Se i giovani vogliono la dittatura è perché li abbiamo convinti di non valere niente - THE VISION
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Secondo un recente sondaggio pubblicato sul Times, in Gran Bretagna più della metà dei giovani auspica un ritorno alla dittatura. L’attesa dell’“uomo forte” che, da solo, riporti ordine e metta un freno a crisi e malcontento, sembra infatti farsi largo in modo inquietante tra i giovani tra i 13 e i 27 anni, la cosiddetta Gen Z. È il 52% di loro a sostenere che “oggi il Regno Unito sarebbe un posto migliore, se ci fosse un leader forte al potere che non deve preoccuparsi di elezioni e Parlamento”. Ma questo recente aumento di appeal dell’autoritarismo a scapito della democrazia – che travalica i confini della Gran Bretagna e sembra colpire anche l’Italia – ci dice molto sulla disillusione delle nuove generazioni e sulla loro stanchezza: è così che si smette di credere in concetti, ai loro occhi ormai vuoti, come democrazia, partecipazione politica e cittadinanza attiva. Così rimangono lì, fiacchi e delusi per l’assenza di prospettive, ad aspettare qualcuno che, solo, arrivi a salvarli.

“La libertà non è avere un’opinione, libertà è partecipazione”, cantava Gaber, ma il suo uomo libero oggi ci appare antiquato, anacronistico. E non sono solo i dati sull’astensionismo a preoccupare: la cesura tra cittadini e politica è sempre più netta. Il malcontento, tra giovani e meno giovani, è diffuso; tutti ne vorrebbero venire fuori, ma sembra che in pochi credano di poterlo fare attraverso una democrazia che, in Occidente, attraversa la sua fase più buia dal secondo dopoguerra. E poiché le forze democratiche appaiono sempre più deboli, si (ri)comincia ad attendere, ansiosi, l’arrivo di un dittatore, di qualcuno che rimetta tutto a posto.

Un bisogno proprio dell’infanzia, quello di lasciare che sia qualcun altro a prendersi cura di noi che non siamo – ancora – in grado di responsabilizzarci. Tutti, da bambini, viviamo dentro a una dittatura in senso lato, in cui gli adulti di riferimento – genitori, insegnanti – decidono per noi, ancora incapaci di autodeterminarci. Ma questa fase dovrebbe avere fine già durante l’adolescenza, quando si comincia a definirsi anche attraverso la ribellione a certe imposizioni degli adulti; quando alla morale eteronoma inizia ad affiancarsi quella autonoma, che rende sempre più insopportabile vivere all’interno, appunto, di una dittatura. Finché non si diventa adulti, autori di pensieri propri e di azioni di cui si è responsabili in tutto e per tutto, e inizia la fase, possiamo dire, democratica dell’esistenza. Ecco, i “giovani adulti” di oggi sembrano intrappolati nella prima fase della vita: quella infantile, quella in cui la dittatura sembra l’unica via praticabile.

Ma non è difficile individuare le ragioni per cui ci si ritrova intrappolati in questa infanzia eterna, in cui le dittature seducono quasi come luoghi sicuri, capaci di contenerci, e di restituirci protezione e calore. Da tempo, ormai, cresciamo i giovani a pane, insicurezze e senso di inadeguatezza, costringendoli, da un lato, a misurarsi tutti i giorni con esempi di eccellenze, nello studio e non, che spesso è semplicemente irrealistico eguagliare; e dall’altro lato li lasciamo sprofondare in un abisso in cui qualunque obiettivo si prefiggano, qualunque risultano raggiungano, la precarietà economica ed esistenziale, in futuro, sarà sempre lì ad aspettarli. L’instabilità sotto ogni punto di vista è un pericolo con cui – e le nuove generazioni lo sanno bene – dovranno misurarsi costantemente, a prescindere dalle competenze che svilupperanno, dall’impegno che ci metteranno, a prescindere dal loro “merito”, dalle scelte di vita che faranno, dalla loro coscienziosità e competenza, così come dalla passione con cui si muoveranno nel mondo. 

Forse tra loro riuscirà a emergere chi avrà avuto la fortuna di nascere in una famiglia privilegiata ma, anche in questo caso, potrebbe comunque ritrovarsi a dipendere dai genitori benestanti per tutta la vita. A far riferimento, dunque, sempre da qualcun altro, da quegli stessi adulti che spesso non fanno altro che sminuirlo. I giovani dell’era digitale infatti sono costantemente oggetto, da parte dei più grandi, di giudizi implacabili, stereotipati, riduttivi: stanno sempre col cellulare in mano, sono svogliati, viziati e maleducati, inseguono gratificazioni effimere, non sanno più annoiarsi, e giù vagonate di retorica francamente insostenibile in cui il boomer intellettualoide di turno rievoca i momenti della sua infanzia in cui si annoiava a morte, allora prendeva un foglio, una matita e iniziava a disegnare.

Oppure sono colpevoli di ascoltare musica di serie B, a cui talvolta non viene nemmeno riconosciuta la dignità di musica: considerata un’accozzaglia di frasi violente e antieducative, che gli adulti si rifiutano di ascoltare. Non c’è quasi mai la curiosità di capire perché i giovani apprezzino certa musica, di cercare le motivazioni alla base, per esempio, del successo della trap: no, le nuove generazioni hanno un pessimo gusto, è per forza questo il motivo. E naturalmente non credono nel futuro, non hanno ideali, restano dietro i loro schermi invece di scendere in piazza a manifestare – poi se lo fanno li manganelliamo, ma questa è un’altra storia.

La realtà però è molto diversa da come la descrivono gli adulti più maturi. Oggi i giovani, per la maggior parte, capiscono e parlano l’inglese fluentemente, cosa che gli stessi boomer, alla loro età, si sognavano di fare. Molti di loro hanno una grande capacità di introspezione, un’intelligenza emotiva e un altissimo grado di sensibilità rispetto a disuguaglianze e discriminazioni, alla violenza di genere, al cambiamento climatico – cose che nemmeno noi alla loro età avevamo tanto sviluppate. Forse è questo che pesa accettare: che i giovani di oggi siano più avanti, sotto tanti punti di vista. Così, quello che involontariamente facciamo è disarmarli prima che la loro energia diventi dirompente. Li rendiamo insicuri, li convinciamo di non essere mai abbastanza; intanto costruiamo loro intorno un mondo invivibile, in cui qualsiasi impiego di energie è vano. E quelli, pur con le loro capacità e competenze, continuano a percepirsi come bambine e bambini inadeguati, non all’altezza di agire e di autodeterminarsi. E disperati finiscono a sognare la dittatura.

L’Italia in particolare è un Paese che resta in mano ad adulti figlicidi, alcuni di loro aggrappati a privilegi e poltrone, ma comunque tutti tesi a rievocare la propria fantomatica età dell’oro, che ci ha portato dove siamo oggi e di cui la Gen Z raccoglie le macerie. Si è creata una frattura che pare insanabile tra i nati dagli anni Novanta in poi da un lato, figli e nipoti di un mondo narrato come corrotto e povero in ogni suo segmento; e i nostalgici dei bei tempi andati dall’altra, che continuano a tenere in pugno ciò che conta, in un’Italia che è a tutti gli effetti una gerontocrazia; che osservano dall’alto verso il basso queste “nuove generazioni perdute”, schiacciate da un sistema che pretende da loro energia, risorse, fatica e, in cambio, restituisce poco o nulla. 

Se le nuove generazioni attendono l’arrivo di un dittatore c’è da preoccuparsi, certo, ma forse non c’è da stupirsi più di tanto. La democrazia richiede energie, la partecipazione politica del singolo muove da una motivazione forte, dalla consapevolezza di poter incidere concretamente sul proprio futuro e su quello collettivo. Noi i giovani li castriamo ogni giorno, prosciughiamo le loro energie, li portiamo a pensare di essere di inermi di fronte al futuro e al crollo degli ideali. Se attendono che sia qualcun altro a fare il lavoro per loro, a salvarli dall’abisso in cui li vediamo sprofondare, non è perché sono pigri o svogliati, ma perché li abbiamo convinti di essere orpelli di un sistema che va avanti – male – anche senza il loro contributo; un sistema che li ha resi eterni bambini, che gli fa attendere un supereroe senza macchia e senza paura che li salvi dalla voragine che si spalanca davanti a loro.

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