzione di un nuovo sistema economico in cui il Pil non sia l’unico pilastro, ma vi entrino anche fattori ecologici, antropologici, storici, sociologici e politici. In certo senso, questo concetto si avvicina e accoglie in parte le teorie relative all’economia della ciambella – teorizzata dall’economista inglese Kate Raworth nel 2011 e basata sull’idea di uno spazio per l’umanità compreso tra i bisogni essenziali delle persone e i limiti ecologici dei sistemi naturali –, all’economia dello stato stazionario – in cui non si persegue la crescita infinita, ma il raggiungimento di una quantità costante di capitale e dimensione della popolazione – e all’economia del benessere, che richiede la soddisfazione dei bisogni umani fondamentali e un elevato benessere entro i limiti planetari. Tutti questi modelli giungono alla conclusione che è necessario riprogettare le economie in modo che non siano più dipendenti da una crescita infinita e concordano sulla necessità di un miglioramento qualitativo (e non quantitativo) dei beni e servizi a beneficio della vita, riducendo la produzione di quelli meno necessari e più dannosi, e, con loro, anche il consumo di risorse ed energia e le disuguaglianze sociali.

Infatti, al contrario di quanto si pensa, parole temibili come “post-crescita”o “decrescita” – quest’ultima spesso usata come suo sinonimo, mentre sostiene non tanto un adattamento alle condizioni, ma un intervento più attivo per ridurre in maniera drastica e in senso democratico l’impatto ecologico e le disuguaglianze – non significano recessione e peggioramento della qualità della vita, così come la crescita non significa in automatico benessere e prosperità (di sicuro non per tutti). Mentre, infatti, alla crescita del Pil negli anni non è corrisposto un andamento analogo degli indicatori di benessere e felicità della popolazione, che sono rimasti invariati, il processo di post-crescita non impone un ridimensionamento di tutti i settori in modo indiscriminato, ma solo di quelli dannosi per l’ambiente, puntando piuttosto sull’espansione delle attività dedicate alla cura della salute umana e degli ecosistemi.

Questi aspetti sono stati trascurati nella corsa per la crescita economica – particolarmente esplosiva nel periodo 1950-2000, quello della cosiddetta Great Acceleration, la “grande accelerazione” sconsiderata delle attività antropiche fondata sullo sfruttamento senza limiti delle risorse naturali – che negli ultimi decenni ha contribuito in particolar modo a un aumento delle disuguaglianze, tanto che nel 2024 la ricchezza dei miliardari nel mondo è cresciuta nel complesso di 2mila miliardi di dollari, mentre il numero di persone sotto la soglia di povertà è rimasto stabile. L’obiettivo comunque non dovrebbe nemmeno essere l’arricchimento a dismisura di tutti, dato che, oltre un certo livello l’aumento del reddito non genera nemmeno un reale aumento della felicità dei cittadini, perché la crescita del Pil, mentre risponde ad alcuni bisogni, ne trascura altri, come quello di tempo libero e di riposo e quello di vivere in ecosistemi salubri.

Un punto fondamentale è, poi, proprio quello delle disuguaglianze, sia interne ai singoli Paesi che a livello internazionale, perché non si può accettare una crescita – né una transizione energetica – che provochi impoverimento o danni ambientali in altre parti del mondo, come oggi avviene. Dobbiamo iniziare a dircelo senza mezzi termini: questo non è il migliore dei mondi possibili, se le diseguaglianze aumentano – in Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene oltre otto volte la ricchezza della metà più povera della popolazione – e se stiamo sprofondando sempre di più nella crisi climatica. Già nel 2008 un gruppo di economisti internazionali, capitanato dai Premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, chiamato a valutare le misure di progresso economico-sociale su cui si regge la politica economica internazionale, concluse che l’attuale uso di indicatori economici è, di fatto, mal progettato e che, quindi, va ripensato. 

Però oggi, poco meno di vent’anni dopo, non abbiamo cambiato il nostro approccio alla crescita economica, rischiando di perdere di vista quelle che dovrebbero essere le finalità ultime della politica: il benessere degli individui e della collettività. Le economie più ricche – sottolinea ancora lo studio di Lancet – sono problematiche per l’equità sociale e per l’ambiente. Dobbiamo allora capire al più presto che la riduzione delle economie nazionali entro i limiti ecologici non è più una scelta, ma è necessaria, anche perché, mentre noi inseguiamo l’arricchimento a tutti i costi, le leggi della fisica e della termodinamica che governano il Pianeta l’economia non la conoscono e continuano a fare il loro corso: siamo noi che dobbiamo adattarci alla crisi climatica e agire di conseguenza.

Certo, decidere di ridurre la produzione di beni e servizi in un sistema fondato sulla loro costante crescita non è facile; per questo deve essere accompagnato da una trasformazione sistemica, che coinvolga il funzionamento del sistema socioeconomico stesso, gli obiettivi che ci poniamo – accantonando l’idea che l’aumento acritico del Pil e delle nostre economie sia l’unico indicatore del progresso – e il modo in cui noi stessi ci consideriamo: non più ingranaggi al servizio della crescita economica, della produzione, dei numeri, che ci impone di dover produrre, dover crescere sempre, al lavoro, a casa, in palestra, facendoci entrare in un loop di ansia da prestazione, senso di colpa e di fallimento.

E allora forse dobbiamo sostituire gli obiettivi: al posto del Pil, includere il benessere delle persone e dell’ambiente. E se, come sostiene il filosofo della scienza Telmo Pievani, queste parole che sembrano uscite da un programma politico le leggiamo, invece, su una prestigiosa rivista scientifica, forse dobbiamo ammettere che tutto è politico – anche la scienza –, nel miglior senso possibile, e riappropriarci di questo aspetto per cambiare le cose attraverso programmi concreti che abbiano davvero l’obiettivo del benessere condiviso, non di arricchire pochi, tenere a galla qualcuno e lasciare che tutto il resto sprofondi.

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