L’Italia ha la più alta disoccupazione femminile d’Europa. E questo è un problema per tutto il Paese. - The Vision

Quest’anno l’Italia figura tra i Paesi europei che hanno visto l’incremento di punteggio più alto rispetto al 2010 nel Gender Equality Index, il report sull’uguaglianza di genere dell’European Institute for Gender Equality (Eige). Il nostro Paese ha raggiunto infatti il punteggio di 63,5 punti su 100, classificandosi al 14esimo posto su 28 stati, con un incremento di 10,2 punti rispetto a dieci anni fa. Si tratta di un dato positivo, ma l’entusiasmo cala se si guarda in quali ambiti siamo cresciuti: il report, infatti, ci restituisce l’immagine di un Paese in cui a migliorare le proprie condizioni sono soprattutto i vertici della società, mentre per le classi sociali più basse la situazione resta invariata, se non peggiore.

Il miglioramento è avvenuto soprattutto a livello di rappresentanza politica, grazie all’introduzione delle quote di genere che hanno consentito al Parlamento di raggiungere il 35% di presenza femminile; in quella aziendale, con l’obbligo di una presenza minima di donne all’interno dei cda delle aziende quotate in borsa (in questo caso si è passati dal 5% del 2010 al 37% attuale) e infine nell’istruzione superiore, con un aumento del 4% delle laureate (nell’ambito di un aumento complessivo dei laureati). Se queste sono senza ombra di dubbio buone notizie per un Paese che fa ancora molta fatica a riconoscere la leadership femminile, è anche vero che non si può parlare di reale uguaglianza di genere se la stragrande maggioranza delle donne non vede nella propria vita quotidiana alcun progresso.

La nota dolente del nostro Paese continua infatti a essere l’occupazione, che è la peggiore in tutta Europa: solo il 31,3% delle donne ha un lavoro a tempo indeterminato, contro la media europea del 41,5%. Lo stipendio medio femminile resta uno dei più bassi d’Europa ed è di un quinto inferiore rispetto a quello degli uomini. Se la legge sulla parità di trattamento ha introdotto già nel 1971 lo stesso salario per la medesima mansione a prescindere che la svolga un uomo o una donna, la disparità si spiega con la qualità degli impieghi in cui sono maggiormente coinvolte le donne, in media più precari, meno tutelati e sempre più interessati dal ricorso al part time involontario, cioè a un part time imposto dal datore di lavoro, come confermano i dati Istat.

Le donne, in Italia, hanno anche molte meno prospettive di carriera rispetto al resto del continente. Il Career Prospects Index dell’Eige, che valuta l’autonomia nel lavoro, le tipologie di contratto, le possibilità di avanzamento di carriera e la probabilità di essere licenziate in caso di ristrutturazione aziendale, assegna al nostro Paese un punteggio di 52 su 100, contro la media europea di 64.

L’Italia non si è quindi sostanzialmente mossa di un passo rispetto alla situazione occupazionale femminile del 2010 e questo è un segnale molto preoccupante: i dati di dieci anni fa erano fortemente influenzati dalla crisi economica del 2008, ma il fatto che per le donne siano rimasti invariati significa che questo segmento sociale non ha visto i miglioramenti. E la crisi attuale non farà che peggiorare la situazione.

Nonostante i dati raccolti dall’Eige si riferiscano al 2019 e non abbiamo quindi potuto fotografare l’impatto del Covid-19 sulla popolazione femminile, la pandemia resta “un campanello d’allarme per l’uguaglianza di genere in Europa” e “ci ricorda che le disuguaglianze nella nostra società spesso non vengono notate”, come ricorda la direttrice dell’istituto Carlien Scheele. Non solo i Paesi che hanno adottato il lockdown hanno visto un aumento della violenza domestica, Italia compresa, ma, come è scritto nelle conclusioni del report, “le misure di lockdown hanno avuto un impatto significativo sui settori economici con un’alta presenza femminile e sulle professioni svolte in prevalenza da donne. Le donne hanno inoltre visto aumentare il carico della cura dei figli a causa della chiusura delle scuole e degli asili nido, con conseguenze particolari soprattutto per le madri lavoratrici”.

Questo vale in modo particolare per l’Italia, dove la maggior parte del lavoro domestico e di cura, in condizioni normali, è svolto dalle donne. L’81% delle italiane svolge ogni giorno faccende domestiche, contro il 18% degli uomini. Se in questo caso il divario con la media europea (79%) è minimo per le donne, la forbice si allarga al maschile: la percentuale di uomini che svolge ogni giorno i lavori di casa si alza al 34% nel resto dell’Europa, quasi il doppio rispetto al nostro Paese – una percentuale ancora molto lontana dalla parità. Questo si riflette anche sul tempo libero a disposizione delle donne: solo il 23,6% ha tempo per svolgere più volte alla settimana attività sportive, culturali o ricreative. Durante il lockdown abbiamo tutti potuto constatare l’importanza di svolgere queste attività, soprattutto per il benessere psicologico.

Nella conferenza stampa che ha accompagnato la presentazione del Gender Equality Index, Carlien Scheele ha stressato l’importanza di adottare una prospettiva di genere nell’utilizzo del Recovery Fund, un appello condiviso in Italia da molte politiche e anche dalle parti sociali, come le organizzazioni femministe che si sono riunite nel convegno “Il cambiamento che vogliamo. Proposte femministe a 25 anni da Pechino”.

Come fa notare la direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini su Repubblica, le attuali linee guida del Recovery Fund non tengono conto dell’uguaglianza di genere, un tema che va al di là della questione sociale: secondo la Banca d’Italia, se l’occupazione femminile arrivasse al 60% aumenterebbe il Pil del 7%. Le linee guida menzionano sì il tema del lavoro, ma parlano di un generico “aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali”: attualmente più della metà delle donne che vivono in Italia è disoccupata e il motivo non è la scarsa voglia di lavorare, ma l’impossibilità di farlo in un sistema dove la cura grava quasi interamente sulle loro spalle e dove si viene sistematicamente penalizzate. Nel momento in cui si forma una famiglia, bisogna prendersi cura di un figlio e non esiste una rete di welfare accessibile, è spesso la donna a lasciare il lavoro o a ridurre le ore lavorate. Lo stesso accade quando ci si deve prendere cura di una persona anziana in famiglia o di una persona con disabilità.

Per anni le misure di austerità hanno colpito soprattutto sanità e welfare, perché i soldi non c’erano. Ora i soldi ci sono, o perlomeno ci saranno, e devono essere investiti in politiche di genere. Gli ambiti su cui intervenire non mancano: gli asili nido, che per ora coprono soltanto il 25% dei nuovi nati, le strutture assistenziali per gli anziani, i progetti di Vita indipendente che garantiscono l’autonomia e l’autosufficienza delle persone con disabilità, i congedi familiari con il potenziamento di quelli di paternità, i centri antiviolenza. Ma anche solo investendo in sanità e assistenza – settori a prevalenza di forza lavoro femminile — secondo le stime degli esperti, avremmo 2 milioni e 300mila occupati in più, di cui 1 milione e 700mila donne.

La ripresa dalla pandemia, a livello globale, non può continuare a ignorare le esigenze di metà della popolazione. Di questo passo, secondo il Gender Equality Index, la parità di genere sarà raggiunta in Europa soltanto fra sessant’anni. Al di là dei grandi progressi che anche il nostro Paese ha fatto in termini di leadership e rappresentatività politica, in questo momento tutti gli sforzi devono concentrarsi sul tema dell’occupazione. Dal 2010 a oggi in tutta Europa è proprio questo settore che, secondo Eige, ha avuto l’incremento minore per quanto riguarda l’uguaglianza di genere.

Nell’immediato, l’impatto del Covid-19 sul mondo del lavoro sarà simile per uomini e donne, ma sul lungo periodo, secondo le previsioni, saranno ancora una volta le donne a pagare il prezzo maggiore, partendo peraltro da una situazione già estremamente svantaggiata. Se anche l’European Fiscal Board ha ammesso il fallimento dell’austerity a livello europeo, non possiamo permetterci che un singolo centesimo del Recovery Fund venga sprecato e non investito in ciò che, mancando, ha determinato la disfatta sociale, economica e sanitaria che rappresenta questa pandemia: servizi pubblici, accessibili e universali.

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