Le guerre compiono un altro crimine imperdonabile: distruggono il patrimonio culturale dei popoli - THE VISION

A inizio marzo, i missili russi hanno colpito Babyn Yar, il memoriale dedicato a una delle atrocità naziste più gravi commesse in Europa, ma anche un simbolo storico e identitario di enorme rilevanza per l’Ucraina. Il memoriale testimonia l’enorme debito di sangue pagato dalla popolazione ucraina, che prima della Seconda guerra mondiale comprendeva 2,5 milioni di ebrei, spazzati via quasi completamente dalle deportazioni e dalla Shoah; considerando le insistenze di Putin sulla diffusa presenza di nazisti nel Paese, l’incidente di Babyn Yar non sembra un caso ma un atto funzionale alla narrazione del governo russo, per cancellare le testimonianze di quanto, in realtà, gli ucraini dai nazisti abbiano subito in cinque anni di guerra. Il tentativo di cancellare cultura e identità locali, edifici e monumenti compresi, è una strategia frequente durante guerre e occupazioni. 

Babyn Yar, Kyiv

Non è un mistero che per Vladimir Putin l’Ucraina sia stata creata da Lenin e dai suoi successori Stalin e Chruščëv, che per costruirla in modo artificiale avrebbero mutilato parti del territorio storico della Russia; colpire le espressioni materiali di quell’identità vorrebbe dire, per Putin, dimostrare di avere ragione quando afferma che gli ucraini sono russi. La propaganda e le sue interpretazioni della storia sono da sempre strumenti della guerra e l’Ucraina è ricchissima di questo tipo di testimonianze dal valore simbolico, oggi minacciate: dal pettorale d’oro degli Sciti – alla cui civiltà appartengono altri reperti sottratti durante il periodo sovietico e trasferiti in musei russi – ai resti degli antichi insediamenti greci e romani in Crimea, alla cattedrale di Santa Sofia a Kiev, che sta alla chiesa ortodossa, e quindi anche ai fedeli russi, come la basilica di San Pietro a Roma sta alla chiesa cattolica.

Vladimir Putin

Ecco perché i cittadini di Lviv (Leopoli in italiano) stanno lavorando per mettere al sicuro le opere d’arte della città, che ha una valenza speciale perché il suo centro storico è la testimonianza materiale della diversità etnica e culturale che da secoli caratterizza l’Europa centro orientale, nonostante i numerosi tentativi di omologarla dell’impero di turno. Lviv rappresenta al tempo stesso il cuore dell’Ucraina – anche perché nel Diciannovesimo secolo divenne il centro dell’attivismo politico nazionale ucraino – e un fulcro multiculturale, con consistenti minoranze di cattolici polacchi, ebrei e greco-cattolici, tra gli altri, il cui sviluppo culturale, politico ed economico è stato fortemente connesso alla storia europea. Non a caso il centro storico della città, frutto di questa storia multiculturale, dal 1998 è inserito nell’elenco dei patrimoni dell’umanità Unesco. 

Ucraina, 2022

La minaccia russa nei confronti di città storiche e monumenti non è una novità: da sempre, le guerre non implicano solo conquiste territoriali e devastazioni, ma anche obiettivi di carattere culturale e simbolico, colpendo i quali si abbattono il lascito di intere civiltà e le radici identitarie del popolo che si vuole assoggettare. Nella stessa Ucraina, per esempio, già Stalin aveva associato lo stile barocco cosacco locale al nazionalismo ucraino e per questo aveva cercato di distruggere tutte le opere che ne erano espressione.

E non a caso un conflitto sanguinoso e con forti implicazioni identitarie ed etniche come quello in Bosnia Erzegovina è stato costellato dalla distruzione di simboli culturali importanti, come la Vijećnica, la biblioteca nazionale di Sarajevo, che venne distrutta nell’agosto del 1992 dalle bombe serbe durante l’assedio alla città, in quello che è ritenuto il più grande incendio doloso  ai danni di una biblioteca nella storia contemporanea. L’anno dopo, la stessa guerra fece un’altra vittima illustre: lo Stari Most (“Ponte Vecchio”), un ponte ottomano del Sedicesimo secolo che collega le due parti della città di Mostar. Costruito nel 1566 su progetto dell’architetto Mimar Sinan, fu preso di mira per l’importanza strategica e abbattuto il 9 novembre 1993 da circa 60 granate croate, ma la sua distruzione è stata anche un deliberato attacco culturale; il ponte, infatti, collegava le due sponde del fiume, abitate rispettivamente dalla comunità musulmana e cristiana, ed era quindi un simbolo di unità. Inserito nella lista Unesco dei patrimoni dell’umanità, lo Stari Most è stato ricostruito usando le tecniche antiche, per essere riaperto nel 2004 in una cerimonia che ha celebrato la riconciliazione delle due comunità.

Vijećnica, la Biblioteca Nazionale di Sarajevo va a fuoco dopo i bombardamenti, 1992
Il Ponte Vecchio di Mostar dopo la distruzione nel 1993

Nello stesso periodo in cui iniziavano i lavori di ricostruzione dello Stari Most, in Afghanistan i Talebani prendevano a cannonate i Buddha di Bamiyan, due statue monumentali di Buddha datate tra il Sesto e il Settimo secolo dopo Cristo, scolpite nella roccia. Fin dall’agosto 1998 i Talebani, che avevano preso il controllo dell’area, avevano annunciato l’intenzione di distruggere le due statue, per cancellare la memoria visibile dell’antica presenza buddista della regione; per impedirlo era intervenuto il  mullah Omar, con un decreto secondo il quale le statue avrebbero potuto essere risparmiate e sfruttate come fonte di introiti per il settore turistico. Il 27 febbraio del 2001 la frangia oltranzista dei Talebani ebbe la meglio nella discussione e a inizio marzo  iniziò la demolizione che, tra mine anticarro e colpi d’artiglieria, fu completata in un paio di settimane.

Buddha di Bamyan, Afghanistan

Oggi dei Buddha di Bamiyan restano solo i profili nella roccia, inseriti nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco nel 2003; l’impressione suscitata dalla loro distruzione fu particolarmente forte perché questa era stata preannunciata: un deliberato, sistematico tentativo di cancellare le differenze culturali, etniche e religiose che caratterizzano storicamente l’Afghanistan e di appiattire la realtà alla narrativa più funzionale alla propaganda dei Talebani.

Alcuni uomini afgani davanti alle rovine dei Buddha di Bamyan

Più di recente, l’antica città di Palmira (in arabo Tadmor), in Siria, ha subito pesanti devastazioni. Sotto il controllo dell’Isis dal maggio del 2015 al marzo 2016 – quando fu riconquistata dall’esercito siriano con la collaborazione dell’esercito russo – Palmira è Patrimonio dell’umanità dall’Unesco per il suo ruolo di centro culturale del mondo antico. Nell’estate del 2015 i miliziani di Daesh hanno distrutto con delle cariche esplosive i due dei templi meglio conservati del sito, quello di Baal – risalente al 32 d.C. e di cui rimanevano la parte centrale e il colonnato – e quello di Baalshamin, di un secolo più recente, più piccolo e meglio conservato; assieme a questi furono distrutti anche l’arco di trionfo, le antiche tombe e i templi romani, con il duplice intento di procurarsi reperti da vendere sul mercato nero e di cancellare il passato della regione.

Distruzione del tempio di Baal Shamin a Palmira, 2015

Oltre alle vestigia storiche, cadde vittima dei miliziani dell’Isis anche Khaled Asaad, direttore del sito archeologico e del relativo museo di Palmira fino al 2013, colpevole di aver nascosto decine di statue e reperti in un luogo sicuro, e per questo ucciso nel luglio 2015. Il modus operandi è quello tipico dei miliziani dell’Isis, che lo hanno applicato anche in Iraq, dove hanno devastato il sito archeologico di Nimrud, nei pressi della città di Mosul, e quello assiro di Hatra.

Il sito archeologico di Nimrud distrutto dall’Isis, 2016

Khaled Asaad

Non deve stupire che oggi tra i bersagli della guerra in Ucraina ci siano le espressioni materiali della storia e dell’identità del Paese: quello di Putin è un atto di revisionismo storico e in quanto tale passa anche attraverso le attestazioni materiali della storia. Se l’ennesimo tentativo di negoziato andrà a buon fine e l’occupazione dell’Ucraina finirà, sarà il momento di fare la conta dei danni, di recuperare quanto possibile e di restaurare il resto. Oggi sia lo Stari Most di Mostar che là Vijećnica di Sarajevo sono stati ricostruiti, mentre subito dopo la liberazione di Palmira l’Unesco ha avviato una missione internazionale per promuovere il recupero e la ricostruzione dei siti distrutti o compromessi dalla guerra, per sottolinearne il valore culturale e, quindi, anche identitario e simbolico. Gli edifici, se distrutti, possono infatti essere ricostruiti, ma la cicatrice lasciata dalla tentata cancellazione della storia, della cultura e dell’identità locale resterà come un perenne monito.

A sottolinearne il valore sono le parole di Umberto Eco, che in occasione della Dichiarazione di Expo 2015 dedicata alla difesa dei tesori materiali culturali e sottoscritta dai ministri della Cultura di oltre 80 Paesi, commentò che la bellezza non ci salverà affatto e sarebbe ingenuo pensare che “con il contatto culturale si possano salvare i bambini che muoiono di fame in Africa”; non di meno, come sottolineò il professore nella sua lectio magistralis, “la diffusione della cultura e della conoscenza reciproca dei patrimoni culturali dei vari Paesi può costituire uno degli elementi di salvezza per un mondo sempre più globalizzato”. E oggi, ancora, è in nome di quella reciproca conoscenza tra i popoli che bisogna preservare ancora una volta il patrimonio culturale dei Paesi colpiti dalla guerra. 

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