Perché è un problema vedere che tanti padri italiani "comprendono" Grillo - THE VISION

“Se dovete arrestare mio figlio, che non ha fatto niente, allora arrestate anche me, perché ci vado io in galera”, queste le ultime parole che Beppe Grillo ha pronunciato nel video, ormai diventato virale, in difesa del figlio Ciro, accusato di aver violentato una diciannovenne nella notte del 17 luglio del 2019. Responsabili della presunta violenza insieme a lui sarebbero tre suoi amici, tutti intorno ai vent’anni di età. Il fondatore del Movimento Cinque Stelle difende con veemenza il figlio, adducendo una dopo l’altra motivazioni che, a suo dire, ne proverebbero l’innocenza: “Sono [stati] lasciati liberi per due anni. Perché non li avete arrestati subito? […] Perché vi siete resi conto che non è vero niente, non c’è stato alcuno stupro. […] C’è un video, passaggio per passaggio, e si vede che c’è la consensualità: un gruppo che ride, ragazzi di diciannove anni che si stanno divertendo”.

In risposta al video sono arrivate dichiarazioni da parte di membri del Movimento, politici e altri personaggi noti che, pur non schierandosi a favore delle argomentazioni di Grillo, hanno relativizzato la gravità delle sue affermazioni  dichiarando di comprendere le angosce e la sofferenza di un padre. Dall’ex premier Giuseppe Conte alla sindaca Virginia Raggi, in tanti si sono immedesimati, ma non tutti hanno badato a evidenziare l’amara realtà emersa da questo accaduto: un padre che vuole proteggere a tutti i costi suo figlio, sfruttando la propria popolarità anche quando sussiste la possibilità che quest’ultimo abbia commesso un reato.

Giuseppe Conte
Virginia Raggi

A questo proposito, è sempre più urgente interrogarsi sugli effetti che una simile dinamica genitoriale può sortire sulle nuove generazioni. C’è da chiedersi se sia davvero oltre che comprensibile accettabile che il padre di un ragazzo indagato per violenza sessuale sostenga a gran voce che la denuncia della giovane non sia attendibile perché avvenuta “dopo 8 giorni” o perché “al pomeriggio va in kitesurf”. Verrebbe da dire che non lo sia e che le dichiarazioni del comico non abbiano giustificazioni. Il video di Grillo è irrispettoso per la presunta vittima e antipedagogico. In un impeto di ira ha infatti pronunciato in maniera impropria espressioni come “stupratore seriale” e frasi come “La legge dice che gli stupratori vengono presi e messi in galera, interrogati in galera o ai domiciliari”, che mostrano peraltro all’apparenza di ignorare cosa prevede la legge in questi casi. Grillo, inoltre, ha fatto riferimento a un video, che secondo lui proverebbe che il figlio e gli altri “si stavano solo divertendo” e che la ragazza era consenziente. Un concentrato di affermazioni inopportune, oltre che superficiali e in alcuni casi scorrette, che ciononostante molti hanno descritto come una reazione comprensibile. 

Ma proprio questa larga comprensione innesca una riflessione sulla genitorialità all’italiana, che avalla i comportamenti esageratamente protettivi di padri e madri, secondo cui i propri figli sono sempre i migliori, i più meritevoli e dunque incapaci di azioni scorrette o condannabili. Questa tendenza diffusa nell’Italia contemporanea genera una problematica: abituati all’appoggio perpetuo dei genitori, i figli faticano a staccarsi dalla famiglia d’origine e a formarsi come individui autonomi, capaci di inserirsi all’interno della società. Inoltre, va detto che questi genitori, con le loro azioni, spesso finiscono per sortire l’effetto contrario rispetto a quello auspicato, dimostrando di non essere in grado di riconoscere limiti e confini della loro funzione. 

Beppe Grillo sembra essere il caso emblematico di questa diffusa tendenza tra i genitori a proteggere i figli a oltranza e, di conseguenza, a deresponsabilizzarli anche da adulti. Ogni genitore si sente inevitabilmente responsabile del comportamento del figlio, anche quando quest’ultimo diventa maggiorenne e oltre. Madre e padre sono i primi educatori e, poiché i bambini apprendono gli schemi comportamentali imitando gli adulti, l’esempio che ricevono in casa influisce in maniera considerevole sulla loro crescita. Il bambino impara a essere adulto osservando i suoi modelli di riferimento ma, nel processo educativo, non è raro che qualcosa vada storto, dato che i fattori in gioco sono tanti e complessi. Il rapporto genitori-figli negli ultimi decenni ha subito una progressiva metamorfosi, con i primi che vengono meno sia alla propria funzione regolativa che a quella normativa, aumentando a dismisura la protezione e la difesa dei bambini. Accade spesso che un genitore che prova un senso di colpa verso il figlio – perché per impegni lavorativi o di altra natura non può dedicargli molto tempo – sopperisca a questa mancanza accontentandolo sempre.

Questo è un fenomeno sociale sempre più diffuso e interferisce negativamente sulla crescita dell’individuo autonomo, che dovrebbe sviluppare la capacità di provare empatia e inserirsi nella società. A questo proposito sentiamo spesso i più maturi accusare i giovani di essere viziati: oggi i padri e le madri tenderebbero a dare tutto ai propri figli, privandoli della capacità di conquistare i traguardi con l’impegno e la pazienza. Questa affermazione non è del tutto scorretta, anche se è molto riduttiva. Vero è che molti genitori hanno l’abitudine di concedere ai figli tutto ciò che chiedono come simbolo di amore e accudimento, ma in questo modo ai bambini viene spesso a mancare ciò di cui hanno realmente bisogno: regole e limiti. Per sviluppare una corretta rappresentazione di sé e dell’altro e uscire dalla percezione di onnipotenza propria dell’infanzia, un bambino ha infatti bisogno non soltanto di cure, ma anche di una giusta dose di frustrazione. Mostrarsi fermi di fronte ai capricci di un figlio quando questo è piccolo e stigmatizzarne i comportamenti sbagliati mentre cresce è in realtà uno dei più grandi gesti d’amore che un genitore possa fare, perché lo rende più consapevole.

Per i bambini e i ragazzi di oggi, inoltre, è ancora più difficile sviluppare una corretta percezione dell’altro, perché la vita virtuale, mediata dallo schermo del computer e dello smartphone, riduce le occasioni di confronto, influendo negativamente sulla formazione sociale. Dalle scarse opportunità di dialogo e di esperienza reale con i coetanei può scaturire la tendenza a isolarsi e di conseguenza l’abitudine di non rispettare l’identità e la dignità altrui, in quanto l’altro viene deumanizzato e percepito come oggetto. Ciò arriva talvolta a degenerare in ingiustificabili atti di prevaricazione, bullismo o violenza (sessuale e non). Negli ultimi anni sono in aumento anche gli atti di vandalismo, nonché di oltraggio a figure autorevoli come quelle degli insegnanti, che sempre più spesso si trovano a ricevere le accuse di genitori indignati perché il figlio ha ricevuto un brutto voto o una nota sul registro. Questo meccanismo, però, porta i ragazzi a sviluppare un sistema di valori precario, una scarsa capacità di riconoscere l’autorevolezza di alcune figure di riferimento e una tendenza a comportamenti deprecabili. È necessario, quindi, che i genitori intervengano sia per guidare i figli e indirizzarli verso una condotta eticamente corretta, sia per redarguire eventuali comportamenti che travalicano i limiti del rispetto per gli altri.

In questa situazione i genitori hanno una consistente responsabilità, poiché spesso sono i primi a non redarguire mai i figli come dovrebbero. La causa di questi comportamenti indulgenti va addotta a un bisogno narcisistico di essere amati e approvati dai figli, con la conseguenza che non si riesce a essere severi e repressivi quando serve. Un genitore immaturo può essere anche colui che, di fronte a un figlio accusato di reato grave, applica il meccanismo di rimozione della realtà al fine di autoproteggersi, per non dover fare i conti con il fallimento del proprio sistema educativo. Ma in questo caso parliamo di Beppe Grillo, che oltre a essere uomo e padre è anche un personaggio politico, che non ha valutato la risonanza che certe parole avrebbero avuto; o che forse l’ha anche fatto, pensando fosse una buona idea. Un genitore che dice “Arrestate anche me”, forse, riconosce la propria mancanza e se ne fa una colpa, ma così facendo continua a deresponsabilizzare il figlio, rischiando di danneggiare ulteriormente la sua crescita emotiva ed etica.

Negli anni del boom economico, in Italia, la realtà dei giovani che ottenevano tutto e subito – e che per questo sviluppavano comportamenti immaturi ed egoriferiti – sembrava riguardare in maniera quasi esclusiva l’alta borghesia: il figlio di papà che sfoggiava la moto costosa a soli quattordici anni e l’auto di lusso all’indomani del diploma era un simbolo di una generazione che non aveva imparato a conquistare certi traguardi autonomamente. Questo sistema antipedagogico aveva generato uno stuolo di adolescenti che imparavano a riconoscere il prezzo delle cose e non il valore delle persone, e che a volte finivano col riempire il proprio vuoto emotivo con comportamenti dissoluti e abusanti.

Sono tanti i genitori che si rifiutano di guardare nell’abisso emotivo dei propri figli, che minimizzano le loro colpe, li difendono a prescindere e puntano l’attenzione sui comportamenti della presunta vittima. Questa persistente tendenza a perdere lucidità di valutazione, quando a macchiarsi di una colpa è un proprio familiare, corrisponde a una ramificazione di quel familismo che, nel 1958, portò Edward C. Banfield a formulare il concetto di “familismo amorale”. Questo concetto descrive il comportamento di chi persegue il mero interesse dei membri della propria famiglia nucleare, ignorando il bene della comunità. Cercare il male sempre altrove e mai all’interno delle mura domestiche è una facile e altamente dannosa scappatoia per non dover rimettere in discussione il proprio operato di genitori ed educatori, talvolta troppo permissivi, talvolta distratti, e in qualche caso entrambe le cose.

La realtà dei giovani viziati che, privi di riferimenti e disabituati a lottare per ottenere certe conquiste, si rifugiano nel consumismo (anche emotivo) e in comportamenti superficiali, antitetici e, in qualche caso, persino criminali è una problematica sociale sempre più diffusa, che si manifesta in tutte le fasce della popolazione. Sarebbe bene che tutti i genitori iniziassero a osservare con maggiore lucidità il comportamento dei loro figli, in modo da non giustificarli, ma è ancora più urgente che padri e madri, primi educatori delle nuove generazioni, la scuola e la società intera si assicurino che i giovani crescano imparando a riconoscere il valore delle proprie azioni, prima di stimare il prezzo di ogni cosa.

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