Le violenze sulle donne sono la vera emergenza. Lo dicono i dati.

Il profilo Facebook del ministro dell’Interno, che ha di fatto sostituito gli organi di comunicazione ufficiali, ultimamente ricorda una versione più incattivita dell’edizione del Tg cronache. Mentre i dati del ministero dicono che i delitti sono in calo – e lo sono da quasi un decennio, in maniera sostanziale – i social media manager di Matteo Salvini dipingono un’Italia sempre più simile a un quartiere malfamato di Caracas. Neanche a dirlo, secondo il vicepremier il clima di terrore che si respira nelle strade della Penisola è imputabile agli immigrati. Anzi, ancora peggio: ai migranti che arrivano oggi sui barconi. Questo, contro ogni evidenza dei numeri, che mostrano come le nazionalità soggetto delle migrazioni odierne siano coinvolte solo marginalmente nel fenomeno, sia per quanto riguardai delitti in generale, che le violenze sessuali nello specifico. Eppure i dati dicono anche qualcos’altro, qualcosa che dovrebbe preoccuparci davvero, ma che non sembra apparire nel radar delle emergenze del ministro: la violenza di genere è un fenomeno diffuso e in peggioramento. Ogni 60 ore una donna viene uccisa.

L’obiezione più comune al ragionamento razionale è che i reati sarebbero in calo perché le persone non denunciano. Ma questo fattore, se è realistico quando si tratta di casi di stalking, stupro o violenza – in cui i fattori psicologici, come il senso di vergogna o la paura, sono molto rilevanti – lo è meno quando si tratta di furti e rapine. Il calo costante dei delitti registrato negli ultimi anni non è una peculiarità italiana. In America studiano questo fenomeno dagli anni Novanta, e gli studiosi hanno elaborato molto più di una teoria: dall’impatto della tecnologia alla gentrificazione, dal minor utilizzo di contanti al generale miglioramento dello stato di benessere delle persone. Ovviamente nessuno di questi fattori può essere considerato in maniera totalizzante: si tratta di un mix di circostanze per cui è molto difficile identificare la percentuale di influenza di ciascuna di esse. Allo stesso modo, probabilmente esiste una minor propensione a denunciare piccoli furti, in quanto spesso non portano a una risoluzione favorevole del caso. Ma non si può pensare a questo come un fenomeno per spiegare il minor numero di delitti, anche perché l’argomentazione non regge quando si tratta di furti d’auto o rapine, anche banalmente per questioni assicurative.

Ma come spesso accade quando si tratta di dover combattere una guerra semantica per il potere, il corpo delle donne viene trasformato in un terreno di scontro, specialmente di chi sostiene di volerle difendere. Così, mentre Salvini un giorno sì e l’altro pure rilancia notizie di stupri perpetrati da stranieri – dimenticandosi fortuitamente di dare nota dei due cadetti della polizia accusati di aver violentato una turista tedesca, o del contadino di Bolzano che ha rapito e seviziatoper giorni una quarantaquattrenne polacca – in Italia le donne muoiono, vengono violentate e trasformate in prede dalle ossessioni di uomini ubriachi della cultura del possesso.

Nella stragrande maggioranza dei casi, lo straniero – o persino l’estraneo – non c’entrano affatto: in oltre l’80% dei casi di violenza sessuale commessa a danno di donne italiane, lo stupratore è un connazionale; oltre sei volte su dieci è il partner o l’ex partner – dato che si alza ulteriormente (9 su 10) nei casi, ben più difficili da inquadrare sia giuridicamente che a livello statistico, di atti sessuali di coppia vissuti dalla donna come violenza.

Gli stupri su donne italiane per mano straniera, nonostante dominino le pagine di cronaca delle maggiori testate nazionali e locali, nonché le bacheche di chi spera di guadagnare qualche voto sulla pelle di una quindicenne, rappresentano il 15% delle violenze avvenute al di fuori della coppia – che, di nuovo, sono il 4,6% del totale degli stupri, secondo i dati Istat. Questo significa, che sul totale dei casi di stupro, denunciati e non denunciati, in cui la vittima è italiana, quelli perpetrati da stranieri al di fuori delle mura di casa sono lo 0,06% del totale. Un numero che si discosta molto dal 40%  che aveva dominato i titoli dei quotidiani, e che ancora oggi viene rilanciato, ma che prendeva in considerazione solo una parte del quadro generale. Questo non significa, ovviamente, né che le violenze perpetrate da stranieri siano meno gravi di quelle agite da italiani, e né che la cultura dello stupro sia una prerogativa del maschio italico: infatti, specularmente al dato che mostra come le violenze su donne italiane avvengono in casa, e spesso siano commesse da mariti, fidanzati o ex, anche le donne straniere sono principalmente vittima di connazionali conoscenti.

Inoltre, sempre i dati Istat mostrano come la propensione alla denuncia sia maggiore nei casi in cui a usare violenza è uno straniero: la percentuale delle donne italiane violentate da uno straniero, e che l’hanno denunciato, è pari a circa il 25%, mentre per gli stupri commessi da italiani è del 4,4%. Una spiegazione della maggior propensione a denunciare gli stupri – avvenuti fuori dalla coppia – commessi da stranieri potrebbe risiedere nelle dinamiche di potere: la donna, normalmente in una condizione di subordinazione sociale rispetto all’uomo, guadagna qualche posizione se l’accusato è considerato meno credibile di lei. Quando lo stupro avviene per mano straniera, la vittima sente quindi di essere più protetta, di avere minore possibilità di essere derisa, e quindi denuncia più facilmente. Resta il fatto che circa il 95% delle violenze sessuali per mano italiana non vengono denunciate: un sommerso enorme che forse sarebbe ora di far emergere, incentivando le vittime a denunciare e offrendo loro supporto e protezione.

Dati speculari a quelli della violenza sessuale si riscontrano nei casi di morte violenta: se da un lato gli omicidi sono in calo, le donne rappresentano quasi il 40% delle vittime. Per quanto riguarda gli assassini avvenuti tra le mura domestiche, sette volte su dieci a morire è una donna; un numero che arriva a più di otto casi su dieci quando l’omicida è il partner o l’ex-partner. Nelle regioni del nord Italia, tra il 2015 e il 2016, si è registrato un aumento dei femminicidi del 30%, arrivando a toccare quota 5,5 casi per milione di residenti. Anche i casi nel contesto amicale su tutta la Penisola sono aumentati, nello stesso arco di tempo, del 63%. Per quanto riguarda le donne straniere, sei su dieci sono uccise da un altro straniero, spesso connazionale; quattro su dieci da un italiano.

Ora, quale emergenza direste che dobbiamo affrontare con urgenza? Quella della violenza per le strade – una non-emergenza, visto che gli omicidi sono scesi del 14%, i furti di quasi il 9%, le rapine dell’11% solo nell’ultimo anno (e sono in costante calo da cinque) – o quello dell’estraneo straniero, un pericolo che rappresenta solo lo zero virgola dei casi totali di violenza sessuale? Forse, per una volta, la priorità potrebbe essere un’altra, potrebbero essere le donne; potrebbe essere tentare di estirpare una cultura che porta ancora solo il 35% di coloro che hanno subito violenza fisica o sessuale da partner a ritenere di esser stata vittima di reato; potrebbe essere tentare di debellare quel tarlo che spinge ancora un italiano su sei ad attribuire alla vittima le responsabilità della violenza stessa; potrebbe essere educare gli uomini e le donne a un rapporto rispettoso con l’altro sesso, a superare la logica del possesso che ha portato il 90% delle donne uccise a morire per mano del proprio compagno; potrebbe essere risolvere quel vuoto culturale e giudiziario che porta a imputare solo il 2% dei partner accusati di stupro, disincentivando le donne a parlarne (il 28% delle vittime del proprio compagno non ne parla con nessuno, il 12% non denuncia, contro il 6% di chi subisce violenza da un non partner).

Ma questo non porta voti. È più conveniente far credere agli italiani di avere un problema con gli “zingari” che vanno a rubare nelle case (reato calato del 45% dal 2013 a oggi); è più conveniente convincerli di aver bisogno di un’arma da tenere sotto al cuscino, o di forze dell’ordine dotate di taser – uno strumento nient’affatto a rischio zero – per contrastare la pericolosa propensione al crimine degli “immigrati africani”. Ma cosa succederà quando le pistole acquistate per difendersi da un nemico inesistente saranno facilmente reperibili e potranno essere utilizzate per colpire chi già oggi è una vittima?

Ciò che è certo è che il crimine è in calo, mentre la violenza di genere, in proporzione, aumenta. Il paradosso è proprio qui: mentre il ministro dell’Interno decanta le lodi del suo operato, raccontando di aver contribuito a fare del Paese un posto più sicuro perché ha chiuso i porti a poche centinaia di richiedenti asilo, contraddice gli stessi dati usciti dal Viminale, che dimostrano il nulla argomentativo della propaganda leghista, volta a fare rumore più che a trovare soluzioni ai problemi reali degli italiani e delle italiane.

Su questo, nessun ministro degli Interni negli ultimi sette anni può dire di essere intervenuto in maniera sufficiente, visto che i dati sulla violenza di genere mostrano una situazione in continuo peggioramento. Nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde ha proposto una definizione olistica del discusso termine “femminicidio”. Una definizione che ci aiuta a comprendere non solo gli omicidi di genere, ma l’origine – e allo stesso tempo ci indica una possibile cura – di ogni tipo di violenza sulle donne in quanto tali. Per la studiosa, si tratta di un “prodotto della violazione dei suoi diritti umani [della donna] in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia.”

Qui non c’è in gioco, almeno per gli italiani, una tornata elettorale: evitare di riconoscere la vera emergenza criminale nel Paese, non facendo nulla per rimediare alle carenze istituzionali che ne alimentano la diffusione, significa mettere in gioco i valori democratici, lasciando i più deboli in una condizione di eterna, costante e ignorata di inferiorità.

Segui Antonella su The Vision | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: