L’alternativa ai porti chiusi si chiama integrazione. E conviene a tutti.

Durante le trattative per formare quello che è diventato il governo Conte bis, si è parlato spesso della necessità di dare un segnale di discontinuità rispetto al precedente esecutivo, soprattutto da parte del segretario Pd Nicola Zingaretti. Un buon punto di partenza potrebbe essere trovare una strategia efficace e di lungo periodo per gestire i flussi migratori, allontanandosi dalla filosofia dei porti chiusi di Matteo Salvini.

Nicola Zingaretti

Sarà interessante vedere come il nuovo governo affronterà questa sfida, considerando le diverse anime che lo compongono: da una parte il M5S, che ha appoggiato due decreti Sicurezza dell’ex alleato leghista e che per anni ha usato una retorica molto simile, come dimostra l’espressione “taxi del mare” coniata da Luigi Di Maio per parlare di Ong; dall’altra il Pd, padre della linea Minniti e degli accordi con le milizie libiche, responsabili del trasferimento dei migranti in campi di detenzione dove torture, sevizie e stupri sono all’ordine del giorno. C’è poi LeU, componente minoritaria ma fondamentale per la maggioranza al Senato, con esponenti molto vicini alle associazioni umanitarie, in primis Mediterranea. Con queste premesse un accordo tra le parti sembra una possibilità molto difficile da realizzare.

Eppure, creare un’alternativa solidale a chi chiede di chiudere, bloccare e respingere dovrebbe essere la base di un governo che vuole definirsi progressista. Adottare una linea dura sull’immigrazione gioverà solo alla destra sul lungo periodo, come dimostrato da numerosi studi. Innanzitutto, perché il sostegno della linea dura da parte di partiti considerati “istituzionali” finisce per rendere le posizioni degli estremisti più accettabili e tollerate, legittimandole. Inoltre, il consenso guadagnato tra chi richiede maggiore controllo dell’immigrazione sarà controbilanciato dall’allontanamento degli elettori meno disposti ad approvare questo tipo di politiche. Entrambe queste possibilità si sono verificate prima con il Pd, che alle elezioni del marzo 2018 ha incassato una delle sue peggiori sconfitte, e successivamente con il M5S, che ha tentato di rincorrere sul tema il suo alleato nel governo gialloverde, con il risultato di dimezzare i suoi consensi alle europee di maggio, proprio in favore della Lega.

È emblematico il caso delle ultime elezioni danesi di giugno, che molti si sono affrettati a commentare positivamente, tra cui quel Federico Rampini sostenitore della sinistra dei confini chiusi: secondo il giornalista di Repubblica, i socialdemocratici di Mette Frederiksen avrebbero vinto anche grazie alla retorica anti-migranti. Questa analisi, tuttavia, non considera l’estrema complessità del sistema politico del piccolo Paese scandinavo. In realtà, i socialdemocratici danesi hanno addirittura perso mezzo punto rispetto alle precedenti elezioni e governano solo grazie all’appoggio esterno dei partiti pro-immigrazione di sinistra, che hanno persino raddoppiato i propri voti e favorito il tracollo del partito sovranista Danish People’s party (Dpp), a seguito di un dibattito politico incentrato su welfare e ambiente. Il caso danese dimostra che, oltre a non essere sostenibile a livello etico, la linea dura è anche poco conveniente a livello elettorale per i partiti progressisti.

Per segnalare la svolta in materia del nuovo governo Conte, si è scelta come ministra dell’Interno una figura tecnica: Luciana Lamorgese, prefetta di Milano. Nonostante le evidenti differenze rispetto al suo predecessore, si sono comunque sollevate numerose voci critiche sulla sua carriera, perché responsabile di diverse operazioni di sgombero, come l’operazione in stazione Centrale a Milano nel 2017, che ha visto un gran dispiego di forze di polizia che ha portato al fermo di 52 migranti, tutti rilasciati senza denunce poco dopo. L’azione fu lodata da Salvini, non a caso: la lotta anti degrado è un tema che favorisce la destra e la visione di una società classista, dove le persone meno abbienti sono vissute come la causa, e non la conseguenza, del degrado e quindi meritano di essere emarginate e allontanate. Queste situazioni, tuttavia, non si possono affrontare nascondendo gli effetti del problema, come sostengono i sindaci securitari delle telecamere a ogni angolo, delle ordinanze ad hoc e della gentrificazione selvaggia; si risolvono nel lungo termine investendo sulla sicurezza sociale per tutti, italiani e stranieri.

Luciana Lamorgese

Il nuovo esecutivo dovrebbe insistere su questo punto cruciale, contrastando la retorica della destra populista, che punta molto sulla riduzione del benessere, denunciando in diverse occasioni i famosi 5 milioni di italiani che vivono nella povertà assoluta (cifra falsa, considerando che un milione e mezzo di questi sono in realtà stranieri). L’aumento delle disuguaglianze seguito alla crisi economica del 2008 ha alimentato le preoccupazioni della popolazione, portata poi all’isteria da forze politiche che hanno indicato come colpevoli soggetti deboli, e quindi facilmente attaccabili, come gli immigrati. I sovranisti tuttavia non sono in grado di proporre reali soluzioni ai problemi che denunciano a ciclo continuo. Per questo le recenti elezioni in Danimarca sono un buon promemoria ai partiti progressisti per spostare il dibattito pubblico su campi come lavoro e ambiente, dove i populisti non hanno le capacità per seguirli.  Un’altro accorgimento è iniziare a umanizzare i migranti, concentrandosi su una narrazione che non li presenti come numeri di un problema da gestire, ma come persone con gli stessi desideri e necessità di tutti i cittadini.

Possiamo avere la migliore integrazione al mondo, ma finché non assicuriamo un futuro per gli immigrati alimenteremo l’insicurezza. Al termine del periodo in un centro d’accoglienza, spesso le uniche vie per guadagnarsi da vivere sono un lavoro sottopagato, l’accattonaggio, fino a compromettersi in crimini come lo spaccio, complici anche le norme italiane sull’immigrazione. Un governo che voglia davvero il cambiamento dovrebbe essere in grado di modificarle, a partire dalla Bossi Fini, riassumibile nel paradosso “se sei irregolare non puoi lavorare, se non lavori sei irregolare”. Infatti, l’ingresso e il permesso di soggiorno per lavoro vengono concessi solo a chi possiede un contratto di lavoro regolare, fornito da un datore “in remoto”, e revocato in caso di perdita dell’impiego. La legge ha generato irregolari, favorendo ancor di più lo sfruttamento e il lavoro nero e grigio, piaga che affligge soprattutto le badanti (quasi 3 su 4 sono straniere) e i lavoratori agricoli, vittime del caporalato e delle mafie. Proprio per contrastare questa realtà, Andrea Maestri di Possibile nella scorsa legislatura ha presentato insieme ad altri deputati una proposta di legge per riformare la Bossi Fini, inserendo come primo punto l’introduzione del visto per la ricerca di lavoro. Recuperare l’idea di Maestri potrebbe essere un buon segnale da parte del nuovo esecutivo di Conte.

Andrea Maestri

I “toni miti” promessi da Conte durante il voto di fiducia alla Camera, fanno sperare che venga abbandonata anche la retorica contro le Ong: le organizzazioni umanitarie spesso si limitano ad agire al posto dei governi, immobilizzati dal timore di ripercussioni elettorali. Inoltre, tra i migranti che raggiungono le coste del nostro Paese, solo una minima parte arriva con le navi delle Ong (solo l’8% dei migranti sbarcati nei primi sette mesi del 2019), mentre la maggior parte lo fa con imbarcazioni di fortuna. Ormai dovrebbe essere chiaro che non esiste alcuna correlazione tra le partenze dalla Libia e i salvataggi in mare da parte delle Ong: i migranti partono in ogni caso, Ong o meno. Abbassare i toni nei loro confronti e affiancarle con rinnovate operazioni di ricerca e soccorso come Triton o Sophia dovrebbe essere la base del nuovo corso del governo per la gestione dei flussi di migranti.

Parlando di azioni a livello internazionale, il nuovo esecutivo non può più rimandare un impegno concreto per ridiscutere in sede europea il regolamento di Dublino, accennato fin dal momento della sua nomina anche dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli. “La proposta approvata a Strasburgo cancella il criterio del primo Paese di accesso e lo sostituisce con un meccanismo di ricollocamento permanente e automatico che obbliga tutti gli Stati membri a fare la propria parte sull’accoglienza”, ha dichiarato già nel 2017 l’europarlamentare Elly Schlein di Possibile, tra le relatrici della riforma. Se questa modifica diventasse realtà si darebbe il via a un meccanismo basato su responsabilità e reciproca solidarietà tra i Paesi europei, oltre a favorire i ricongiungimenti familiari e i legami già esistenti tra un richiedente asilo e uno Stato membro. La riforma al momento è bloccata soprattutto a causa dell’ostruzionismo dei governi del blocco di Visegrad nella sede del Consiglio europeo, che al momento è riuscito soltanto ad approvare la redistribuzione dei migranti su base volontaria.

Per segnare un punto di cesura con il suo recente passato, Conte e il suo nuovo esecutivo devono mostrare maggiore chiarezza, umanità e coraggio nelle scelte politiche, mettere in campo maggiori tutele legali per i migranti e investire sul welfare, tanto per i cittadini italiani quanto per gli stranieri. Se non punterà in alto, questo governo rischia di essere solo un assist alle forze di estrema destra.

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