Il sovranismo sa distruggere, ma non creare. Il suo scopo è farci fallire tutti. - The Vision

Il 2019 non si sta rivelando un anno troppo fortunato per i sovanisti: i loro progetti, specialmente quelli su scala europea, hanno subìto negli ultimi mesi una considerevole battuta d’arresto. Le elezioni europee di maggio sono state una delusione, con un nuovo Parlamento dove i rappresentanti sovranisti sono una netta minoranza rispetto ai gruppi popolari, socialisti e liberali. In alcuni Paesi, tra cui l’Italia dove la Lega ha preso il 34,3% dei voti, i partiti sovranisti e antieuropeisti hanno ottenuto ampi consensi, ma la loro capacità di influenzare la politica di Bruxelles è stata ridimensionata dal voto del 26 maggio. Alcune recenti consultazioni elettorali nazionali vanno in direzione simile: le elezioni regionali tedesche in Sassonia e Brandeburgo sono andate peggio del previsto per il partito di estrema destra Afd, che ha ottenuto molti voti, ma non ha raggiunto l’obiettivo di diventare il primo partito locale.

A ben guardare, i problemi più grandi per il sovranismo durante quest’anno non sono frutto delle sconfitte, ma delle vittorie e dell’incapacità di gestirle. In Italia, Matteo Salvini è riuscito nell’impresa di farsi fuori da solo dal governo, appena dopo aver chiesto “pieni poteri” al popolo italiano dal Papeete di Milano Marittima. Poteri che, in verità, non gli mancavano di certo all’interno dell’esecutivo gialloverde: nel corso di appena un anno è riuscito a imporre una buona parte della sua agenda, a cominciare dai due decreti sicurezza, passando per la legge sulla legittima difesa fino agli ostacoli posti agli allora alleati del M5S durante il voto sulla Tav. Eppure, a un mese appena di distanza dalla sua dichiarazione balneare, Salvini si ritrova oggi all’opposizione, ridotto a manifestare in una piazza deserta, se non fosse per i fascisti che si sono scoperti difensori della democrazia.

La sua parabola è poca cosa rispetto a quanto sta accadendo oltremanica. In Gran Bretagna Boris Johnson, nuovo leader dei Tories e capo del Governo dopo le dimissioni di giugno di Theresa May, ha deciso di forzare la mano sulla Brexit e arrivare a tutti i costi al no deal con l’Unione europea: un’uscita della Gran Bretagna senza alcun accordo e con conseguenze imprevedibili. Il Parlamento britannico, da circa una settimana, si è ribellato alle forzature del Primo ministro, votando una legge approvata dalla regina il 9 settembre, che autorizza il Parlamento stesso a bloccare una Brexit senza accordo e obbliga Johnson a chiedere a Bruxelles un’ulteriore proroga fino al 31 gennaio 2020.

In questo modo si arriverebbe a una proroga di più di dieci mesi rispetto alla data di uscita inizialmente prevista del 29 marzo 2019. A più di 3 anni dal referendum che sancì la volontà di una risicata maggioranza di elettori britannici di uscire dall’Unione europea, tutti i promotori del leave si sono sistematicamente sottratti alla responsabilità di realizzarla, o hanno gettato la spugna: è stato così per Theresa May, alla guida del governo per tre anni con l’unico obiettivo di evitare una Brexit catastrofica. A giugno si è dimessa, dichiarando il proprio fallimento. Ma la palma d’oro dell’irresponsabilità spetta a Nigel Farage: tra i più accaniti sostenitori della Brexit in qualità di leader del partito indipendentista Ukip, si dimise appena qualche giorno dopo la vittoria del sì al referendum. Quest’anno si è presentato alle elezioni europee con il nuovo Brexit Party, che è riuscito a raccogliere oltre il 33% dei consensi alle ultime elezioni europee con l’unico obiettivo di uscire dall’Unione europea. Facile – e conveniente a livello di propaganda – a dirsi, ma quasi impossibile a farsi. Il successo della Brexit è stato costruito indicando l’Unione come l’origine di tutti i mali degli inglesi, ma nessuno ha formulato, in tutti gli anni precedenti e successivi al referendum, un progetto reale, articolato e concreto di una Gran Bretagna fuori dall’Europa.

Neanche il guru statunitense Steve Bannon, ideologo di quella che lui per primo ha definito “internazionale sovranista”, sembra passarsela troppo bene ultimamente. Alla Scuola sovranista che intendeva aprire in Italia è stata revocata la concessione per l’utilizzo della Certosa di Trisulti, nel Lazio: dopo tante proteste della popolazione locale e un’interrogazione di Nicola Fratoianni di LeU, è stato appurato che il fine per cui era stata chiesta la concessione non era compatibile con i requisiti del bando. Persino Donald Trump non sembra più tenere in grande considerazione il suo ex stratega elettorale: l’endorsement offerto a Davos al nuovo governo di “Giuseppi Conte” dal presidente degli Stati Uniti non è andato giù a Bannon, che in varie interviste ha cercato di correggere il tiro e ribadire l’immutata amicizia di Trump e Salvini.

Il sovranismo, a conti fatti, si sta dimostrando un’ideologia e un movimento politico molto abile solo nell’indicare nemici e alimentare la disinformazione per sfruttarla a proprio vantaggio durante le elezioni. Ma quando si tratta di realizzare misure alternative ed efficaci ai problemi denunciati per anni, i diversi leader si scoprono obbligati a improvvisare: sono privi di un progetto concreto, nonostante gli anni trascorsi a fare propaganda su misure rivoluzionarie che avrebbero liberato il popolo dal giogo dell’Europa matrigna.

È questo sicuramente il caso della Brexit, ma non sono da meno i diversi volti del sovranismo italiano: secondo diversi analisti, tra cui il giornalista Emilio Mola che in un post diventato virale aveva previsto la crisi di governo già lo scorso febbraio, uno dei motivi dietro il momentaneo suicidio politico di Salvini sarebbe proprio la coscienza dell’impossibilità di realizzare le sue miracolose promesse economiche. Una cosa sono le leggi demagogiche, fatte per diffondere odio nella società e accontentare i più reazionari sostenitori del governo – dagli integralisti cattolici fan di Fontana e di Pillon, fino ai neofascisti. Altra cosa sono i provvedimenti economici come Quota 100 o la Flat Tax, che richiedono soldi veri per poter essere realizzati, come più volte ha cercato di ricordare il ministro dell’Economia Tria, finendo per diventare lui stesso un capro espiatorio.

Anche il M5S, fresco di inaugurazione del Conte bis con il Pd, ha dimostrato di non essere all’altezza delle sue promesse. Il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia della propaganda di Beppe Grillo da anni, una volta in vigore si è rivelato dallo scarso impatto: non tanto per i numeri tutto sommato esigui che lo riguardano, quanto per il caos che ne ha accompagnato la messa in atto, ben esemplificata dalla figura del navigator. Ora che sta ufficialmente iniziando la seconda fase del programma, le 2980 persone che hanno vinto il concorso pubblico avranno l’incarico di aiutare a trovare un lavoro, entro cento chilometri di distanza dalla residenza, oltre 700mila beneficiari, la maggior parte dei quali al Sud. Le premesse non permettono di immaginare sviluppi positivi ed è lecito avere il sospetto che l’alleanza con il Pd sia un espediente per condividere la responsabilità di un probabile fallimento.

L’incapacità di concretizzare le loro promesse non è una novità per il M5S, come ha dimostrato l’esperienza di Virginia Raggi alla guida di Roma. Anche nella Capitale, il partito ha deciso di appoggiarsi al Pd: l’ultimo punto del programma di governo è dedicato proprio alle risorse che andranno investite per il rilancio della città.

Commentando il voto sulla piattaforma Rousseau, con cui gli attivisti hanno approvato il Conte bis insieme al Pd, Luigi Di Maio ha detto chiaramente che “Siamo e saremo l’ago della bilancia di ogni legislatura”. Ha pronunciato con convinzione una frase che rivela una tremenda debolezza: l’ago della bilancia non ha una direzione propria, ma si sposta in base al peso delle controparti, esattamente come il partito di cui è leader Di Maio.

Per anni anche loro, come gli altri sovranisti, hanno prosperato grazie a una propaganda di opposizione al progetto europeo: tutti abbiamo ascoltato almeno una volta Alessandro Di Battista attaccare l’Europa delle banche e dei “poteri forti”. Lo Ukip Party di Farage nella scorsa legislatura europea ha condiviso con il M5S lo stesso gruppo parlamentare, e fino alla crisi di governo italiana si preparavano a ripetere l’esperienza. A pochi mesi di distanza, dopo aver già contribuito a eleggere l’europeista Ursula von der Leyen come nuova Presidente della Commissione europea, il Movimento starebbe meditando di unirsi al gruppo dei Verdi, tra i più convinti sostenitori dell’ideale fondativo dell’Europa unita.

L’ennesima giravolta grillina è un segnale della difficoltà del sovranismo a trovare un’identità da poter contrapporre a quella europea: oltre la retorica di Di Maio, la propaganda d’odio di Salvini, le minacce e gli attacchi all’ordinamento democratico di Johnson non rimane molto altro. Il discorso dei sovranisti si costruisce per contrapposizione: l’Unione europea, il nemico comune, è il soggetto che fornisce la narrazione su cui si fondano. Persino la diffusione dell’odio contro gli immigrati perde efficacia, senza un simbolo di potere come Bruxelles cui potersi contrapporre nel ruolo delle vittime. Il loro problema è che tale simbolo non esiste solo sul terreno della rappresentazione: pur piena di contraddizioni e di punti da migliorare, l’Unione europea è una realtà. Precede il sovranismo e può fare benissimo a meno dei sovranisti. Molto più di quanto i sovranisti possano fare a meno dell’Europa.

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