Altro che Quota 102 o 104: per garantire ancora le pensioni va investito tutto sul lavoro giovanile - THE VISION

In queste settimane, con l’iter di approvazione del documento programmatico di bilancio in corso, si è tornati a parlare di pensioni e tenuta del sistema previdenziale italiano. Come ogni governo da trent’anni a questa parte, anche l’esecutivo Draghi si trova a far fronte al nodo pensioni e a mediare con i sindacati in uno scenario sempre più critico, ulteriormente inasprito dalla pandemia. La soluzione di breve termine, per ora sviluppata per mitigare gli effetti di Quota 100 – insostenibile dal punto di vista finanziario – è Quota 102, che prevede l’uscita dal lavoro con 64 anni di età e 38 di contributi, ma che va vista in un’ottica transitoria dato che sarà effettiva solo per il 2022. Il presidente del Consiglio Draghi, infatti, ha dichiarato che a partire da gennaio si aprirà un tavolo di lavoro per rivedere la legge Fornero, in modo da arrivare al 2023 con una riforma organica delle pensioni che sia strutturale e ponga fine alle continue misure, rinnovate di anno in anno, che impediscono di mettere in atto un piano efficace e sostenibile nel lungo periodo.

La cosiddetta legge Fornero, entrata in vigore nel 2012, è attualmente la disciplina italiana di riferimento per il regime pensionistico. Tuttavia, per quanto questo impianto normativo sia servito a dare ossigeno alle casse dell’Inps, come conferma anche la Corte dei Conti nel Rapporto di Coordinamento della Finanza Pubblica 2021, sulla base della situazione attuale e delle proiezioni future risulta insostenibile per le giovani generazioni con assegni pensionistici troppo bassi e un’età di pensionamento che potrebbe in prospettiva superare i 75 anni. La legge, infatti, per correggere decenni di calcoli retributivi tanto generosi quanto poco lungimiranti, ha previsto un complesso sistema di requisiti che richiedono un tempestivo e ben remunerato ingresso nel mondo del lavoro e che sono agganciati, non solo all’aspettativa media di vita, ma anche all’ammontare dei salari. Così, per andare in pensione a prescindere dall’età anagrafica, sono necessari all’incirca 42 anni di contributi; in alternativa è necessario aspettare i 67 anni d’età con 20 anni di contributi per la pensione di vecchiaia. Per usufruire della pensione anticipata e quindi smettere di lavorare a partire dai 64 anni servono invece 20 anni di contributi e una pensione di almeno 1.288 euro lordi al mese, che corrisponde in media a uno stipendio mensile lordo da lavoro di circa 1.850 euro, una cifra che, vista la situazione attuale del mercato del lavoro, non risulta alla portata di molti giovani. Secondo una recente proiezione della società di ricerca e consulenza finanziaria Smileconomy per Repubblica, tra le categorie dei dipendenti e degli autonomi con redditi netti da 1.000 a 1.500 euro, chi oggi ha 25 anni avrà un’età di uscita tra i 69 e i 73 anni (con una variante legata alla speranza di vita) mentre chi ha redditi inferiori potrebbe arrivare anche a sfiorare i 75 anni come età di pensionamento. Questo è dovuto al precariato che rende discontinua la contribuzione e al principio su cui si basa la legge Fornero (ma anche l’intero sistema contributivo) per cui chi guadagna di più può permettersi di lavorare un minor numero di anni e chi ha salari più bassi è costretto a lavorare fino a un’età avanzata. Inoltre, sempre secondo Smileconomy, se oggi l’assegno copre tra l′80% e il 90% dell’ultimo reddito, tra dieci anni i lavoratori dipendenti otterranno il 55-65% sull’ultima retribuzione e quelli autonomi il 35-45%. 

Sembra chiaro che il patto intergenerazionale sia ormai un ricordo: a fronte di una popolazione sempre più anziana, nel rapporto tra occupati e pensionati l’Italia si posiziona agli ultimi posti in Europa. Questo è senz’altro dovuto a un fattore anagrafico, ma alla radice c’è soprattutto la crisi occupazionale dei giovani e delle donne. Secondo un’indagine condotta da Eures per il Consiglio nazionale dei giovani, a cinque anni dalla fine degli studi, i giovani intervistati hanno lavorato in media per tre anni e mezzo. Solo il 37,2% ha un lavoro stabile, il 26% ha contratti a termine, mentre il 23,7% è disoccupato. Emerge soprattutto una “elevata discontinuità lavorativa” (per il 33,3% degli intervistati) con la maggior parte del campione che riporta una retribuzione inferiore a 10mila euro annui (il 23,9% inferiore a 5mila euro e il 35% tra 5 e 10mila euro) e il 33,7% che percepisce tra 10 e 20mila euro, superati solo nel 7,4% dei casi. Se guardiamo alle donne, scopriamo che la disoccupazione femminile italiana è la più alta d’Europa: secondo i dati Istat 2019, meno di una donna su due in età lavorativa era occupata o in cerca di un’occupazione. Con la pandemia la situazione è peggiorata, tanto che secondo l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), tra il 2020 e il 2021 312mila donne hanno perso o lasciato il lavoro. 

Come fa notare la Corte dei Conti, la “spesa sociale” non risulta tanto “sovradimensionata in quota di Pil”, quanto “significativamente mal distribuita” con “troppe risorse a favore della vecchiaia (pensioni) e poche a favore dei giovani, per le politiche attive del lavoro, per la famiglia e la natalità, contro l’esclusione sociale”. Secondo il già citato report della Corte, questa situazione va letta nel contesto della pandemia, ma anche in relazione a due provvedimenti datati 2019, ossia Quota 100 e reddito di cittadinanza. Sembrano provvedimenti scollegati (il primo è di natura previdenziale e il secondo principalmente assistenziale), ma – dati alla mano – hanno entrambi acuito la crescita della spesa pubblica senza però risolvere il problema dell’occupazione nel lungo periodo. In particolare, Quota 100, vista la durata triennale, sembra adottata ad hoc solo a scopo elettorale e contingente, favorendo tendenzialmente lavoratori stabili con un’importante anzianità contributiva a scapito ancora una volta dei giovani. Inoltre, se Quota 100 era stata pensata anche allo scopo di aumentare la flessibilità in uscita per favorire quella in entrata, nella pratica ha visto un numero limitato di adesioni e la Corte dei Conti ha stimato che solo il 40% dei nuovi pensionati che hanno aderito alla misura saranno sostituiti, con una diminuzione dell’occupazione complessiva di 0,2 punti percentuali. Similmente anche il reddito di cittadinanza non avrebbe dovuto limitarsi a elargire un sussidio senza favorire l’ingresso nel mondo del lavoro e, di conseguenza, nel sistema contributivo. Secondo la Relazione sul rendiconto generale dello Stato per il 2020, pubblicata a giugno 2021 dalla Corte dei Conti, il reddito di cittadinanza, pur confermandosi uno “strumento universale di lotta contro la povertà”, ha mostrato una “scarsa efficacia” come “strumento di politica attiva del lavoro”. Dal 10 febbraio 2021, infatti, su circa un milione di persone, solo 152.673 avevano effettivamente trovato un impiego: circa 1 persona su 7 che riceve il sussidio. 

Con la legge di bilancio il governo sta cercando di introdurre dei correttivi sia per Quota 100 (con il passaggio transitorio a Quota 102) sia al reddito di cittadinanza, rendendo più severi i controlli e incentivando maggiormente l’accesso al lavoro. Questo, però, non è sufficiente. Per ottenere quella che la Corte dei Conti definisce una “necessaria ricomposizione della spesa sociale” è fondamentale ripensare all’impianto odierno del mercato del lavoro (chi lavora, quanto si lavora, come si lavora) che deve puntare sulle politiche attive, mettendo in condizione le nuove generazioni e le fasce più vulnerabili – come donne, precari e i cosiddetti NEET (2,1 milioni in Italia) – di partecipare alla creazione di valore per la società senza sacrificare il proprio benessere. Per fare questo è cruciale puntare prima di tutto sull’occupazione delle donne (secondo la Banca d’Italia con un tasso di occupazione femminile al 60% ci sarebbe un aumento del Pil nazionale del 7%) e delle nuove generazioni. 

In questo senso molte speranze sono riposte nel Pnrr che, pur mancando di voci specificatamente dedicate a queste categorie, sta mettendo in campo misure importanti sia per i giovani (servizi di orientamento attivo per il passaggio scuola-università, borse di studio, potenziamento dei Centri per l’Impiego), sia per le donne (supporto all’imprenditoria femminile, certificazione della parità di genere), sia più in generale per le famiglie (come nel caso dei servizi relativi ad asili nido e scuole dell’infanzia). Un welfare più strutturato, una migliore distribuzione del lavoro di cura, più aiuti alle famiglie e un più equilibrato bilanciamento vita-lavoro porterebbero all’aumento della platea di contribuenti per ciascun nucleo famigliare e sosterrebbero le giovani coppie che vogliono avere figli. Per aumentare la base contributiva, in ogni caso, non si può prescindere anche da politiche per l’integrazione degli stranieri nel tessuto economico e sociale. Poco lungimirante in questo senso è stato escludere dall’accesso al reddito di cittadinanza chi non risiede in Italia da almeno 10 anni: gli stranieri dovrebbero infatti essere visti come una preziosa risorsa per il Paese, anche considerando la bassa natalità e l’invecchiamento progressivo della popolazione. 

Gli italiani, infine, rispetto alla media europea, lavorano un maggior numero di ore in rapporto alla produttività. Si potrebbe quindi pensare a una diminuzione dell’orario settimanale, mantenendo però invariati i salari in un Paese che li vede fermi al palo da decenni: si favorirebbe così una redistribuzione del lavoro e aumenterebbero gli occupati. È il momento di abbandonare provvedimenti di corto respiro per porre al centro il rispetto di un patto di solidarietà tra generazioni troppe volte tradito. Servono politiche ad ampio raggio che guardino alla tutela sociale di coloro che a questo patto non riescono a prendere parte attivamente. Sfruttando le risorse messe a disposizione dal Pnrr è tempo di bilanciare i diversi interessi in campo al di là dei conflitti tra fazioni partitiche e generazionali che, quando è in gioco la dignità delle persone, non dovrebbero trovare lo spazio che invece in questo Paese continua a essere loro garantito nel dibattito pubblico.

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